Paolo Ruffini, ridere è una cosa serissima

Milano, 18.30. Bar in zona Centrale. Pareti in legno, leggero brusìo di sottofondo, tavolini in ferro battuto. Ne scelgo uno e mi sistemo: penna, agenda, cellulare. Mi guardano tutti un po’ strano. Sarà che siamo in un co-working, quegli spazi un po’ hipster in cui va di moda affittare uffici e in cui è molto più facile trovare filosofi e startupper che la versione bionda della signorina Silvani. Mentre aspetto Paolo Ruffini osservo il tavolo del buffet al centro della sala: minuscoli piattini monodose perfettamente disposti in fila indiana. Fastidiosamente ordinati, al punto che non capisci se siano lì per saziare gli irriducibili dell’aperitivo o gli ossessivo-compulsivi.

 

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Volfango De Biasi, dalla parte del cinema

Roma, Piazza del Colosseo. Sole e cielo terso, l’iPhone segna 15 gradi. Locale turistico ed elegante. Ossimorico, se non fosse per la terrazza panoramica che apre il sipario sull’Anfiteatro Flavio. Mi siedo, mi incanto a guardarlo. Una manciata di tedeschi pranza – del resto sono le 15.30 – e ride impetuosa, già visibilmente in preda all’ebbrezza. Mi cade l’occhio sull’abbinamento spaghetti e cappuccino. Il flusso di imprecazioni silenziose viene fortunatamente interrotto dall’arrivo di Volfango De Biasi, difficile da non notare.

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Anna Cavalli, assistere le donne vittime di violenza

“Non sono una donna a sua disposizione!” commenta sarcastica Mafalda in una delle più famose tavole di Quino, l’artista argentino che protesta contro le ingiustizie del mondo attraverso l’indignazione di una bimba ribelle d’inchiostro.

E in Alta val di Cecina c’è un’associazione che opera proprio per far comprendere questo, che le donne “non sono a disposizione”: sono “Le amiche di Mafalda”.

Ce ne parla Anna Cavalli, medico cooperante che porta in questo gruppo tutta la sua esperienza nei Paesi in via di sviluppo, offrendo ulteriori spunti di riflessione e visioni della situazione. Ci è stata segnalata da Claudia Lodesani e, gentilissima, ha accettato di fare un’intervista con noi su Skype, in diretta dalla sua casa immersa nelle campagne pisane.

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Massimiliano Verga, una Zigulì per raccontare la disabilità senza retorica

“Se Moreno potesse leggere o capire quello che ho scritto, avrebbe tutto il diritto di incazzarsi con me. Ma, per mia fortuna, non può leggere, perché è cieco. E nemmeno capire, perché la Zigulì che ha sotto i capelli gli consente di riconoscere soltanto le tre parole che servono per sopravvivere: pappa, acqua, nanna”. Il Corriere della Sera l’aveva definito “Il libro shock sul figlio disabile”, sicuramente “Zigulì. Continua a leggere

Kindi Taila, così ho realizzato il sogno di diventare medico in Italia

Il suo nome probabilmente non vi dirà nulla, ma non fatevene una colpa. È giusto così. Kindi Taila è un medico. Una ginecologa per la precisione. Nonostante le sue vicissitudini personali e il suo impegno sociale siano finiti più volte sulle pagine dei giornali, Kindi lavora, come tutti i suoi colleghi, nel silenzio di chi ogni giorno si prende cura delle nostre vite. Continua a leggere

Ginny Chiara Viola, le stelle senza trucco

C’è chi in famiglia lo ascolta tutte le mattine, tra i nostri amici c’è sempre qualcuno che ne parla per valutare le personalità altrui, e chi di noi non ha mai detto almeno una volta nella vita di “avere la luna storta”? L’oroscopo fa parte della nostra vita quotidiana, che ci si creda o meno. Continua a leggere

Isola Libri, la realtà di una libreria indipendente

“Tu hai davvero bisogno di un libro”. Così recita un cartello dalla scritta inequivocabile appeso sulla porta a vetri dell’ingresso. Ci troviamo a Isola Libri, piccola libreria indipendente nel cuore del quartiere Isola a Milano. Tra gli scaffali ricchi di romanzi e libri di ogni genere si nascondono la passione e il lavoro quotidiano di Elena, ragazza venticinquenne appassionata di letteratura per l’infanzia, e sua mamma Laura, grande amante della lettura e ottima dispensatrice di consigli. Continua a leggere

Cambio Passo, quando i cittadini accolgono i migranti

Questa storia parte da Milano, esattamente dal quartiere di Porta Venezia, anche se le radici dei suoi protagonisti hanno origini ben più lontane. Siamo nel maggio 2013. Passando per il quartiere si possono vedere migranti, eritrei e non, che a ogni ora del giorno sono fuori all’aperto, in attesa. C’è chi passeggia senza una meta, chi resta seduto, chi si sdraia sui gradoni di una chiesa, aspettando che venga distribuito un piatto caldo. Continua a leggere

Giovanni Zoppoli, la ricerca pedagogica e il Mammut di Scampia

Ci troviamo a Scampia, 10 chilometri a nord del centro di Napoli. Qui, nell’estrema periferia del capoluogo campano, il quadro sociale è storicamente drammatico. Il quartiere, costruito tra gli Anni ’70 e i primi Anni ’90, è stato uno degli scenari più sanguinosi delle recenti guerre di camorra. Le strade, per decenni, hanno ospitato i traffici illegali della criminalità organizzata, rendendo la frequentazione di alcune zone estremamente pericolosa. Continua a leggere