Paolo Ruffini, ridere è una cosa serissima

La ripeto.

“Ok, concordo. Assolutamente. Ma non è legato necessariamente all’umorismo (avrei degli appunti da fargli anche su Siddharta, ma non dirglielo). Il punto è questo, ed è una cosa un po’ razzista da cui deriva anche la difficoltà a trovare comici femminili, e cioè che per una donna, ridicolizzarsi e prendersi in giro è decisamente più difficile”.


 

Siamo più insicure, che vuoi farci.

“Un altro problema è che il comico non viene considerato un vero lavoro. Quando la gente mi ferma per strada l’atteggiamento tipico è [assume un timbro baritonale tremendo con forte cadenza milanese] “Minchia Ruffini, feeega, bella, dai, fammi ridere, raccontami una barza”. Che è come incontrare un barista per strada e dirgli “oh, fammi un moscow mule”. Fare il comico è il mio lavoro, il punto è che non viene percepito come tale. Soprattutto quando non sei comico nella vita”.
 

Tu non lo sei?

“Una delle cose più importanti che ho imparato me l’ha insegnata una persona che, nella vita di tutti i giorni, non vedevo mai particolarmente in forma o brillante. Un giorno le chiesi come mai fosse sempre così giù. Mi rispose: “io faccio ridere la gente quando paga un biglietto”. Tenere distinto il tuo lavoro dalla tua vita è qualcosa di fondamentale”.
 

Soprattutto se il tuo lavoro è far ridere la gente.

“A me non fanno ridere i comici che non siano stati almeno una volta depressi. Devi conoscere il valore della risata. Se lo conosci dai ancora più potenza agli strumenti che hai a disposizione per procurarla, e più importanza al risultato quando lo ottieni”.
 

In sostanza, nella vita di tutti i giorni sei tremendamente noioso.

“Guarda, se esci con me una sera posso affermare con un certo margine di certezza che ti diverti anche. Il punto è che non è detto. Non è dovuto”.
 

E poi un po’ di malinconia ci vuole.

“Io sono molto malinconico. È un sentimento bellissimo, che può essere anche positivo. Come la felicità: non bisogna solo desiderarla, volerla o cercarla. A volte bisogna anche accorgersene. E soprattutto non temere che svanisca, perché lei se ne accorge. Lo sente, se ne hai paura. La felicità non va mai cercata dove l’abbiamo lasciata. E poi un’altra frase fatta, molto bella…”
 

Il diavolo fa le pentole ma non i coperchi.

“È che l’allegria alla lunga è una rottura di coglioni. Essere sempre up, sempre al massimo, è tremendamente noioso. Devi sempre mettere in conto che nella vita incontrerai una miriade di problemi. Non puoi sperare che tuo figlio “non si faccia mai male”. No, devi mettere in conto le ginocchia sbucciate e il cuore infranto. La vita non può e non deve essere sempre bella. O meglio, la vita è ferocemente bella, anche nei suoi aspetti più tragici”.
 

È un’opportunità.

“Esatto. È un’occasione, da vivere cercando sempre di migliorarsi. Quindi, per tornare al discorso di Hermann, la cosa non gira unicamente intorno all’umorismo. Credo che per vivere debba esserci insita in te una spinta all’evoluzione, la voglia di dire: domattina mi sveglio e cerco di rendere migliore tutto ciò che tocco”.
 

Tipo Re Mida.

“È il concetto di eccellenza. Come saprai, essendo un’umanista, ex-cellere significa proprio questo: portare fuori da te, per cercare una conferma che quello che hai intorno possa migliorare e migliorarti. Solo che è faticoso, e la maggior parte delle persone preferisce crogiolarsi nella mediocrità”.
 

Anche nelle relazioni.

“In tutto. Ci ho scritto un monologo su questo, ruota tutto intorno ai coglioni: più ti girano e più li rompi. Quando trovi un’eccellenza, qualcuno che ha successo, bè. Il successo oggi non si perdona a nessuno, peggio di una malattia rara. Non puoi avere successo, se ce l’hai faccio di tutto per privartene. Ma non perché voglia averlo io. Mi basta che non l’abbia tu. Godo molto di più se vanno male le cose a te che non se vanno bene a me. È una mentalità tutta italiana. Se cerchi “Vimodrone” e “Italia” trovi la stessa definizione: paese. Siamo semplicemente un paese. Scusami, ho un po’ deviato. Siamo alla domanda 2, direi bene”.
 

