Piotta, molto più che un Supercafone

Prendete la Roma coatta degli Anni’90, aggiungete un beat proveniente dall’altra parte dell’oceano, shakerate con testi graffianti e spaccati di società e versate delicatamente sui palcoscenici underground della capitale. Quello che otterrete non sarà un semplice genere musicale lontano ormai quasi trent’anni, ma le fondamenta su cui oggi poggia l’intera macchina del rap così come lo conosciamo.

Un genere che negli anni ha saputo cambiare, declinandosi ai suoni più svariati e alle tematiche più disparate, ma che non ha mai dimenticato le sue origini e i suoi profeti.

 

Tra questi c’è sicuramente Tommaso Zanello, meglio conosciuto come Piotta, rapper capitolino, autore di successi indimenticabili come Supercafone (1999) e La grande onda (2002).

 

Noi, forse ormai assuefatti dalla crescente proposta musicale del genere, abbiamo deciso di contattarlo, per farci raccontare il primo rap, puro e genuino, degli indimenticabili Anni ’90.

 

Questa la nostra intervista, da leggere assolutamente facendo partire di sottofondo la traccia qui proposta.

 

Da tuo grande fan devo cercare subito di non sbagliare. Come ti devo chiamare? Tommaso o Piotta?

“Va benissimo anche Tommaso”.

 

In cosa si distinguono Tommaso e Piotta?

“Ormai non si distinguono più. Si sono distinti in passato, specialmente all’inizio. Complice la giovane età, quando ho cominciato a fare musica, per timidezza, ho messo davanti un personaggio piuttosto che la persona. I testi e la mia immagine erano senza dubbio sopra le righe. È una cosa che fanno in tanti nell’hip hop e, commercialmente parlando, è una cosa che funziona”.

 

Per te però non è più così…

“Forse per certi versi avrei dovuto continuare a mantenere quell’immagine e quel linguaggio sopra le righe. Negli anni, invece, ho deciso di asciugare quell’aspetto, a discapito anche di un lato commerciale che non mi interessava affatto. Sono così riuscito a far combaciare l’artista Piotta e la persona Tommaso, sia nell’immagine di tutti i giorni, poco fashion e molto radicato alla quotidianità romana, sia nei contenuti e nel modo di esprimerli. Il linguaggio e l’approccio dei testi oggi corrispondono a quelli che sono i miei interessi quotidiani: libri, politica, il sociale, l’ambiente. Il tutto ovviamente con un approccio sarcastico, molto romano, goliardico e autoironico”.

 

Senti, da dove deriva il tuo soprannome Piotta?

“Il nome l’ha inventato Masito dei Colle Der Fomento, nel dicembre del 1993, prima di una serata. Io in quegli anni facevo il dj al Colle. Il nome me l’ha dato a causa dei miei occhiali tondi, che ricordavano due monete da cento Lire. Piotte, appunto, in romanesco. Tra l’altro, ora che ci penso, quella sera sul palco c’era anche David dei Cor Veleno (si tratta di Primo Brown, morto nel 2016 a 40 anni a causa di una malattia, ndr). Immagini di quella serata sono presenti nel video di Di Noi, dedicato a David”.

 

Facciamo un salto indietro. Torniamo ai tuoi inizi. Come ti sei approcciato al mondo della musica?

“Da giovane avevo sicuramente una cultura musicale di base appena sufficiente. Un po’ di chitarra alle scuole medie e non ti scomodo il flauto, da cui siamo passati più o meno tutti. I computer ancora non c’erano, quindi era impossibile anche produrre beat. Avevo dei campionatori digitali dell’epoca perché facevo il dj. Questo è sicuramente l’approccio musicale più importante che ho avuto”.

Che musica ascoltavi?

“Ascoltavo tanta musica. Anche grazie a mio fratello, più grande di dieci anni, che ascoltava tanto rock, e a mio padre, che ascoltava canzoni di cantautori. Io ascoltavo tutto, però volevo avere la mia musica. Il rap. L’ho amata da subito. Generazionalmente parlando, l’ho sentita la musica adatta a me: un ragazzo che in quegli anni stava vivendo l’adolescenza”.

