Pablo Trincia, non essere mai uguale a te stesso

Eri l’unico a fare quel tipo di servizi?

“Prevalentemente io e Pelazza. Io poi ho iniziato a proporre sempre più spesso cose fatte all’estero, perché le reputavo molto interessanti e perché ero agevolato con le lingue, sia con i fixer che con le persone che intervistavo. Non puoi pensare di andare in Giamaica, parlare con la gang e dire “scusa noi entrare”. Non ti si fila nessuno”.

 

Un servizio che avresti fatto meglio?

“Ehm, tutti. Tutti. Io sono l’incarnazione del “sì, però”. Sono un cagacazzi terribile, ipercritico”.

 

Il tuo preferito?

“La cosa in cui ero – e sono – più debole in assoluto è il confronto. Se devo raccontare qualcosa vado come un treno. Ma la chiusura, quando vai a rompere i coglioni alla persona di cui hai parlato, panico. Panico totale. Balbetto, chiedo scusa, l’autore che mi insulta “ma che cazzo ti scusi?!” e io niente, una fatica tremenda. Un giorno ne parlo con Filippo Roma”.

 

Che è il re dei rompicoglioni.

“E se ci fai caso ha sempre, sempre la battuta pronta, qualsiasi cosa gli dicano. È fenomenale, è un talento. Un talento che non avrò mai. Dato che sono uno che quando agisce d’istinto sbaglia. Anche se sono in macchina e devo decidere da che parte svoltare. Devo fermarmi, ragionare con calma e dopo due giorni forse ti do la risposta giusta”.

 

Però un po’ ci hai lavorato.

“Sì, e sono migliorato tanto, per i miei standard. Quindi credo siano quelli, i pezzi a cui sono più legato. Non tanto per il contenuto, quanto proprio perché mi hanno permesso di superare questa cosa. Cioè, di migliorarla un minimo. La storia del lanciare il sasso e dell’andare oltre”.

 

Quindi oggi saresti tranquillissimo.

“No, credo andrei ancora nel panico. Forse un po’ meno. È che ci sono stati casi in cui sono proprio stato male una settimana. Per le figure di merda che facevo. Tipo con Alemanno, dovevo dire UNA cosa e ho fatto settanta giri di parole immontabili. Lui mi risponde con mezza frase, distruggendomi. Non perché fosse bravo lui, ero proprio io un totale disastro”.

 

Altre difficoltà?

“È un tipo di vita molto faticoso. A volte mi domando le iene “storiche” come facciano. Uno come Giulio Golia ad esempio. È sempre in viaggio. Credo sia stato in qualunque comune italiano sotto i 100mila abitanti. In generale non hai mai un weekend libero, lavori 7 giorni su 7 e su cinque/sei pezzi contemporaneamente, io non avevo più una vita. Davo istruzioni su come montare un servizio al telefono in vivavoce mentre guidavo per 600km per girarne un altro. Adesso è diverso, ci sono la redazione e i montatori che agevolano il processo”.

 

E poi ci sono le segnalazioni.

“Sì, quelle decine di telefonate che ti ritrovi a fare alle nove di sera per approfondirle. Calcola che per loro tu rappresenti l’ultima spiaggia, ti chiedono “se non mi aiutate voi, chi altro?”, solo che tu devi provare a far capire loro che sei un programma televisivo, non una Onlus, e che dev’esserci un quid che renda la segnalazione un minimo interessante a livello mediatico”.

 

Se sei molto bravo, riesci a rendere interessante qualsiasi cosa.

“In questo Enrico Lucci è un genio. Oggi viene ricordato per come prende per il culo la gente, ma lui ha questo talento straordinario di inventarsi un pezzo letteralmente dal nulla. Una volta se n’è uscito con un pezzo su un benzinaio del Lazio che si era messo a fare il lavaggio tipo car wash con tette al vento e quant’altro. Una cosa trashissima, con la gente che arrivava e scivolava e cadeva. Nessuno avrebbe mai tirato fuori un pezzo da quello scenario. Lui sì”.

 

Quando sei arrivato lì l’hai considerato un punto d’arrivo?

“No, una fase di transizione. Una palestra bellissima, ma dentro di me sapevo che prima o poi avrei avvertito l’esigenza di provare anche altro”.

 

E a una certa ti chiama Santoro.

