Claudio Pelizzeni, il mio giro del mondo in 1000 giorni senza aerei

Quante volte vi è capitato di pensare che la vita che state vivendo non è quella che avete sempre desiderato? Quante volte siete andati a un passo dal mollare tutto per rincorrere i vostri sogni e le vostre passioni? Quante volte siete poi rimasti fermi?

 

Sabato 11 febbraio 2017, ore 11.00. Stazione ferroviaria di Piacenza.

 

Al binario 4 è in arrivo il treno regionale proveniente da Milano. A bordo c’è Claudio Pelizzeni, 35 anni. Sulla banchina, ad attenderlo, un gruppo di persone con striscioni, sorrisi e cuori palpitanti. Sono amici, familiari e sostenitori di Claudio, che tre anni fa ha deciso di lasciare tutto per rincorrere il suo sogno più grande: girare il mondo.

 

Sabato, 1000 giorni dopo la sua partenza, Claudio è tornato a casa. Tra gli abbracci dei genitori, i cori degli amici e le strette di mano dei conoscenti è arrivato nella sua Piacenza, pronto a cominciare un altro viaggio: quello che lo porterà a far conoscere a tutti il suo progetto Trip Therapy, basato sull’idea che il viaggio altro non è che una terapia per l’anima.

 

Noi lo abbiamo raggiunto telefonicamente, per farci raccontare ogni aspetto della sua esperienza. Questa la nostra intervista.

 

Claudio, spiegaci con le tue parole cos’è Trip Therapy e com’è nato.

“Trip Therapy è un progetto di testimonianza, nato dal mio desiderio di ricercare la felicità. Lavoravo in banca ma a un certo punto mi sono accorto di non essere più felice. Avevo sacrificato i miei sogni e le mie passioni a favore del lavoro. Così mi sono licenziato e dal momento che non avevo né una fidanzata, né figli, né animali domestici mi sono detto Se non parto ora non parto più”.

Ti ricordi il momento esatto in cui hai deciso di partire?

“Era il 27 ottobre 2013. A quel tempo ero un pendolare tra Piacenza e Milano. Stavo tornando a casa dopo una giornata di lavoro. Ero in treno. C’era stato un tempo orrendo tutto il giorno e a un certo punto ha smesso di piovere. Le nuvole nere si sono diradate ed è uscito un tramonto stupendo. È stato quel tramonto. In quel momento ho capito che avevo bisogno di cose vere, di cose tangibili. Quella che stavo facendo non era una vita vera, ma una realtà parallela”.

 

Così sei partito…

“Ho iniziato a cercare in rete le informazioni che mi servivano, ma le notizie erano molto imprecise. Così mi sono detto Lo faccio io e provo a dare questa testimonianza. Mi sono licenziato e sono partito”.

C’era qualcosa che ti spaventava?

“Le uniche due cose a cui ho dovuto pensare sono state i soldi e il diabete, da cui sono affetto da quando ho 9 anni. Ho provato a fare un piano low cost con 15 euro al giorno di spesa per vivere. In più, visto che credo che il viaggio sia una terapia per l’anima e che l’anima vada di pari passo con il benessere fisico, mi sembrava importante dare una testimonianza alle altre persone che come me convivono con questa malattia e magari hanno paura anche di andare a mangiare una pizza fuori con gli amici”,

 

Molti vivono il diabete come un limite, per te cos’è?

“Per me è un compagno di vita da quando ho 9 anni. Ho pochi ricordi di una vita pre-diabetica. Pe me farmi l’insulina è stato come allacciarmi le scarpe. Non l’ho mai vissuto come un limite. Certo, è una cosa di cui bisogna tenere conto, ma con la dovuta ragione e la dovuta testa si può affrontare e vivere una vita normale”.

Come ti sei organizzato con l’insulina per un viaggio lungo 1000 giorni in giro per il mondo?

“Prima di partire sono andato dal mio dottore per la classica visita trimestrale e gli ho illustrato quelli che erano i miei progetti. Gli ho detto di non provare nemmeno a fermarmi, perché tanto non avrei cambiato idea. Lui mi ha aiutato da un punto di vista logistico e organizzativo. Ho viaggiato sempre con una grossa scorta di circa 9 mesi di insulina, perché poi il vero problema è la data di scadenza”.

 

E dove le tenevi?

“Le tenevo riposte in una borsa termo protettiva, con mattonelle del ghiaccio. Ricoprivo le penne con la carta di giornale, perché anche quella è isolante, e, appena avevo l’occasione, le mettevo in frigorifero o le mattonelle nel freezer. Detto questo, poi, cosa che molti sottovalutano, l’insulina può stare anche a temperatura ambiente per 20 giorni, quindi non c’è l’esigenza effettiva di metterla in frigo ogni giorno. C’è gente che ha paura di portarsi fuori la penna due ore in tasca. Non è assolutamente così”.