Sì ma giuro che taglio. Nel 2009 ricopri un ruolo rilevante in Estate ai Caraibi: interpreti un ragazzo cornificato che va in vacanza e se la ritrova lì e succede un macello. Ti è mai capitato?

“Di essere cornificato? Sì, certo. Non sempre ne sono stato consapevole, ma sì. Questo tatuaggio sul polso, ad esempio, è proprio legato alle mie prime corna. Avevo fatto un patto di sangue con il mio migliore amico: un puntino con la china ogni giorno che andavamo a scuola. Un giorno lo trovo con la mia fidanzatina dell’epoca. Sono svenuto”.
 

Fisicamente?

“Fisicamente. Li ho visti che si baciavano, in Terza A. Dietro la cattedra. Mi hanno detto entrambi “non è come pensi”. E io ho chiesto scusa. Ho detto che forse in effetti avevo visto male. Ed ero talmente ingenuo e carino e buono che una settimana dopo il mio amico viene da me e mi dice che non si erano solo baciati, che due giorni dopo se l’era proprio trombata. Su quei puntini con la china lui si è fatto un sole, io un mirino. Che però mi tengo”.
 

A tal proposito, nel 2010-2011 Fausto Brizzi ti arruola in Maschi contro femmine e Femmine contro maschi. Siamo davvero gli uni contro gli altri?

“Ecco, ora ti dico la mia citazione preferita. Madre Teresa diceva: “Non invitatemi mai a una manifestazione contro la guerra, ma se farete una manifestazione a favore della pace, sarò in prima fila”. Se c’è una cosa che non sopporto è il concetto di “contro”. Preferisco essere a favore di qualcosa che contro il suo opposto. Perciò mi piace pensare che maschi e femmine non siano contro. Sono complementari. Ma da qui si dovrebbe sviluppare un discorso sulla filosofia e il tao passando per una serie di suggestioni teologiche che però in questa sede non estrapolerò”.
 

Ma come parli?

“È che con questo ripercorrere la mia storia mi stai portando in aree talmente alte, e hai delle forme lessicali talmente auliche, che a livello semantico mi metti ansia. Non vorrei mai sembrare un intellettuale, sono così felice di essere un coglione”.
 

Nel 2013 grande esordio come regista. Con un remake dal titolo Fuga di cervelli. Hai applicato qualche insegnamento ricevuto?

“Per me è stato fondamentale creare un’atmosfera positiva. Se c’è collaborazione e serenità le persone lavorano meglio. Ho una forma di educazione tale per cui mi impongo di far star bene le persone sul set. Se fai un film comico e ti diverti, viene meglio. Il cinema è un mass media, media letto con la e dato che deriva dal latino. È un mezzo di comunicazione, e comunichi qualcosa in modo molto più efficace se la provi”.
 

Senza troppi artifici.

“Non mi invitano tanto nelle scuole di recitazione perché tendo ad affermare che lo studio affini e perfezioni, ma che non sia una condicio sine qua non. Devi studiare se vuoi fare l’ingegnere o l’oncologo. Se vuoi fare l’attore non è assolutamente detto che studiando cinquant’anni tu diventi Mastroianni. Non c’è un cazzo da fare. Sarà anche che gli attori che amo di più sono più sull’hard pop di cui dicevo prima che sull’accademico. TI parlo di Sordi, Benigni, Chaplin”.
 

E la mancanza di titoli, te la perdonano?

“Assolutamente no. Il popolo del web, soprattutto. È tutto un “ah ma quello lo so fare anch’io”. E invece no, non lo sai fare anche tu perché tu non hai quel risultato. Guarda Belen: magari ce ne sono mille più belle di lei, ma non funzionano quanto lei. Devi trovare una collocazione esatta per la tua forma. Anche per questo in Fuga di cervelli ho voluto lavorare con ragazzi che si erano distinti non per le loro esperienze lavorative ma per l’efficacia di ciò che nel loro piccolo facevano. Tra cui Frank Matano e Guglielmo Scilla”.
 

E se la sono cavata?

“Per contratto ho richiesto di averli con me un mese prima dell’inizio delle riprese. Ci siamo parlati, conosciuti e divertiti, abbiamo riscritto la sceneggiatura, ho lavorato da amatore”.
 

Era scontato che andasse bene, dato il loro successo sul web?

