Paolo Ruffini, ridere è una cosa serissima

Milano, 18.30. Bar in zona Centrale. Pareti in legno, leggero brusìo di sottofondo, tavolini in ferro battuto. Ne scelgo uno e mi sistemo: penna, agenda, cellulare. Mi guardano tutti un po’ strano. Sarà che siamo in un co-working, quegli spazi un po’ hipster in cui va di moda affittare uffici e in cui è molto più facile trovare filosofi e startupper che la versione bionda della signorina Silvani. Mentre aspetto Paolo Ruffini osservo il tavolo del buffet al centro della sala: minuscoli piattini monodose perfettamente disposti in fila indiana. Fastidiosamente ordinati, al punto che non capisci se siano lì per saziare gli irriducibili dell’aperitivo o gli ossessivo-compulsivi.

 

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