 

Hai mai rischiato di rimanere senza?

“Quanto al rifornimento, quando alcuni amici mi venivano a trovare in giro per il mondo, gli chiedevo di portarmi l’insulina. Una volta, in Argentina, la stavo finendo. Ho cercato su Facebook un’associazione di diabetici di Mendoza, li ho contattati e loro mi hanno detto di andare da loro per raccontargli la mia storia. Mi hanno regalato tre mesi d’insulina. Alla fine il discorso può essere esteso a chiunque: i problemi vanno affrontati. Una soluzione c’è sempre”.

Prima di partire sul blog hai abbozzato una prima parte di itinerario. Come si programma un viaggio di 3 anni?

“La prima parte, che era anche la più difficile a livello organizzativo, era quella di arrivare in Australia senza aerei e andarsene da lì senza aerei. Quindi mi sono organizzato prima per questo step. Quando poi sono arrivato in America, i visti non erano più un problema: noi europei abbiamo i visti alla frontiera validi per 3 mesi in ogni stato. A quel punto ho dovuto solo organizzare la traversata dell’Atlantico e l’Africa. Ma ormai avevo una tale esperienza, che è stato un gioco da ragazzi”.

 

Il giro del mondo in 1000 giorni ha un senso, ma perché senza aerei?

“Prima una dovuta precisazione: a me piace viaggiare in aereo. Nella mia vita l’ho preso tante volte. Quando però ho preso la decisione di fare il giro del mondo, mi sono detto Non posso fare un viaggio del genere collezionando cartoline. Mi piacerebbe potermeli sudare i posti. Mi serve una regola. La regola è stata senza aerei perché, un po’ ispirato al libro di Terzani Un indovino mi disse, con un aereo si va da A a B, perdendosi tutto quello che c’è in mezzo. In realtà quando sono partito non mi rendevo conto di cosa volesse dire viaggiare senza aerei. Me ne sono accorto quando sono arrivato in posti totalmente dimenticati, in mezzo al nulla, in cui ero l’unico occidentale. Tutte sensazioni e situazioni che in aereo mi sarei perso. La condizione fondamentale ovviamente è avere tempo: se uno vuole fare il giro del mondo in 3 mesi l’aereo deve prenderlo”.

 

Sei partito pensando già a un viaggio lungo 1000 giorni?

“No, sono partito dandomi la regola del senza aerei. Poi, durante un’intervista, mi è stato chiesto quanto tempo ci sarebbe voluto e io ho risposto due anni e mezzo/tre. Il giornalista mi ha risposto Ah, quasi 1000 giorni, così ho fatto mia questa espressione e mi sono dato la scadenza a 1000 giorni”.

Passiamo alla parte economica, che di solito è quella che frena chi vuole fare anche solo un semplice viaggio. Quanto ti è costato il viaggio?

“Tra un po’ farò un post in cui dirò esattamente quanto mi è costato. Sono partito con un budget di 15.000 euro (con l’idea di spendere 15 euro al giorno per 1000 giorni), quando 15 euro valevano 19 dollari. Pochi mesi dopo ne valevano 16, quindi ho perso circa 3000 euro di budget. Per tutto il viaggio ne ho spesi circa 20.600. Ho sforato un po’, ma sono stato dentro una cifra abbordabile considerando che ho girato il mondo per tre anni. Consideriamo che quella è una cifra che si spende in 3 anni anche stando a casa”.

 

Tra i 20.600 spesi e i 15.000 preventivati c’è un gap non indifferente. Come l’hai sanato?

“In realtà sono partito con 12.000 euro. Sono una persona positiva ed ero convinto che sarebbero saltate fuori diverse opportunità in viaggio. Durante il viaggio ho lavorato, ho iniziato a fare video, i miei video sono stati scoperti da Licia Colò che ha iniziato a volerli nella sua trasmissione. Ho creato contenuti video anche per altri siti internet. Insomma, mi sono pagato tante escursioni con il mio servigio. In questo modo la differenza è saltata fuori”.

Avevi competenze in ambito multimediale?

“No, avevo solo una grande passione per il cinema. Non ho fatto altro che vedere qualche tutorial su Youtube e sono partito. È stato bello mostrare che anche uno che non è un professionista ce la poteva fare. Basta nascondersi dietro un dito, se si vuole fare una cosa la si deve fare”.

 

Hai mai avuto paura che tutto potesse essere un flop?

