Toni Capuozzo, il mio giornalismo

Nell’epoca delle fake news, del clickbaiting e della post-verità, fare un’informazione completa, pulita e leale è diventato perlopiù una vocazione. Le nuove tecnologie permettono a chiunque di arrivare velocemente a una notizia, senza passare necessariamente dal luogo in cui è avvenuto il fatto o attraverso fonti dirette e attendibili. Tutti processi che, nel tempo, hanno portato la figura del giornalista a essere circondata di un’aurea di diffidenza.

 

Ma non è stato sempre così. C’è stato un tempo in cui l’informazione passava solo attraverso gli occhi e la voce di giornalisti inviati sul posto, chiamati a raccontare ciò che stava succedendo con lucidità e dovizia di particolari.

 

Tra questi, e chiunque abbia vissuto a cavallo degli Anni ’90 non può non essere d’accordo con me, non si può non menzionare Toni Capuozzo, storico inviato di guerra di TG4, TG5 e Studio Aperto. Colui che, con accento friulano e occhiaie in un certo senso rassicuranti, ha raccontato le guerre nell’ex Jugoslavia, i conflitti in Somalia, in Medio Oriente e in Afghanistan.

Noi l’abbiamo contattato per farci raccontare la sua storia. Questa la nostra intervista.

 

Partiamo dal principio. Cosa l’ha spinta a fare il giornalista?

“Dovrei rispondere niente, visto che non ho studiato per fare il giornalista e non avevo minimamente progettato da giovane di farlo”.

 

E come si è avvicinato a questo mondo?

“Fino alla laurea, intorno ai 26 anni, ho fatto moltissimi lavori, tra cui l’insegnante nei centri di formazione professionale. Ai tempi lo consideravo il mio lavoro e, da studente, mi andava anche bene. Una volta laureato, però, ho capito che i miei sogni erano altri e che non volevo arrivare alla pensione facendo quello. Non mi piaceva poi così tanto l’insegnamento. Così mi presi un’aspettativa non pagata di un anno e partii”.

 

Per dove?

“L’obiettivo era arrivare in Brasile. Così provai a imbarcarmi a Genova, a Marsiglia e a Rotterdam, ma senza riuscirci. Le navi erano tutte porta-container e il personale era perlopiù asiatico. Inoltre, per salire a bordo serviva il libretto di navigazione, che io non avevo”.

 

E come riuscì a partire?

“Arrivai comunque negli Stati Uniti con uno dei primi voli low cost dall’Inghilterra. L’obiettivo però era sempre il Brasile, così mi spostai verso il centro America. Arrivai in Salvador seguendo una famosa guida per saccopelisti, che mi permise di risparmiare pernottando in alcuni alberghi a basso costo. Quando arrivai lì, c’era molto sconcerto per la crisi in Guatemala. Scendere più giù con l’autobus, il mezzo più economico per raggiungere Costa Rica e Panama, era però impossibile”.

 

Quindi?

“Mi incuriosii a questa situazione e andai in Nicaragua, dove era in corso una grande repressione, che seguiva un tentativo insurrezionale contro il dittatore di turno. Mi ritrovai lì con la voglia di descrivere quello che stavo vivendo da vicino. Scrissi un diario di quei giorni e investii tutti i soldi che avevo in un biglietto di ritorno (non low cost) per Roma. Appena atterrato andati nella redazione di Repubblica, dove venni ricevuto da un noto giornalista, che si chiamava Saverio Tutino”.

 

E lui?

“Dopo aver letto quello che avevo scritto, mi disse che erano ormai passati alcuni giorni e che perciò sarebbe stato difficile pubblicare quel materiale. Mi disse però che avevo stoffa e che dovevo continuare”.

 

Quale fu la sua reazione?

“Mi avvilì, ma mi spinse a continuare. In quel momento realizzai che il giornalismo poteva voler dire essere pagato per fare le due cose che amavo di più: scrivere e viaggiare. Se vogliamo trovare qualcosa che mi spinse a intraprendere questa strada, sicuramente potrebbe essere questo. Ancora oggi non ho un’idea missionaria del giornalismo. Ho la mia idea e il mio modo di fare giornalismo, ma non sono uno che può dire di aver coltivato il sogno fin da bambino”.

 

Lei ha fatto tanta esperienza sul campo nel corso della sua carriera: inviato in Centro America, nell’ex Jugoslavia, in Somalia, in Medio Oriente e in tanti altri scenari apocalittici. C’è un momento in particolare che si porta dentro?

“Tanti, però sicuramente la guerriglia in Salvador, che per me ha significato la fine di certe convinzioni e certi ideali che avevo coltivato in gioventù. Mi accorsi che la rivoluzione è tutt’altro che una festa. Anche in Nicaragua. Ci tornai quando la rivoluzione sandinista stava perseguitando alcune tribù che non si allineavano, i Miskito. Forse quella che mi colpì più di tutte fu la guerra in Europa. Non me l’aspettavo. Io sono cresciuto al confine nord-orientale d’Italia, per me erano come vicini di casa. Fu una tra le guerre più feroci”.

Guerra di cui lei conserva un ricordo molto personale… (Capuozzo portò via da una Sarajevo sotto assedio un bambino mutilato che aveva perso la mamma. Lo tenne con sé 5 anni, crescendolo e badando alle sue cure, ndr)

“Questa storia mi fu carpita nel corso di un’intervista. Uno non deve vantarsi di aver fatto del bene nel corso della propria vita. Non è una cosa di cui parlo volentieri”.