“Sì, decido di provare e poi mi chiedono di restare. Ho voluto farlo per sperimentare qualcosa di nuovo: Servizio Pubblico ha un linguaggio completamente diverso. Le Iene è quasi radiofonico, è audio: “scendo le scale, salgo le scale, guardate qui, mette la mano così, non c’è l’immagine, stand-up”. Se lo ascoltassi in macchina mentre guidi riusciresti comunque a non perderti nulla. Da Santoro invece lo stile era più cinematografico, il montaggio era basato prevalentemente sulle immagini, sulle colonne sonore. C’erano dei videomaker della madonna, dei montatori pazzeschi. Era cinema”.

 

Hai fatto fatica a cambiare?

“No. Anche loro pensavano che il passaggio sarebbe stato molto lento, invece Le Iene si sono confermate la palestra eccezionale che sono. Anche per i servizi più banali, quelli con la truffa pseudo erotica del tizio che offre lavoro e poi chiede sesso orale, devi fare in modo di essere lì mentre questo fa ciò che lo accusano di fare. Se c’è una vendita clandestina, devo filmare lo scambio di soldi. Devi andare al fondo della questione, che sia la guerra in Siria o un racket di lavatrici”.

 

Un servizio che ricordi?

“Uno dei pezzi che ho fatto per loro è stato sulla storia di Lidia, una donna cubana il cui marito, bosniaco, aveva rapito il figlio, Ismael, per portarlo in Siria. Santoro mi disse di guardare un film, Philomena, dato che si trattava di una storia simile. Lo guardo”.

 

E ti ispira.

“Subito. È la storia di una madre che si mette alla ricerca del figlio dopo 50 anni dalla sua nascita. Ho pensato: questo è un format. Da lì mi viene l’idea di Cacciatori”.

Pablo Trincia - The Twig Magazine

Solo da lì? O in qualche modo avere la madre di un’altra nazionalità rispetto alla tua, e crescere in un paese diverso da quello in cui sei nato, ha influito?

“Sì, assolutamente. Verso i vent’anni ho anche vissuto una mezza crisi d’identità. In realtà non mi sono mai posto questa domanda, ma credo che le nostre scelte dipendano sempre da qualcosa di latente nel nostro vissuto. A me è sempre piaciuta l’idea della ricerca: immagina di dover trovare il numero di telefono della signora sul balcone lì di fronte da qui, senza muoverti. È stimolante, capisci?”.

 

Tu vai molto forte anche sul web: i tuoi reportage per Fanpage, dagli Zombie di Nairobi alla droga di Praga, sono eccellenti. Pensi che il futuro sia lì?

 

“Fanpage ha una piattaforma, Youmedia, di estrema qualità. Hanno tre redazioni fisiche, moltissimi videomaker, il girato è ottimo. Ho deciso di puntare su di loro anche perché sono tutti ragazzi giovani. Hanno occhio, hanno fatto crescere i Jackal. Guardano al futuro, al web, hanno dei numeri altissimi”.

 

E sei andato alla grande.

“Quando mi hanno proposto la rubrica non mi aspettavo tanto successo: Zombie di Nairobi ha registrato milioni di visualizzazioni, anche perché l’avevo realizzato in più lingue. È diventato virale in Québec. In Mongolia, Indonesia, Messico, Estonia, Nepal. La diffusione sul web è pazzesca, ineguagliabile. Ha anche sfatato il mito che su internet funzionino solo le cose brevi. Se una cosa ha ritmo, che è il confine tra il bene e il male, la gente si ferma a guardarla”.

 

Stile Iene.

“Esatto, Le Iene è una scuola di ritmo. Il brand fa la metà del lavoro, ma se ci fai caso nelle interviste la gente non respira mai. Sono tagliate al frame perché l’obiettivo è farti passare il concetto nel minor tempo possibile. Non devi dare la possibilità alla gente di annoiarsi o distrarsi, neanche per quel secondo che serve a cambiare canale”.

 

Tenere alta l’attenzione, quindi.

“Sì, ma non ad ogni costo. Molti, nel nostro campo, commettono l’errore di stare attenti solo a quello che dicono e non a quello che arriva. Se a te non arriva esattamente ciò che io intendevo dire, ho sbagliato”.

 

Ti è mai capitato?

“No, perché ci penso sempre. Ad esempio, per realizzare il servizio a Praga sulle metanfetamine, io le ho provate. Ci siamo posti il problema: arriverà il messaggio sbagliato? Ma poi realizzi che è tutta questione di come dici le cose. Se dopo averla provata mi fossi messo a dire “wow che figata lo sballo” probabilmente sì, sarebbe passato il messaggio sbagliato. Se invece dici “ok, l’ho provata. Succede questo, questo e quest’altro, non fatelo” è diverso”.

