Paolo Ruffini, ridere è una cosa serissima

Milano, 18.30. Bar in zona Centrale. Pareti in legno, leggero brusìo di sottofondo, tavolini in ferro battuto. Ne scelgo uno e mi sistemo: penna, agenda, cellulare. Mi guardano tutti un po’ strano. Sarà che siamo in un co-working, quegli spazi un po’ hipster in cui va di moda affittare uffici e in cui è molto più facile trovare filosofi e startupper che la versione bionda della signorina Silvani. Mentre aspetto Paolo Ruffini osservo il tavolo del buffet al centro della sala: minuscoli piattini monodose perfettamente disposti in fila indiana. Fastidiosamente ordinati, al punto che non capisci se siano lì per saziare gli irriducibili dell’aperitivo o gli ossessivo-compulsivi.

 

Addirittura il quaderno? chiede all’improvviso una voce dall’inconfondibile flessione toscana.

Scaccio dalla mente ogni perversa fantasticheria sul mettere in disordine quell’asettico finger food e sollevo lo sguardo: due occhi azzurro ghiaccio fissano la mia agenda in cuoio giallo. È la mia agenda delle interviste. Mi serve per ricordare tutto quello che hai fatto. Hai fatto un sacco di cose, pensavo avessi molto più di 38 anni. Realizzo e aggiusto il tiro: “e li portassi molto bene. La risposta è rapida quanto la botta: Invece ne ho 38 e li porto di merda, giusto?

 

Sarà la segnalazione di Volfango De Biasi ad avermi garantito un canale preferenziale, fatto sta che dopo due colpi di fioretto verbale scegliamo di armarci di sorriso e siglare la tregua. Si siede alla mia sinistra. Capelli nero corvino, un ciuffo di quelli che devono aver conosciuto tante mani e poche spazzole, barba apparentemente incolta che incornicia un sorriso fluorescente e non nasconde un accenno di fossette. Gli occhi sono quelli: glaciali, vividi, trasparenti. Una quantità di anelli e bracciali concorrenziale a Johnny Depp, un paio di tatuaggi che spuntano dalle maniche della felpa blu elettrico, tirata a metà avambraccio.

 

Non è che Paolo Ruffini abbia bisogno di presentazioni. Quando esordisci su MTV, passi dalla Rai e approdi su Italia 1 conducendo Colorado, quando ti scelgono per presentare i David di Donatello e per giudicare aspiranti comici a Eccezionale Veramente, quando scrivi cinque libri, reciti in 16 film e ne dirigi due, quando sei protagonista, produttore e/o autore di 11 spettacoli teatrali, quando fondi un’associazione cinematografica come Nido del Cuculo (un fallimento di successo, la definisce lui) e un’agenzia di spettacolo ed eventi come Non c’è problema (che tra artisti in esclusiva e in distribuzione annovera parecchi tra i volti attualmente più noti di web e tv), bè, è molto probabile che tu non possa uscire di casa senza essere riconosciuto da adulti, bambini e animali da compagnia.

 

Due moscow mule, non è che ce li fai? chiede al barista, che lo guarda con l’espressione di uno a cui è appena stato chiesto di ballare sulle punte. So che non prepari cocktail aggiunge serio e fintamente comprensivo ma lei è bionda. Specifico di essere tre quarti tinta ma è troppo tardi e i moscow mule sono comunque in dirittura d’arrivo.

 

Dicevo, Paolo Ruffini non ha bisogno di presentazioni. Ma è proprio quando sei tanto popolare che diventa tremendamente interessante passeggiare sul confine tra persona e personaggio. Per capire quanto della prima ci sia nel secondo, quanto ciò che sei contribuisce a renderti tanto bravo in ciò che fai. Il rischio, in casi come il suo, è che chi hai davanti voglia schermare ogni simile tentativo, mostrandosi niente meno e niente più del soggetto brillante e un po’ pirla che si è abituati a vedere sul grande e piccolo schermo. E invece. Invece, se sei fortunata e un po’ attenta, capita che ti trovi davanti a una persona che sì, è brillante e sicuramente un po’ pirla, ma il cui mix di cuore e cervello la rende in grado di condividere, senza la minima forzatura, nitide polaroid di un’anima tremendamente sensibile. Dalla profondità a tratti malinconica, tipica di chi ama divertire (e divertirsi) proprio perché ha testato sulla propria pelle l’importanza della serenità, la potenza contagiosa del buonumore, il valore salvifico, a livello sia fisico che mentale, della risata.

 

Quand’è che ci si accorge di essere portati per la comicità? Cioè, sei nato proprio così?

“Ora che hai iniziato a parlare penso che è veramente tanto che non faccio un’intervista, e mi sto ricordando il perché”.
 

Era inevitabile.

“Uno figo si sarebbe fatto desiderare tra manager e ufficio stampa, io invece sono così, un amatoriale”.
 

Amatoriale come la categoria di YouPorn?