 

Molti artisti, per certi versi precursori come te di questo genere, ci hanno raccontato che gli inizi non sono stati facili…

“Eravamo visti come dei pazzi. Vestivamo strani. Cercavamo di spiegare a tutti che l’hip hop sarebbe stata la musica del futuro. Ne parlavamo come se fosse l’acqua o il pane. Eravamo circa mille persone in tutta Italia. Di vista ci conoscevamo tutti: da J-Ax a Milano fino a Turi in Calabria. Ci abbiamo sempre creduto, la passione è stata la nostra forza. Per quanto fossimo ottimisti, però, non avremmo mai pensato che l’hip hop potesse diventare un genere così diffuso”.

 

Ad arricchire il tuo background culturale c’è senza dubbio il Liceo Giulio Cesare a Roma e poi sia Giurisprudenza che Scienze Politiche…

Quella di Scienze Politiche è una leggenda metropolitana. A Giurisprudenza fai anche alcuni esami a Scienze Politiche. Qualcuno deve aver travisato le cose. Su di me ogni tanto vengono fuori storie assurde, come quella secondo cui avrei fatto l’infermiere in ospedale o sulla mia presunta laurea in Filosofia”.

 

O come quella che racconta di quando sei stato accoltellato al liceo…

“No, quello è vero! Pensa, ci sono rapper che per molto meno fanno una vita da gangster! Per la precisione sono stato afforbiciato. Avevo un pazzo in classe che a un certo punto ebbe quest’idea geniale, senza che peraltro gli avessi fatto nulla. Da lì poi ovviamente si montarono storie su storie di quell’episodio”.

 

Oggi il rap è un genere molto diverso da quello che facevate voi agli inizi. Tu che idea te ne sei fatto?

“Devo dire che è un genere diverso non solo in Italia, ma in tutto il mondo. Persino negli Stati Uniti. Noi non abbiamo inventato nulla: alla fine quello che succede lì poi succede qui. Quindi se un artista bravo come Kanye West si brucia il cervello e diventa un gossipparo da Instagram invece di dare seguito alle sue canzoni il problema di quello che accade in Italia è relativo. Il rap è un genere che si presta bene al business. Ci sono ancora belle canzoni e bravi artisti, ma sono oscurati da chi poi sa muoversi molto bene nell’ambito del gossip e della moda. Cose che hanno tutte il diritto di esistere, ma che sono inferiori alla musica e alla creatività”.

 

Mi rifaccio allora a un post che scrissi all’indomani della lite social tra Fedez e Gue Pequeno e Marracash (secondo cui i due si sarebbero insultati a una sfilata di Moschino, ndr)…

“L’ho detta da romano. Potevo dirla in maniera diretta e volgare o con sarcasmo. Io ho scelto il mio stile, con sarcasmo. Nell’ambiente musicale mainstream quelle cose si fanno per ottenere più visibilità. Io, pur essendo un nome nazionalpopolare, non mi sento di far parte di quel mondo. Non è una decisione che prendo oggi. Nasce tanti anni fa, dopo Supercafone. Io quel mondo l’ho conosciuto. Io vengo dalla strada, nel senso che per strada ci passo tante ore da quando sono piccolo, quindi conosco il carattere delle persone e il clima che si crea. In quell’ambiente c’è un clima falso, che non appartiene al mio stile di vita, quindi mi accontento del mio perché lo ritengo migliore. Magari smuove meno numeri sui social, meno view, non fa gossip, non va alle sfilate di moda (che a me per inciso non me ne frega proprio niente, non è swag, perché se devo comprare qualcosa ci vado quando ci stanno i saldi, non quando un pantalone costa 1500 Euro). Per cui non riesce proprio a piacermi. Il mondo è tanto grande e fortunatamente c’è spazio per tutti, ognuno si frequenta con chi è più affine. Io sono probabilmente strano per loro e loro sono strani per me. Nulla da dire invece sul lato musicale”.

 

Qual è la canzone a cui sei più legato?

“Te ne direi due. Sicuramente La Grande Onda, perché è una delle mie canzoni preferite. C’ho anche chiamato l’etichetta con quel nome. L’altra è 7 Vizi Capitale. Secondo me è quella un po’ più scura e introspettiva”.

 

Di cose ne hai fatte tante, nonostante (come dici tu) non vivi nel rap mainstream: parlo di un tour negli Stati Uniti ed esibizioni in Giappone. Come ci sei arrivato fin lì?

“Bo, non lo so, ti giuro (ride, ndr). È successo tutto in maniera molto spontanea, con passione e divertimento. Ero un po’ una pippa sulle pubbliche relazioni. Tutto quello che ho fatto l’ho fatto in maniera spontanea. Pensa se mi fossi anche impegnato un po’ di più…”.