Pablo Trincia, non essere mai uguale a te stesso

Nasci a Lipsia, in Germania, da padre italiano e madre iraniana. Hai il nome del celebre poeta cileno Neruda. Ti trasferisci a Milano, ancora piccolo, con la famiglia. Studi lingue e letterature africane alla School of Oriental and African Studies di Londra. Insomma, se qualcuno avesse ancora dei dubbi nel classificarti tra i più internazionali dei cittadini del mondo, sarebbe un pazzo.

E invece per te non è abbastanza, perché il mondo, quello che sembra averti ormai proclamato suo ambasciatore, tu lo vuoi girare e raccontare in tutte le sue declinazioni, popolazioni, sfaccettature e culture. Impari e parli più di 30 lingue. Ti districhi con una (apparente) facilità disarmante tra la carta stampata, la televisione e il web. La Stampa, il Venerdì di Repubblica, Panorama, Vanity Fair e tante altre testate sono il tuo trampolino di lancio. Le Iene la consacrazione. Lupi, Mai Più Bullismo e Cacciatori la sfida per la maturazione.

 

Sempre con un occhio rivolto all’America, da cui cerchi di captare nuovi trend, format e strumenti di lavoro all’avanguardia, per portarli in Italia prima di tutti. Il tuo rapporto viscerale con la telecamera, che non usi come mezzo per comunicare con lo spettatore, ma come appendice del tuo corpo, per prenderlo per mano e portarlo al tuo fianco in qualsiasi posto tu sia. Tra le bombe in Siria, tra i tossicodipendenti del Kenya o i malati di Ebola in Sierra Leone.

 

E non c’è poi troppo da meravigliarsi se noi la prima intervista del terzo twig decidiamo di farla con te, Pablo Trincia.

La tua storia è particolare fin dalle origini: innanzitutto, non sei nato in Italia.

“No, in Germania Est. Da padre italiano e madre persiana. Mio padre studiava germanistica a Roma, e a 21 anni aveva vinto una borsa di studio: due posti disponibili proprio in Germania dell’Est. Mia madre viveva lì perché è figlia di esuli del partito comunista in Iran che erano scappati all’epoca dello scià, arrivando prima in Russia e venendo poi dirottati in Germania”.

 

E poi diventi milanese.

“Quando avevo quattro anni mio padre trova lavoro a Milano e ci trasferiamo qui. I miei nonni materni tornano in Iran: c’era stata la rivoluzione, volevano continuare a fare attività politica”.

 

Tua madre li ha mai raggiunti?

“No, mia madre non è mai stata in Iran. Mio nonno è finito in carcere, è stato torturato ed è morto lì, mia nonna per un tumore: è stato un periodo drammatico, mia madre in un certo senso ha voluto chiudere con quel Paese”.

 

Pensi che il melting pot genetico che ti caratterizza abbia influenzato sulle tue scelte successive?

“Sicuramente sì. Considera che mia madre parla quattro lingue, mio padre dopo la Germania ha lavorato in Unione Sovietica e imparato anche il russo, sentivo parlare il farsi dai parenti persiani. Sono nato parlando tedesco con qualche accenno di italiano: a tre anni [imita l’accento tedesco] parhlavo cozì”.

 

È una cosa inquietante.

“C’è un audio di me, a tre anni, che canto Cocciante. Con l’accento tedesco”.

 

Stupendo. Bella senz’anima?

“Esattamente. E adezo spoliatiii…”.

 

La meraviglia del sangue misto.

“Che è una cosa più diffusa di quanto sembri. La vera differenza la fa il modo in cui ti crescono. I miei mi hanno sempre stimolato molto: leggevo libri di mitologia cinese, a otto anni passavo le giornate ascoltando i Raccontastorie, una forma primordiale di audiolibro. Mi hanno aperto la mente così tanto che oggi faccio ascoltare quelle stesse cose ai miei figli, anche se registrate orribilmente dalla cassetta a YouTube”.

 

Con loro in che lingua parli?

“No, in italiano. Lascio a loro la scelta. Insegno loro qualche canzoncina, sanno cantare Malaika [una canzone d’amore keniota, la più celebre in lingua swahili], ma le lingue sono qualcosa che va coltivato solo se ti piace. E poi t’immagini la scena di me che li sgrido in swahili? Ehi, haya, fika hapa… Mi prendono per scemo”.

 

In effetti. Ma a te dove hanno portato, tutti quegli stimoli pre-adolescenziali?

“A 17-18 anni volevo lavorare nelle Ong. Avevo fatto un’esperienza di volontariato in Tanzania, e ne ero rimasto totalmente affascinato. Quando finisco il liceo decido di iscrivermi a Scienze Politiche, che mi sembrava la cosa più vicina a ciò che avrei voluto fare”.