[mi guarda molto male] Queste note di intrigo erotico sono piacevolissime, davvero. Risponderò alla tua domanda”.
 

Grazie.

“La realtà è che non ce ne si rende conto. La risposta banale è che “sai, quand’ero in classe facevo ridere tutti”, ma io non so nemmeno adesso se sia portato o meno. La prima volta che sono salito su un palco e mi ci sono trovato bene è stato alla mia prima comunione. Ricordo che c’era questa canzone, laudato sii…”
 

“O mi Signore”, certo. Ho fatto undici anni di scuola privata, la so tutta.

“Ovviamente anch’io, escono tutti delinquenti da lì. Comunque sì, la prima comunione è stato il mio primo momento di forte popolarità”.
 

In quel periodo cosa avresti voluto fare da grande?

“Esattamente questo. Ho sempre avuto una passione totalizzante per il cinema. Ero negato in tutti gli sport, quindi quando i miei amici uscivano a giocare a pallone io stavo a casa a registrare i film. A casa ho 16mila videocassette, 10mila originali e 6mila registrate da me. Alle elementari quando si studiava la preistoria io ho portato 2011 Odissea nello spazio. Esaltatissimo”.
 

È amore.

“Credo che il cinema, così come anche la musica, possa salvare un po’ la vita. Sono delle meravigliose terapie per l’anima, un palliativo per tanti dolori”.
 

E infatti esordisci quando ancora eri un cucciolo diciannovenne in Ovosodo di Paolo Virzì.

“Cosa vuoi, un’oliva? [si alza a recuperare del cibo] Ma come si mangia ’sta roba? Con le mani? Avranno delle forchette, no? Vuoi due patate? La mortazza?
Comunque sì, Virzì fece dei provini nella mia scuola, un liceo classico”.
 

Addirittura?

“Sì, ma ero una sega. Mi hanno bocciato una volta sola purtroppo, mi sarebbe piaciuto rimanerci di più. C’è una pagella di un primo quadrimestre, ultimo anno: tutti “non classificabile”. Con una serie di assenze pazzesche. Non perché non andassi. Stavo molto bene a scuola, andavo sempre, è che facevo altro e mi segnavano assente”.
 

Non ci credo neanche se la vedo.

“Giuro. Te la mando”.

[Me la manda]


 

Comunque, in quella scuola Virzì ti ci provina.

“Sì, cercavano il ruolo di co-protagonista. Io all’epoca ero uno col capello lungo e la kefia, un po’ occupante. Faccio due, tre, quattro provini finché non tocca andare a Cinecittà. Io non ero mai stato a Roma, la mi’ mamma mi guarda e mi dice: “non ci andrai mica vestito così? Tagliati i capelli, mettiti una giacca, qualcosa””.
 

Che meraviglia. Ovviamente non l’hai ascoltata.

“Mi sono presentato in giacca e cravatta e coi capelli a spazzola. Virzì mi guarda e mi chiede: “che cazzo hai fatto? Sei un coglione””.
 

È che aveva funzionato alla comunione.

“E funziona anche lì, dato che mi prendono. Dopo quell’esperienza faccio l’animatore nei villaggi, lavoro che serve veramente un sacco, per il contatto che ti permette di instaurare con la gente. Che serve sempre, in ogni campo”.
 

E poi ci si accoppia moltissimo.

“Mi accoppio più ora, ti dirò”.
 

Prima volta?

“A 15-16 anni. Una tragedia. Ero imbarazzatissimo, non sapevo che fare, probabilmente glielo misi sotto l’ascella”.
 

Possiamo proseguire. Cosa fai dopo?

“Torno a casa e vado a lavorare sulle navi. A vent’anni facevo il direttore di crociera. Poi vado a Roma a studiare”.
 

Che cosa?

“Regia televisiva e pubblicitaria, con i soldi che mi ero messo da parte. Però non sono riuscito a concludere granché. Come tutti i provinciali ero convinto che per entrare in quel mondo l’unica e incontrovertibile via fosse quella dell’università. Ma non ero minimamente portato, quindi torno un po’ sulle navi e poi a rientro a casa”.
 

A quel punto che succede?

“Mi innamoro follemente di una ragazza e faccio di tutto per rimanere a Livorno. In particolare faccio un concorso in Comune per organizzare la festa di capodanno. Ho lavorato un anno e mezzo in Comune, timbrando il cartellino alle 7.30”.
 

Con quale incarico?

“Dipendente marketing. Per tre mesi organizzavo la festa di fine anno in piazza, il resto del tempo curavo i rapporti con le televisioni e i media. Nemmeno del Comune di Livorno, ma di una municipalizzata chiamata Asa S.p.a., che si occupa di fogna, gas e segnaletica stradale”.
 

Nel frattempo, però…

“Dovevo comunque sfogare la mia passione per il cinema, quindi apro questa associazione cinematografica chiamata Nido del cuculo, come il mio film preferito. Che ha compiuto 15 anni l’anno scorso”.
 