“Per niente. Sono linguaggi diversi. Se fosse scontato che chi funziona in tv funzioni anche al cinema, domani Carlo Conti girerebbe un film. Difficilmente una visualizzazione coincide con un biglietto. Matano e Scilla hanno funzionato perché erano youtuber old school, ma a volte essere famosi sul web equivale a essere ricchi a monopoli. È una realtà virtuale, dove alcune persone sono virtuali, ma producono insulti veri”.
 

La critica, che è reale, questo film te lo ha ammazzato. Al contrario del pubblico che ha regalato milioni di incassi. Una cosa esclude l’altra?

“La critica l’ha ammazzato perché è un film che gioca molto sulla demenzialità, e la demenzialità non è vista come un genere serio. La realtà è che per fare gli scemi bisogna essere molto seri. Poi sai, i critici non pagano il biglietto. Io rivoluzionerei molto le anteprime: i giornalisti vedono i film la mattina, alle 9, in 30 in una sala da 400 persone, al freddo, gli girano i coglioni, è impossibile parlar bene di un film in quelle condizioni”.
 

E poi Il cinema comico è un cinema di serie B.

“Esatto. Se fai cose leggere vieni immediatamente bollato come una persona con poco acume. Se invece ce l’hai, non vieni accettato. Quando Paolo Genovese ha vinto il David di Donatello ha detto “scusate se ho vinto un film facendo commedia”. Le recensioni ai film di Totò facevano rabbrividire. Eduardo De Filippo disse che non avrebbe più voluto fare film con Totò perché altrimenti avrebbe persola credibilità a teatro. Franco e Ciccio, Bud Spencer e Terence Hill, De Sica e Boldi, tutto il comico è demolito costantemente, si condanna la positività”.
 

E chi la apprezza.

“La cosa che più mi fa incazzare è che si giudichi il pubblico. “Il pubblico che guarda Maria De Filippi è idiota”. Quando andavo in ospedale a trovare mio suocero e c’era la tv accesa e cazzo, Uomini e Donne per tanti era una compagnia. Di cui tu, nel tuo computerino, non ti rendi nemmeno conto. Perché devi andare a giudicare la persona? Parla del prodotto. Se il mio film è brutto non ho nessun problema a leggerne le critiche. Sono le varie affermazioni “per un pubblico di decerebrati” che proprio non sopporto. Ma cosa ne sai?”
 

Il potere della democrazia.

“Come quelli che fanno i democratici e criticano Trump. Quelli che dicono “le donne sono tutte maiale tranne la mi mamma”. Le cose vanno bene finché non ti toccano”.
 

E a te hanno toccato anche quando hai condotto il David di Donatello, dando della topa a Sophia Loren.

“E glielo direi ancora. Mi sono divertito moltissimo. Ero anche autore del programma, l’ho condotto rimanendo coerente con me stesso, senza trasformarmi in qualcosa che non sono. E poi, seriamente: il reato qual è? Io gioco. L’italiano è l’unica lingua al mondo in cui “recitare” non si traduce con “giocare”. Play, jouer, in ogni lingua è così. A proposito di prendersi sul serio, noi siamo gli unici che si danno un tono, anche grammaticale, sul proprio lavoro. Benicio Del Toro diede l’oscar a Inarritu dicendo: “and the Oscar goes to… Son of a bitch of a Mexican man!”. Noi vogliamo fare tanto gli americani, ma ti immagini cosa sarebbe successo qui?”
 

Nel 2014 fai un documentario bellissimo, Resilienza. Che poi è diventato il motto di Gianluca Vacchi ma va bè.

“Quel film nasce dalla storia di Alessandro Cavallini, figlio di un mio carissimo amico, che a 6 anni si ammala di neuroblastoma. È una malattia che ti dà pochi mesi di vita. Lui non solo è riuscito a vivere 8 anni, ma l’ha fatto con una qualità di vita molto intensa. Con una sola idea: sono malato? Chissenefrega, mi voglio divertire. Questa è la resilienza: in ingegneria rappresenta la forza tramite cui quando un elemento trova un ostacolo lo aggira e prosegue sulla propria traiettoria, in psicologia è la riorganizzazione ottimistica della vita in conseguenza ad un trauma”.
 

E lui ha applicato entrambi.