 

Vicina ma non vicinissima.

“Per niente. Dopo qualche tempo mio padre, che conosceva un’economista basata a Londra, mi suggerisce di andare a studiare lì. Ci facciamo arrivare a casa una brochure della UCAS con tutti i corsi. Ma a me in realtà non fregava niente, oltretutto a studiare facevo schifo”.

 

Del tipo?

“Un disastro, bocciato al liceo (ho fatto il Manzoni, liceo classico), avrebbero dovuto bocciarmi anche l’anno della maturità e tutt’ora mi chiedo come mai non l’abbiano fatto. Non mi piaceva, non mi applicavo. Un disastro”.

 

Sicuramente perché nel frattempo coltivavi altri nobili interessi.

“Macché, magari. Ero un cretino. Oltretutto non avevo neanche professori che mi stimolassero o mi facessero appassionare agli studi, cosa che reputo tutt’oggi fondamentale. Pensa che c’è gente che mi scrive “ho visto un tuo servizio e ho cambiato il corso di laurea”.

 

E tu?

“Voglio morire, dico “ma sei fuori?”. Però poi penso che sia la stessa cosa che è successa a me quando verso i vent’anni mi sono messo a leggere Terzani, e penso che per tutti ci siano dei momenti precisi della vita in cui si entra in contatto con qualcosa ce la cambia”.

 

Un po’ come te con la brochure.

“Sì, inizio a sfogliarla pensando “o c’è qualcosa simile ad african studies o niente”. A un certo punto leggo: School of Oriental and African Studies. Avviso i miei: vado a Londra”.

 

E parti.

“Sì, oltretutto all’epoca costava pochissimo, qualcosa come mille sterline all’anno, le classi erano piccole e la qualità alta. Inizio con African studies and development con l’idea di fare application per andare a lavorare all’Onu o in qualche istituzione simile”.

 

E ti piace.

“Moltissimo. Il corso ti obbligava a scegliere una lingua africana da studiare: opto per lo swahili, che già conoscevo, il cui suono mi piaceva e che era parlato in una regione dell’africa orientale che mi affascinava molto. Era l’epoca in cui sognavo di andare a vivere in Kenya, ero ancora meravigliosamente allucinato e sognante”.

 

Con lo swahili entri in un circolo vizioso.

“L’anno dopo mi trovavo a Zanzibar, in un cinema. Guardo questo film in hindi e subito penso “oddio che meraviglia l’hindi”. C’era un corso opzionale da scegliere, mi butto senza pensare su quello. Lì ho iniziato a capire che la mia passione per le lingue era anche un’inclinazione naturale”.

 

Ma decidi di coltivarla in Italia.

“La mia attuale moglie e allora compagna aveva trovato lavoro in Italia, quindi la raggiungo e inizio a mandare in giro un po’ di curriculum: Emergency, altre Ong. Ero convinto che con questa cosa degli studi a Londra e delle lingue avrei spaccato tutto. E invece non mi s’incula nessuno”.

 

Zero?

“Zero. Durante il colloquio a Emergency mi dicono “sì, tutto bello ma sai, non hai esperienza”. E te credo, sono anche nato due giorni fa. Al che un amico, che lavorava proprio in Emergency, mi dice che l’associazione stava aprendo un giornale, Peace Reporter. C’era da creare la redazione da zero, la cosa mi convince e decido di iniziare”.

 

E ti appassioni.

“Sì, perché dalle traduzioni inizio a seguire l’Africa in senso più ampio. Però lì imparo la mia prima, vera lezione di vita. Una cosa che mi porto dietro ancora oggi”.

 

Ovvero?

“Era un giornale un po’ improvvisato, fatto da ragazzi, con un vicedirettore un po’ orso – con orso intendo cagacazzi ma di quelli da cui puoi solo imparare, e tanto. Un giorno gli porto un articolo, lui lo legge e mi dice: “Sì, è scritto bene. Ma non c’è niente di tuo. Non hai fatto una telefonata, non hai parlato con nessuno. Hai messo insieme delle agenzie, e l’hai fatto bene, ma niente di più”.

 

Tac.

“Da quel momento mi impongo che qualsiasi cosa scriva debba necessariamente arricchirla con un mio contributo”.

 

E inizi a farlo.

“Realizziamo delle cose bellissime, mi mettevo a chiamare gente in Congo a orari improbabili. Emblematico è un episodio che ha seguìto lo tsunami del 2004 alle Maldive. A 9 giorni di distanza da quel giorno ripescano un uomo sopravvissuto per essere riuscito a rimanere aggrappato a un tronco. Al che sento un mio collega e gli propongo: “dai, lo intervistiamo”.