 

L’hai provata.

“Sì, l’ho fumata. È sempre quel concetto del “fare un passo in più”. Di pezzi sulle droghe ormai ce ne sono a milioni, si finisce col raccontare più o meno sempre le stesse cose, dallo stesso punto di vista. Anche a Nairobi avevo provato quella roba tremenda con la colla”.

 

Com’è stato?

“Uno schifo. Esattamente come ho raccontato: ti senti carico, figo e onnipotente. Non è che vedi i draghi, semplicemente non senti la stanchezza. Ed è proprio perché la sensazione è figa che quella droga è pericolosa”.

 

A tutto ciò segue un momento di down?

“Sì, ma non l’ho sentito, probabilmente perché non ne ho fumata abbastanza. Avendo provato nella mia vita solo hashish ed erba non ho voluto esagerare: il punto non era strafarmi, ma provare a comprenderne gli effetti. Ho sentito molto all’inizio, ma ero in modalità operativa, non festaiola. Il giorno dopo stavo benissimo, pronto per continuare a girare”.

 

A proposito di modalità. Come fai a rimanere impassibile davanti a scene spesso strazianti?

“La cosa brutta di questo lavoro è che ti toglie molta sensibilità. Ti abitui. Ricordo un episodio in particolare. Ero stato con Fubini [Marco, autore alle Iene] in Russia per realizzare il servizio sulla Krokodil. Entriamo in questa casa orribile, un contesto di degrado totale. Usciamo da lì e la prima cosa che ci viene da pensare è che il pezzo sia entrato, sia riuscito, che i costi aziendali sostenuti per noi non siano andati in fumo. Che non è normale, dato che eravamo appena venuti via da uno scenario di morti viventi”.

 

Il che ti ha fatto pensare?

“Molto. Sicuramente in parte è autodifesa, non puoi lasciar entrare tutta la merda che vedi o non ne esci più. Tanto fa anche la componente di narcisismo presente nel nostro lavoro – che chi nega di avere è un bugiardo totale – ma il risultato è che quasi più niente ti riesce a toccare”.

 

Quasi?

“Ci sono stati momenti in cui mi sono lasciato andare. Quando mi sono occupato dell’ebola per Servizio Pubblico è capitato che vedessi il corpo di un bambino avvolto in un sacchetto, bianco, morto. Lì zero empatia, pensavo a come filmare. Poco dopo andiamo nella tenda di Emergency e vedo un bambino, vivo, sui cinque anni, che si lamentava del dolore, a cui erano morti sia il padre che la madre. Ci ho visto mio figlio. Sono scoppiato”.

 

Unica volta?

“No, mi è successo anche di recente, nell’occuparmi di una storia orribile, ancora top secret, per una serie top secret, in formato top secret”.

 

Zero anticipazioni?

“Ci lavoro da molto ma non c’è ancora niente di ufficiale. Posso dire però che lo strumento del podcast, l’audio in generale, sia molto più efficace di quanto si pensi”.

 

L’audio?

“È un mercato ancora molto in stato embrionale, soprattutto in Italia. In America ovviamente no. Hanno creato anche un’app, dove vengono pubblicati i podcast top ranked, di qualsiasi fonte e categoria. Per me è diventata una droga. Mi sto ascoltando The history of english podcast, 90 puntate da 40 minuti l’una. Sono impazzito”.

 

Gli effetti collaterali si sono già manifestati?

“La cosa bella è che non ti vincola a un luogo fisico, né allo stare fermo davanti a uno schermo. Puoi ascoltarli mentre sei in giro, guidi, vai in metro, cucini, mentre fai la spesa no perché ti devi concentrare sulla spesa e se sbagli so’ cazzi. In più lascia spazio all’immaginazione. Senza contare che c’è un lavoro di sound design pazzesco dietro. A seconda della storia puoi ricreare i rumori degli anni ’90, dal modem che si connette a internet al film che c’era in televisione quel giorno del 1997”.

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Dalla ricerca di Cacciatori, al racconto da insider di Lupi, al tema sociale di Mai Più Bullismo. In quale ruolo ti vedi di più?