“Lui ha ribaltato la battaglia con la malattia: non era più vivere o morire, ma vivere bene o vivere male. Era un guerriero di luce magnifico, in una bolla di positività incredibile. Era sempre intubato, lo operavano spesso al midollo, eppure lui andava avanti. Mentre faceva la chemio diceva “oh c’è un 3D pazzesco, voglio andare al cinema e vedere Avengers”. Suo padre aveva raccolto molto materiale, io ho chiamato i suoi fratelli, che hanno fatto i registi. Io ho fatto l’attore e il produttore. Abbiamo poi intervistato anche Sammy Basso, un ragazzo affetto da progeria, e Bruno Arena dei Fichi d’India, che continua a fare il comico nonostante sia quasi paralizzato”.
 

Riesci a rimanere distaccato?

“Neanche per sogno. Non riuscirei e non vorrei mai. Non me ne frega niente della professionalità, nelle emozioni mi ci lancio. Ho voglia di farlo, ho voglia e bisogno di umanità”.
 

Quanto alla psichiatria?

“Tra i vari documentari, che trovi su YouTube, ce n’è uno nel quale sono andato in giro a chiedere “Secondo te?” a tre categorie di persone: adulti, pazienti psichiatrici e bambini dell’asilo. Con effetti curiosissimi. Valli a vedere”.

 

Nel 2011 conduci la prima di cinque stagioni di Colorado. È facile per un attore comico condurre un programma comico?

“Assolutamente no. Lì non devi far ridere ma devi aiutare qualcun altro a far ridere. Devi essere una spalla, alzare la palla affinché la schiaccino gli altri. È mettersi al servizio di qualcos’altro, un’operazione bellissima. Adoro la tv tanto quanto il cinema”.
 

Anche perché a Colorado hai conosciuto Diana Del Bufalo, la tua attuale fidanzata. Cos’è che ti ha rapito?

“Lei è la versione sboccata di una principessa Disney. È l’incarnazione di ciò che ho sempre pensato della volgarità: non sono le parole che rendono volgare una persona, è l’indole della persona a renderla tale. Mi conquistò con una canzone sulla depilazione inguinale, la chiamai per il laboratorio di Colorado e poi si rivelò tanto prorompente da poterlo condurre insieme a me, anche perché sul palco avevamo delle dinamiche incredibili”.
 

In tutto ciò mi sei anche giudice a Eccezionale Veramente, per la seconda stagione di fila. Cosa deve avere una persona per far ridere?

“Credo non si possa raccontare. Io poi non giudico in base al mio gusto personale, anche perché a me divertono molte cose, quelle infantili soprattutto. Mi fa ridere Alessandro Bergonzoni come Checco Zalone. Il difficile è trovare una persona che possa funzionare. Poi sai, un danzatore o un cantante possono essere condizionati dall’umore ma una volta sul palco ballano e cantano. Il comico non può prescindere dalla persona. È un’alchimia che non è matematica: sei un cocktail di sensazioni, umori, ascolto, che altre discipline non hanno”.
 

L’hai nominato prima: Un grande abbraccio, spettacolo teatrale con attori affetti da sindrome di Down. Come mai l’hai fatto?

“Avevo voglia di fare qualcosa che avesse senso. Di tutte le forme che tocco, cinema, tv e teatro, il teatro è quella che rimane un po’ indietro. È poco indirizzato ai giovani, è percepito come elitario e spesso lo si associa a spettacoli o attori che la maggior parte del pubblico non conosce. Ho voluto fare uno spettacolo comico che avesse un senso, ma non ti nascondo che trovo molta, troppa difficoltà”.
 

Non solo: c’è stato un simpaticone del web che una volta ha scritto qualcosa di piuttosto agghiacciante…

“Sotto una mia foto con quella compagnia teatrale commentò “non vedo la differenza tra Ruffini e i down”. Io gli risposi: “infatti non c’è”. Una cosa per la quale lotto da sempre è la difesa di alcune patologie che sono meno evidenti della sindrome di Down ma altrettanto invalidanti. Parlo di stati d’ansia, attacchi di panico, bipolarismo. Ci ho realizzato diversi documentari. Siamo un paese che non accetta il diverso: prima di Basaglia, i sordomuti venivano attaccati ai termosifoni dei manicomi. Quel retaggio culturale – che a me fa orrore – ti porta a pensare che uno spettacolo con i down sia triste o di beneficenza. E invece un cazzo: il mio è uno spettacolo comico in cui i concetti di abilità e disabilità non esistono”.
 

Hai anche scritto dei libri, tra cui Odio ergo sum, sul fenomeno degli haters. Secondo te che problema hanno?