Che diventa famosa per i doppiaggi.

“Ecco, in realtà io l’avevo fondata per fare i cineforum. Come Colombo, avevo proprio tutt’altre intenzioni. Mi era sempre stata sulle palle la spocchia di chi fa cinema, di chi divide i film in serie A e in serie B. Odio le serie. Ai cineforum proiettavano film polacchi coi sottotitoli in svedese. Io volevo fare il cineforum con i film di Bud Spencer e Terence Hill. Sono un sostenitore dell’hard pop”.
 

Oggi cosa fa?

“Spettacoli sul sociale. Documentari sulla psichiatria e un meraviglioso prodotto teatrale che si chiama Un grande abbraccio, con un cast composto interamente da ragazzi down. Dalle costole di Nido del Cuculo è poi nata la Non c’è problema Eventi, una società che si occupa di servizi, di convention e management di artisti, con undici dipendenti fissi”.
 

Bellissimo.

“Insomma. Undici stipendi che ogni mese[ride] però meritatissimi. Tutti”.
 

Mi sfugge però il passaggio dal Comune di Livorno alla tivù.

“A quel tempo MTV cercava un vj. Io mandai una videocassetta con la mia partecipazione a Ovosodo e due partecipazioni a spot pubblicitari”.
 

Oddio, quali?

“Uno del Kinder Cereali e uno di Olivetti, ai quali mi ero approcciato chiedendo di fare l’assistente alla regia. Invece poi mi scelsero come attore”.
 

Nel senso che dovevi anche dire qualcosa?

“Ero protagonista. In quella del Kinder Cereali alla fine dovevo dire “ah, però!”.


 

Immagino mesi di prove. Forse anni.

“Più che altro ho dovuto mangiare duecentoventi Kinder Cereali. Bruciori di stomaco, ragadi. Fu drammatico”.
 

Fatto sta che con la performance di questa videocassetta ti prendono.

“Non sapevo un cazzo né di inglese né di musica. Andai lì allo sbaraglio. Però succede che durante il mio provino passa di lì un consulente editoriale di MTV che si chiama Luca Bizzarri. Mi disse “Sei un cretino. Ottimo””.
 

Cioè ti ha scoperto Luca Bizzarri.

“Mi disse: “se passi il provino bene, altrimenti ho un’idea per te”. Io risposi che avevo tatuati sul culo Beep Beep e Titti”.
 

Ahahahah.

“No, è vero. Guarda, te li faccio vedere. Cioè, un pezzo”.

[me li fa vedere. Un pezzo.]
 

Ah.

“E quindi capisci, gli ho fatto vedere il culo ed era fatta”.
 

E quindi lasci il tuo vero lavoro.

“Avevo il tipico posto fisso, ho chiesto un anno di aspettativa”.
 

I tuoi ti hanno appoggiato in questa cosa?

“All’inizio no. Io sono il terzo di tre fratelli. Mio padre è militare, ha lavorato tanto in marina. Di fronte a un’impostazione rigida il primo ci casca e ne segue pedissequamente le orme. Pedissequamente è una parola bellissima”.
 

Giuro che la cito agevolando il tuo riscatto lessicale.

“Grazie. Dicevo, il primo emula, il secondo meno, il terzo se ne va”.
 

E tu te ne vai a BlaBlaBla e Stracult, lavori con Lillo e Greg per molti anni. Avevi idea di dove saresti andato a finire?

“Assolutamente no. Mi è servito tutto, anche se per me il vero salto fu Natale a Miami nel 2005”.
 

Come ci arrivi?

“Mi ha chiamato De Laurentiis”.
 

Ah, così. E sei stato all’altezza?

“Non so giocare a pallone, ma in quel contesto mi sentivo un po’ più sicuro di me. Per me era entrare nel mito, avevo un senso di riverenza che a volte quasi mi spaventava. Poi, quando ho iniziato a smaltire le fobie e a divertirmici, sono riuscito a creare un’idea di me in quel contesto e in quella professione”.
 

Lo consideri lo spartiacque della tua carriera?

“Sì, ma anche no. Ho capito che il talento non è tanto entrare in questo mondo quanto rimanerci. Se mi chiedi quale sia il mio sogno nel cassetto ti rispondo che è fare questo lavoro a 80 anni. Non avere l’occasione di fare X o Y. Andy Warhol l’aveva teorizzato: può succedere a tutti di avere un quarto d’ora di popolarità. Il difficile è mantenerla”.
 

Mi hai fatto venire in mente una frase di Hermann Hesse, che dice: “Ogni sublime umorismo comincia con la rinuncia dell’uomo a prendere sul serio la propria persona”. Sei d’accordo?

[io lo fisso, lui mi fissa, attimi di imbarazzante silenzio dopo i quali mi aspetto la risposta della vita] No, non c’ho capito una sega. Ripetimela.