“In tutti e tre. Sono tutte cose che mi coinvolgono o che in qualche modo mi toccano. Non sono stato una vittima di bullismo – o meglio, sì, ma era di una pesantezza più fisica che psicologica – ma mi piace sperimentare nuovi format e linguaggi. Continuamente”.

 

Non hai mai pensato di lavorare all’estero?

“Quando era il momento ho messo su famiglia, non avrei mai potuto allontanarmi definitivamente. Magari un giorno lavorerò all’estero. Ma se andassi adesso a Londra, per dire, dovrei ripartire da zero. Forse altrove avrei avuto più possibilità, forse no. Un programma come Le Iene, che va così tanto dentro le cose, a volte troppo dentro, durante il quale rischi di prenderle o peggio, nel mondo non esiste”.

 

Hai mai avuto paura?

“Solo in Siria. Un po’ anche durante il pezzo sull’ebola, ma è stata una parentesi molto breve e dovuta al fatto che mi fosse venuta la febbre. Molto anche quando andavo a fare le microcamere, mi saliva un’ansia pazzesca, anche per le truffe più stupide”.

 

Avere così tanti progetti dall’esito non prevedibile ti stimola o ci sono momenti in cui ti crea preccupazione?

“No, mi stimola. Qualsiasi progetto io intraprenda, comunque vada a finire sono contento di averlo fatto. Sì, è rischioso, ma rischiare è necessario. Se vuoi stare tranquillo ti fai assumere in una redazione. Io ho duemila idee ogni giorno, non riuscirei mai a smettere e fermarmi. Scrivo, propongo, piace? No, cambio. Riscrivo, ripropongo, piace? No, cambio. Piace? No, vaffanculo”.

 

Ricevi porte in faccia ancora oggi?

“Ma un sacco. Pensavo che in futuro sarebbe cambiato qualcosa, invece anche oggi succede che vai da X, proponi una cosa, la realizzi, la fai vedere, mandi una mail per chiedere un feedback e niente, manco ti rispondono. È proprio un discorso di educazione, correttezza e professionalità, non perché sia io. Io non sono niente, sono zero, se domani sparisco dalla televisione non se ne accorge nessuno. Magari mi incontrano per strada e mi dicono “ah, tu sei quello che faceva Le Iene”.

 

È un’etichetta che rimane molto addosso?

“Sì, ma è un’etichetta piacevole, motivo di orgoglio. Poi ad esempio quando è andato in onda Lupi sono diventato per tutti “quello di Lupi”.

 

Sarà che leggono l’anello. Sull’altro invece cosa c’è scritto?

“Nostro amore, nostra vita. Pablo, Debora, Sebastian, Yasmine [la moglie e i due figli]. Oltretutto da quando ho chiamato mio figlio Sebastian è diventato di moda. Ora lo chiamano tutti Sebastian”.

 

Ma invece insegnare le lingue non ti sarebbe piaciuto?

“Lascia stare. Moltissimo. Ho appena finito di scrivere un format proprio su questo, una cosa video, non dico niente per scaramanzia”.

 

Sei un ricettacolo di idee. Non ti si può noleggiare, anche a fini motivazionali?

“L’importante è cercare di divertirsi. Sempre. Dove divertirsi significa non essere mai uguali a se stessi. È il mio incubo peggiore. Riguardavo il video di Praga e mi sono incazzato perché ho usato forme ed espressioni già utilizzate altre volte. Che è normale, se hai una certa forma mentis non puoi stravolgerla. Ma la chiave è cercare di essere sempre originali rispetto a ciò che si è fatto fino a quel momento. Se no cheppalle”.

 

Capita anche scrivendo.

“Quando ero in redazione mi stufavo da solo. Leggevo frasi e pensavo “questa l’ho usata almeno altre ottanta volte, checazzo”. Quindi mi impegnavo ogni volta a inventarmi un modo nuovo di dire quella stessa cosa o far passare quello stesso concetto. È faticoso, sì, ma ti permette di mantenere sempre in vita i neuroni”.

 

Che è fondamentale.

“Sì, perché è quella cosa che poi ti fa produrre idee, e trovare ispirazione anche nelle cose più banali. Questo mondo e questo lavoro sono pesanti, quasi mai meritocratici, instabili, senza sicurezza economica. La gente non ti risponde, articoli pagati una merda. Se nel viverli non ti diverti e non investi su te stesso, reggere è impossibile”.

 

Anche perché poi c’è chi se ne approfitta.