Pablo Trincia - The Twig Magazine 

E lui ti segue entusiasta.

“No, mi dice “che cazzo chiami, il telefono sul tronco?”. La cosa però mi motiva ulteriormente. Inizio dalle cose che so: era stato ritrovato in una città Indonesia. Mi metto a pensare che probabilmente fosse in ospedale, che gli ospedali di quella città dell’Indonesia non fossero poi così tanti, che in effetti erano due. Chiamo prima uno e poi l’altro, chiedo di lui e a una certa me lo sento passare al telefono da un infermiere”.

 

Intravedo il reporter di oggi in stato embrionale.

“Mi sono reso conto che lavorare così è divertente. Hai uno scopo, qualcosa da cercare, non sei alla scrivania a riportare ciò che hanno già detto altri. Dopo un anno e mezzo me ne vado, e inizio a fare il freelance per la carta stampata. Un po’ come voi insomma. Vai in giro, scrivi, fotografi, proponi gli articoli, cerchi di venderli, non ti s’incula nessuno”.

 

Hai davvero preso così tante porte in faccia?

“Non hai idea. Che è un’esperienza assolutamente formativa, gli schiaffi servono molto più delle carezze”.

 

Non c’è mai stato un momento in cui hai pensato “ma chi me lo fa fare, mollo tutto”?

“Sì, c’è stato. Ci sono stati questi tre anni, dal 2005 al 2008, in cui mi sono realmente chiesto perché lo stessi facendo. Collaboravo con La Stampa e scrivevo anche un sacco per loro, ma mi sentivo tutto fuorché felice o realizzato. Non ci vedevo una prospettiva. Poi nel momento in cui mi hanno proposto una sostituzione estiva, che è lo step precedente l’assunzione…”.

 

[dà un morso al toast, esita]

 

Hai accettato subito.

“[appoggia il toast, riproduce un gesto molto eloquente con mano destra e gomito sinistro] …Li ho mandati a cagare. Ero a Capo Verde, stavo facendo una marchetta, mi chiamano per chiedermi se fossi interessato e senza esitazione rispondo: “Sai che c’è? No grazie”.

 

Ah.

“E infatti loro ci rimangono. Ma ero letteralmente esasperato. Poi sai, io sono cresciuto leggendo i giornali americani, che hanno un approccio completamente diverso: la storia prima di tutto, non uno scrivere tanto perché si sa scrivere o per creare titoloni da clickbaiting. C’è un terremoto? Benissimo, io parto dalla tua storia, su cui allargo e stringo, ma lasciando al centro qualcosa di concreto”.

 

Cosa che in Italia è piuttosto rara.

“Non lo fa e non lo faceva nessuno, non avevano voglia e se provavi a farlo tu non veniva neanche apprezzato. Anche per questo ho rifiutato quell’offerta: sarei finito a ingrigirmi in una redazione facendo tutto tranne ciò che avrei voluto fare. Quindi mollo. Me lo ricordo ancora: ero all’Esselunga di Buccinasco”.

 

Grande luogo d’ispirazione per molti.

“Esattamente. Guardo mia moglie e le dico che mi sono rotto le palle, e tiro fuori un’idea che avevo da sempre: quella di imparare l’arabo”.

 

A Milano?

“In Yemen, dove ero già stato per lavoro. Ho pensato che sarei andato lì, lavorando magari come interprete, fanculo il giornalismo. Sarei andato lì e avrei imparato l’arabo”.

 

Immagino tua moglie fosse felicissima all’idea.

“È una donna meravigliosa, mi ha sempre supportato e consigliato, mi diceva di non farmi mai alcun problema. Se non che una sera vedo alle Iene un servizio di Luigi Pelazza”.

 

Grandissimo.

“Inizio a seguire un po’ tutti i suoi servizi: mi piacevano, erano belli incazzati, d’impatto. Ce n’è stato uno a colpirmi in particolare, sui profughi afghani in Grecia. Ero sul divano con mia moglie e lei mi dice “queste sono cose che potresti tranquillamente fare anche tu”.

 

Tac.

“Prima di partire per lo Yemen – mi ero già informato sulla scuola d’arabo, sui voli, sulla stanza da affittare, sugli ultimi soldi che avevo e che avrei speso per quello – prendo appuntamento con Parenti”.

 

E lui ti accoglie.

“Era gennaio, lui era nel suo ufficio, al buio, che parlava al telefono con qualcuno. Mi vede entrare, stacca un secondo il telefono dall’orecchio, mi guarda e mi dice “dimmi tutto”.

 

Giusto per non metterti fretta.

“Gli dico di finire la telefonata, gli spiego cos’ho fatto e cosa faccio, gli propongo anche un servizio, dato che presentarsi a mani vuote è giustamente vietato”.

