Paolo Ruffini, ridere è una cosa serissima

Milano, 18.30. Bar in zona Centrale. Pareti in legno, leggero brusìo di sottofondo, tavolini in ferro battuto. Ne scelgo uno e mi sistemo: penna, agenda, cellulare. Mi guardano tutti un po’ strano. Sarà che siamo in un co-working, quegli spazi un po’ hipster in cui va di moda affittare uffici e in cui è molto più facile trovare filosofi e startupper che la versione bionda della signorina Silvani. Mentre aspetto Paolo Ruffini osservo il tavolo del buffet al centro della sala: minuscoli piattini monodose perfettamente disposti in fila indiana. Fastidiosamente ordinati, al punto che non capisci se siano lì per saziare gli irriducibili dell’aperitivo o gli ossessivo-compulsivi.

 

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Pablo Trincia, non essere mai uguale a te stesso

Nasci a Lipsia, in Germania, da padre italiano e madre iraniana. Hai il nome del celebre poeta cileno Neruda. Ti trasferisci a Milano, ancora piccolo, con la famiglia. Studi lingue e letterature africane alla School of Oriental and African Studies di Londra. Insomma, se qualcuno avesse ancora dei dubbi nel classificarti tra i più internazionali dei cittadini del mondo, sarebbe un pazzo.

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Volfango De Biasi, dalla parte del cinema

Roma, Piazza del Colosseo. Sole e cielo terso, l’iPhone segna 15 gradi. Locale turistico ed elegante. Ossimorico, se non fosse per la terrazza panoramica che apre il sipario sull’Anfiteatro Flavio. Mi siedo, mi incanto a guardarlo. Una manciata di tedeschi pranza – del resto sono le 15.30 – e ride impetuosa, già visibilmente in preda all’ebbrezza. Mi cade l’occhio sull’abbinamento spaghetti e cappuccino. Il flusso di imprecazioni silenziose viene fortunatamente interrotto dall’arrivo di Volfango De Biasi, difficile da non notare.

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Marco Maisano, non sono così serio come sembro a Le Iene

Cosa si ottiene combinando il vissuto di un cinquantenne con la sete d’adrenalina di un diciottenne? In tutta probabilità un ventisettenne. Non uno qualsiasi ma Marco Maisano, classe 1989, calabrese dall’accento aretino, inviato alle Iene, conosciuto dai più come quello che parla arabo. E che presidia il delicato crocevia mediatico di droga, terrorismo e immigrazione, sfornando quel tipo di servizi che a logica dovrebbero farti cambiare canale e che invece ti inchiodano lì, come un’ebete, a sperare che non finiscano. A chiederti perché, a incazzarti, a commuoverti, a prendertela con qualcosa, con qualcuno, anche con lui.

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Nicolò De Devitiis, da bike blogger a iena

Nicolò De Devitiis, classe 1990, bello come i mondiali, solare come un’aspirante Miss Italia, primo (e forse unico) bike blogger della storia e da un paio d’anni inviato a Le Iene. Ha fatto incazzare Simona Ventura e travestire Giuseppe Cruciani, ha regalato un gobbo a Lapo Elkann e bocciato diversi calciatori all’esame di quinta elementare, ha convinto Ringhio Gattuso a sorridere ancora ed è rimasto come molti di noi senza biglietto per i Coldplay.

 

Per arrivarci di strada ne ha fatta, non solo in bici: è stato un liceale indebitato, un commesso di Hollister, un animatore in Sardegna, un batterista funky e un brillante laureato in Marketing. Del suo sellino hanno parlato le principali testate nazionali ed emittenti radiofoniche, fino a che “sta faccetta da paraculo” (cit.) convince prima Italia1 e successivamente anche Sky.

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Rudy Zerbi, video killed the radio star

Fulminea, sarcastica, completa. Sicuramente atipica: quest’intervista avviene nel surreale contesto di uno shopping center dell’hinterland milanese, di quelli in cui le famiglie trascorrono la domenica e a quanto pare anche il sabato sera. Qui, in un anfratto isolato e lontano dalla folla festosa -non si sa bene se per lui o per l’assenza di coda da Mondogel- circondati dalla security e alla presenza di uno dei suoi figli, Edoardo, nonché del mio avvenente accompagnatore, l’intervistato si presta ad un breve ma intenso botta e risposta, un ping-pong verbale che tra il serio e il faceto ce lo fa conoscere un po’ meglio. Continua a leggere