 

C’è una persona che si sente di ringraziare per la sua carriera?

“Tanti, ma nessuno in modo così determinante. Principalmente dico grazie a me stesso, anche se un ringraziamento lo dovrei fare a tutte quelle persone che negli anni mi hanno dimostrato fiducia e sostegno per le cose che facevo. Io non ho mai avuto un carattere facile, tanto meno sul lavoro. Loro mi hanno sempre sopportato e supportato, nonostante il mio carattere e i miei difetti. C’è da dire che tanti mi hanno anche messo i bastoni tra le ruote, ma questo è un altro conto”.

 

C’è qualcosa che avrebbe fatto in modo diverso?

“Sì, qualche volta mi capita di rileggere delle cose che ho scritto e penso che avrei dovuto essere più stringato. Però, tutto sommato, sono uno di quelli che rifarebbe tutto quello che ha fatto, compreso l’aver scelto di fare un mestiere come questo, che ho conosciuto solo in età adulta, intorno ai 28-29 anni”.

 

Carta stampata o televisione. Cosa preferisce?

“Sono contento di aver fatto a lungo carta stampata, perché per me il rapporto con la pagina è importante. Sono contento però di essere arrivato alla televisione, strumento che mi piace anche nel lavoro. Penso che se uno inizia da giovane con la televisione rischia di poi di rimanerne intrappolato nei suoi limiti. Io penso di essere stato abbastanza fortunato nei tempi e nei modi. Per questo non ho rimpianti”.

Crede che la tecnologia abbia alleggerito il modo di fare notizie?

“È ovvio che l’irrompere sulla scena di internet abbia cambiato molto il modo di fare informazione. È una rivoluzione e come tutte ha facce contrastanti: da un lato è stato un potentissimo mezzo di democrazia (ognuno può dire la sua, non servono tessere di ordini o soldi di editori per potersi esprimere), dall’altra è anche un territorio fuori controllo. Dietro una blogger omosessuale siriana travolta dalla guerra può esserci un uomo nerboruto, grasso ed eterosessuale che scrive dagli Stati Uniti. Non è un esempio, è successo davvero! Come tutte le evoluzioni, internet ha cambiato molto. Per quel che mi riguarda direttamente, io credo che, fatto salvo che ognuno appartiene al suo tempo, il racconto della realtà con un punto di vista soggettivo che sappia toccare le corde dell’intelligenza e delle emozioni sia qualcosa che va oltre la tecnologia. La tecnologia torna a essere uno strumento e non un contenuto”.

 

Crede che questo possa portare alla morte di alcune figure come quella dell’inviato, che lei ha ricoperto per anni?

“Non morirà mai il ruolo dell’inviato o del testimone sul campo. Ci sono tante cose che possono essere prodotte in serie, però il lavoro artigianale ha una sua irripetibilità e una sua unicità che, per quanto falcidiato dalla grande distribuzione e dalla massificazione della produzione e del consumo, manterrà sempre un suo valore aggiunto”.

 

Lei è stato protagonista di un episodio che ha fatto discutere: tempo fa scrisse una lettera a Berlusconi, in cui lo ringraziava per averle permesso di fare bene il suo lavoro.

“È un po’ di anni che lavoro per Mediaset e non ho mai avuto limiti, a parte tetti di spesa o cose simili, che riguardavano la gestione delle risorse per il lavoro da svolgere. Per questa libertà ci tenevo a ringraziarlo come editore. Ai miei tempi c’era chi entrava in Rai solo con la tessera di partito. Io sono entrato in Mediaset come un calciatore sul mercato. L’intento di quella lettera era quello di manifestare riconoscenza verso chi è stato a lungo il mio editore e mi ha permesso, secondo il mio punto di vista, di fare bene il mio lavoro”.

 

Lei da anni porta avanti un progetto parallelo di nome “Tre uomini di parola”, con Mauro Corona. Avete iniziato raccogliendo fondi per Herat e ora lo state facendo per aiutare un paesino del maceratese colpito dal terremoto.

“Lo abbiamo fatto tantissime volte. È nato spontaneamente, per aiutare gli alpini a mettere in piedi un centro grandi ustionati a Herat, in Afghanistan. Per un po’ lo abbiamo replicato, per raccogliere i soldi per questa iniziativa. L’abbiamo fatto più di una volta, per beneficenza e non. In genere, visto che non è la principale attività di nessuno dei tre, è principalmente una scusa per vederci e fare una rimpatriata ogni tanto. Solo che invece che farlo in osteria, lo facciamo su un palco e, se è possibile, cercando di dare una mano a chi ha bisogno. Più che un progetto è diventata una buona abitudine”.

 

Quali passioni coltiva fuori dal lavoro?

“Poche e coincidono quasi sempre con il mio lavoro: scrivere, leggere e viaggiare. Ormai ho poco tempo di viaggiare al di fuori del lavoro. L’unica che non ha nulla a che vedere con tutto ciò è il calcio, che ormai seguo da spettatore in poltrona”.

 

Che progetti ha per il futuro?

“Alla mia età futuro è una parola grossa. Mi piacerebbe fare 3-4 storie l’anno per la televisione, ma girate con la calma. Dei veri e propri approfondimenti a misura d’uomo, non per giornali e telegiornali. Ho voglia di trovare un po’ di lentezza nel lavoro. Che sia una novità? Sicuramente è sintomo di diversità in un mondo declinato alla velocità”.