“Assolutamente. Una volta, mentre ero a Calcutta in India, un giornale mi ha proposto di andare in Pakistan, a mie spese, quando Benazir Bhutto [politica pakistana, per due volte primo ministro] era tornata nel Paese dopo l’esilio. Ho chiesto se almeno mi pagassero l’aereo, qualche spesa, qualcosa. Mi dicono di no, che tanto ero vicino. Vicino 5000 chilometri. Pazzesco”.

 

Ma se devi andare in vacanza dove prenoti? Qualcosa come Assisi, per compensare.

“Mi piace andare al mare. Questo lavoro ti permette di viaggiare moltissimo, vedi tantissimi paesi diversi ma la cosa brutta è che non ti riesci a godere niente. Sono stato in Etiopia per Cacciatori, e non l’ho mai guardata”.

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Hai del tempo libero?

“Sì, ma quando passione e lavoro coincidono lo occupi lavorando. Per me tempo libero è ascoltare podcast, cercare reportage, imparare lingue, lavorare sulle mie idee”.

 

Com’è che tutti hanno scritto un libro e tu ancora no?

“Non so. È che non avrei…”.

 

Se dici “nulla da dire” me ne vado.

“In realtà sì. Cioè, su cosa mi faresti scrivere un libro? Mi ha contattato una casa editrice qualche tempo fa, ma io sono uno che lavora sui contenuti. Se c’è una storia o un’inchiesta da scrivere, sì. Se c’è da scrivere stocazzo perché mi chiamo così, no”.

 

Non ti piace scrivere?

“Sai che in realtà no. È più semplice rispetto a montare video o audio, ma lo farei solo con la certezza che abbia un senso, che possa rendere in qualche modo. Se non avessi proprio nient’altro da fare, ecco”.

 

Avresti dei modelli, nel caso?

“Il primo in assoluto è In cold blood, Truman Capote. Se domani dovessi scrivere un libro farei così. Ricostruirei minuto per minuto ciò che è successo in un determinato periodo, portando testimonianze di ogni tipo. Dovrebbe essere qualcosa di stimolante, ma per me al centro della scena c’è sempre il contenuto. Io posso essere accanto a te per portatici dentro, ma non sarò mai il punto centrale”.

 

Meglio leggere, quindi?

“Meglio ascoltare. Faccio molta fatica a trovare il tempo, e forse sono anche troppo pigro, ma ho quasi disimparato a leggere. Mentre ascoltare mi intrippa moltissimo. Adesso sono alle prese con questa miniserie americana, Hardcore History, del giornalista americano Dan Carlin, sulla prima guerra mondiale, durata totale: 23 ore. Con lui che parla e basta. Cambiando al massimo un po’ intonazione della voce quando riporta dei documenti. Me lo sono divorato. E a me non fregava niente della ricostruzione della prima guerra mondiale”.

 

Rapito dal podcast.

“Mi ha completamente acceso. Mi ha quasi cambiato la vita. Se oggi mi offrissero uno stipendio medio, di quelli che ti ci paghi il mutuo, forse metti via qualcosina ma non ti ci compri la casa al mare, per produrre solo contenuti podcast, senza andare mai più in video, firmerei col sangue. Qui, ora”.

 

Ce la faremo in Italia, ad apprezzarlo?

“Non penso e non pretendo che in Italia esploda come è successo in America. Ma mi piacerebbe iniziasse a farsi conoscere. La mia idea è quella di aprire una piccola casa di produzione, che produca solo contenuti audio, di qualsiasi tipo (non per forza pipponi da 24 ore l’una). Dopodiché lo piazzi in sindication, vendendo la serie a un certo numero radio su tutto il territorio, e dopo una settimana lo metti online a disposizione di tutti. Non ho ancora studiato il modello e non so se possa funzionare, sono una chiavica in questo. Ma è un’idea”.

 

A proposito di idee e di storie al centro di tutto. Chi sono i tuoi tre nomi?

“Il primo è Abdulkhadir. Un senegalese che ho incontrato per strada a Roma. Uomo saggio e meravigliosamente profondo. Vende accendini. Il secondo è Vincenzo Vetere, vittima di bullismo dai 6 ai 18 anni. Splendido, davvero una cara persona, ti apre un mondo. Il terzo è Emilio Casalini, giornalista di Report. Amico fraterno, ma anche una delle persone più intelligenti che conosca, con un’idea bellissima su come valorizzare l’Italia nel mondo. È pure un figo della madonna, se fossi gay gli farei stalking”.

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