 

E lui rimane estasiato.

“Come no. Mi smonta in due parole dicendo che loro fanno televisione, che le cagate che fanno i giornalisti non interessano. Ci andò giù pesante”.

 

Al che?

“Al che penso che tanto la mia intenzione era partire per lo Yemen, che di quel colloquio mi interessava poco e niente, che quasi speravo mi dicessero di no, e che da quella stanza me ne sarei quantomeno dovuto uscire in modo glorioso”.

 

Ah.

“Quindi metto i gomiti sul tavolo e gli dico: “Senti, io sono bravo. Ok? Sono molto bravo in quello che faccio. Se mi vuoi dare una chance, bene. Altrimenti tanti saluti e grazie, io parto”.

 

E Cologno implode.

“Me ne torno a casa con una sensazione bellissima addosso, mi ero tolto un peso, l’ultimo forse, che potessi togliermi”.

 

Fantastico. Potevi partire.

“Sì, peccato che il giorno dopo mi arriva una mail da un autore delle Iene che mi dice che Parenti gli aveva detto di incontrarmi”.

 

Così torni in redazione.

“Mi accoglie il direttore di produzione con un “ciao, grande! Dai, andiamo a provare il vestito”.

 

E tu eri pronto.

“Il vestito? Quale vestito? Nel giro di otto minuti mi ritrovo circondato da sarte che commentano la lunghezza della cravatta, con me in uno stato di trance totale. Ma capisco il meccanismo e parto”.

Pablo Trincia - The Twig Magazine

Qual è stato il primo servizio?

“Avevo fatto amicizia con i finanzieri del Goa di Catanzaro, che fanno antidroga. Avevo chiesto loro di chiamarmi quando ci fosse stata un’operazione”.

 

Andò bene?

“Sì, la proposta era piaciuta e fu un bell’esordio. Calcola che loro hanno fatto tutto. Qualunque cosa gli proponi è già stata fatta dieci volte. Sono in onda da vent’anni, puoi immaginare. Quindici servizi a sera, più di venti puntate all’anno”.

 

Una bella palestra.

“Ti insegna tantissimo. La carta stampata, con tutto il rispetto, è… [mima la scrittura sulla tastiera] “è passato un aereo” [scrive] “una signora anziana attraversa la strada” [scrive] “potrebbe iniziare a piovere” [scrive]”.

 

Lì no.

“Quando capisci come funziona sei talmente gasato e motivato che non potresti mai tornare a fare altro. Non hai tempo da perdere, non puoi andare nelle piazze a intervistare la gente che insulta gli immigrati. Devi entrare nelle storie. Io poi sono uno che lancia il sasso laggiù in fondo e deve ad ogni costo superarlo. Per me era estremamente stimolante”.

 

La cosa più difficile?

“Creare un meccanismo narrativo. Richiede creatività, un pensiero. Non basta una mera descrizione. Non basta “lì ci sono gli immigrati”. Lì ci sono gli immigrati e quindi? Cosa facciamo? Come lo raccontiamo? Cosa gli diciamo? C’è un intervento autoriale, devi trovare la chiave con cui raccontare la realtà, facendo molta attenzione a non stravolgerla. Non devi mai dimenticarti che indossi un vestito con un peso specifico”.

 

E che sei in video, e che devi intrattenere.

“Sì, per me poi quella era la prima esperienza in video. Non sapevo neanche la differenza tra autore e inviato, i redattori neanche c’erano, non sapevo un cazzo. Sono entrato come inviato ma proponevo spesso i pezzi a Davide in prima persona. Funziona tutt’ora così: lui lo approva, tu esci con il tuo autore, lo giri, lo monti, riporti a Davide, entra, bene, non entra, porca troia, niente soldi, pensiamo al prossimo”.

 

C’è dietro molto.

“Poniamo il caso che io debba aspettare te, che sei una truffatrice, per farti un agguato. Non è che ti metti lì di fronte a casa e punto. Devi guardare quante uscite ci sono, c’è un parcheggio, e se esce con la macchina, non c’è posto, dove ci appostiamo, qui ci vedono. Sei praticamente la CIA. A volte capita che non hai la foto, l’hai visto una volta per sbaglio, e finisce che vai a braccare una persona che poi non era quella che stavi aspettando e che giustamente ti ricopre di insulti”.

 

Hai avuto qualche mentore?

“Davide. Lui segue molto tutto ciò che viene fatto. Ci scontravamo spesso, ci litigavo, anche se in modo bonario, per le proposte che a lui non piacevano e a me sì. Era sempre un “dai Pablo, chi cazzo se ne frega di questo – dai Davide, non rompere i coglioni – va bè, fate come cazzo vi pare”.