“Non accettano la felicità altrui. Quando Facebook diventerà la maggioranza +1, lì sì che sarà un problema. Umberto Eco prima di andarsene l’ha detto: stiamo dando un grande potere a tutti gli imbecilli del mondo. Non so se stiamo attraversando un cambiamento epocale o se siamo alla vigilia del cambiamento di un’epoca, nel senso che da qui partirà qualcosa d’altro. Il concetto di libertà di parola è una figata ma fino a un certo punto. Il concetto stesso di libertà, va ricalibrato. Nella vita reale non è che vai in piazza e caghi sulla statua di Garibaldi”.
 

Credi sia il canale di sfogo dei frustrati?

“È tutto legato alla felicità. Alcuni scelgono di non permettersela, e la fanno dipendere dai soldi. La felicità è altro, è anche solo ascoltare davvero qualcuno che ti risponde alla domanda “come stai”. Facci caso: se rispondi “sono felice”, la prima cosa che ti senti chiedere è “Perché? Cos’è successo?”. La felicità stupisce, non è accettata. Se due persone si baciano ci si gira dall’altra parte, se due persone si picchiano ci si ferma a guardare. E il bello è che oggi posso infangarti a costo zero, da casa mia. Prima se non altro lo si scriveva sui muri, si rischiava la denuncia e si doveva aspettare che qualcuno passasse”.
 

Tu rispondi?

“Qualche volta sì. Anche se poi ti accorgi che è proprio energia persa. Come quella di chi ti ha scritto: non la spende per consigliarti, ma per insultarti. Poi magari sono quelli che nel momento in cui rispondi ti scrivono in privato “oh grandissimo, scherzavo ovviamente, tanta stima grande, mi fai un video per la mia fidanzata che compie gli anni?””.
 

È un’epoca di disagio.

“Io provengo da una generazione in cui se leggevi un bel libro lo prestavi al tuo amico insistendo perché lo leggesse. Questo tipo di scambio ora non c’è più: ti mando un link su Messenger, se lo vedi, bene, altrimenti chissenefrega. È diventato tutto più individuale, e paradossalmente questa cosa si chiama social. Il significato latino di socius è amico, compagno e alleato. Sui social trovi tutto tranne che amici, compagni e alleati. Basti pensare che diventi amico di qualcuno prima di conoscerlo”.
 

Di tutto ciò parli nell’ultimo libro, Telefona quando arrivi.

“Sì, parlo di tutte quelle cose – come appunto la frase “telefona quando arrivi” – che si sono perse in nome della libertà e del social, che in realtà è una forma totalitaria in cui il pubblico non è sovrano ma dittatore. Non è una novità: fa più rumore un albero che cade che una foresta che cresce, ma oggi quel tipo di rumore è ancora più amplificato”.
 

È chiaro cosa di quell’epoca abbiamo perso. C’è qualcosa, secondo te, che abbiamo guadagnato?

“Bè, i film della Pixar sono molto più belli. Li hai visti Up, Wall-e? Poi ecco, io non so che calligrafia abbia il mio migliore amico. Tu lo sai? Abbiamo perso un incanto che era legato alla ritualità, e il concetto di sforzo. Sforzo ad arrivare puntuali agli appuntamenti, a chiedere a una donna di uscire, a fare ricerca. Oggi trovi tutto su Google, e la cosa paradossale è che questa facilità e rapidità non sono coincise con un aumento culturale”.
 

A proposito di Google, scrivendo il tuo nome si legge attore, sceneggiatore, comico, regista, conduttore, scrittore.

“Mi stai chiedendo che lavoro faccio?”
 

Più che altro quello che vorresti fare da grande. Dato che sei giovanissimo.

“Innanzitutto non voglio diventare grande. E non vorrei mai neanche limitarmi a un lavoro solo. Quando vai dal falegname chiedi un tavolino e ti fa un tavolino, chiedi una sedia e ti fa una sedia. Mi sento un po’ così, un po’ artigiano. Mi piace molto la dispersione. Se fossi bravo in tutto sarei un eclettico, invece faccio un po’ tutto un po’ mal… No va bè dai. Tutto male no”.
 

Fai bene una cosa: le tre nomination.

“Ah, giusto. Bè direi Luca Argentero…”
 

Ahahah sì dai, e poi Johnny Depp e Leo Di Caprio.

“No, dico davvero. Luca Argentero, che conosco molto bene e che è una persona stupenda, Francesco Mandelli, il mio braccio destro in tante occasioni, e Luca Bizzarri, mio pigmalione a cui so che corri dietro da mesi per intervistarlo. Così è costretto”.

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