“Un sacco di volte. Fortunatamente, però, i miei follower mi hanno dato tanta energia. Sono stati subito tanti e mi hanno fatto capire di essere andato nella direzione giusta. Soprattutto nei momenti di sconforto: mollare avrebbe voluto dire far perdere la speranza anche a chi mi stava seguendo. Soprattutto dal punto di vista del diabete. Mi ha responsabilizzato molto”.

Cosa vogliono dire i social per una persona che girà il mondo per 1000 giorni da solo?

“I social vogliono dire condivisione. Io voglio vedere il lato bello delle cose. Sto ricevendo in questi giorni messaggi di gente che mi dice di aver viaggiato poco nella vita e con me gli sembra di aver girato il mondo. Non voglio essere d’esempio a nessuno o fare il professore, io voglio condividere questa gioia con altre persone, dare un messaggio positivo. È pieno di messaggi negativi da tutte le parti”.

 

Ci sono dei posti che senti di esserti perso durante il viaggio?

“Sì, mi sono perso in un certo momento in Argentina, a Buenos Aires. Venivo da tre mesi in Patagonia, immerso nella natura, e mi sono trovato in una città frenetica e sregolata. Lavoravo in un ostello e mi sono perso via”.

 

In che senso?

“Ho ceduto a certe debolezze e certi vizi. Però sono riuscito rapidamente a rialzarmi e a rendermi conto che stavo vivendo una realtà parallela. La comfort zone mi aveva riassorbito e, nonostante pensassi di avere una corazza forte, è stato un esame fallito che mi ha permesso di rimettermi in piedi. Sono partito e sono andato in Brasile, a San Paolo, a lavorare in un altro ostello e lì la zona di comfort non mi ha fregato, anzi! Mi ha messo nelle condizioni migliori per rimettermi in cammino, non perdere di vista i valori che avevo trovato e avere la consapevolezza che questa brutta esperienza mi aiuterà a non cadere una volta tornato a casa”.

Ci sono posti a cui sei più legato?

“Il Nepal e la Patagonia. In Nepal ho fatto un’esperienza di volontariato di tre mesi in un orfanotrofio. Da allora ho 18 fratellini in più. La Patagonia, invece, è la natura forte come piace a me. Ho vissuto tre mesi in tenda, facendo autostop, bevendo l’acqua dai ruscelli e pescando trote. Ho vissuto con tutto quello che la natura mi poteva dare”.

 

Ti sei mai sentito in pericolo?

“Mi sono beccato la Dengue (malattia infettiva tropicale, ndr) in Colombia. Tu sai che noi uomini con 37 di febbre deliriamo, pensa con 40. In quella circostanza mi è capitato di pensare che sarebbe finita. Per il resto mi sono sentito un po’ in pericolo in Brasile, perché la criminalità lì è molto violenta e con armi da fuoco. L’ansia di quei mesi in Brasile nel girare per strada ha condizionato un po’ il mio viaggio e il mio modo di muovermi. A me piace perdermi. Ogni tanto vado nelle città e non prendo nemmeno il telefono per non avere la tentazione di avere il gps e mi perdo volontariamente. In Brasile non ho potuto farlo”.

Come ti sei orientato durante il viaggio?

“Inutile negarlo, internet aiuta. Forse semplifica fin troppo l’arte del viaggiare, perché è un modo di intendere le cose diverso dall’andare in vacanza. Ti ammetto che è talmente facile che a volte accedevo a internet e mi orientavo. Anche se fondamentale è stato il passaparola con altri viaggiatori, che magari facevano la rotta opposta rispetto alla mia. Ci scambiavamo informazioni”.

 

Ne hai incontrati tanti di viaggiatori come te?

“Che facevano un viaggio intorno al mondo no. Però ho trovato tanta gente che dedicava un anno al Sudamerica, un anno all’Asia, sei mesi di qua, sei mesi di là. Gente che fa un viaggio intorno al mondo ne ho conosciuta solo attraverso blog e internet. Mai di persona”.

 

Com’erano le tue giornate?

“I trasferimenti lunghi sono sempre stati momenti di riflessione, quindi scrivevo. Spesso negli ostelli, la sera, montavo video o pianificavo la giornata successiva, ma a livello di spostamenti le grandi difficoltà sono stati gli oceani perché dovevo muovermi in grande anticipo visto che ci sono date da rispettare”.

In 1000 giorni avrai incontrato altrettante lingue e religioni…

“Di lingue oggi ne parlo bene 4 (italiano, inglese, spagnolo e portoghese). Delle altre so solo qualche parola. Le religioni, invece, le ho viste un po’ tutte”.

 

Quando sei partito quante lingue parlavi?

“Sapevo l’inglese. Non come ora, ma avevo una conoscenza ben superiore dell’italiano medio. Ora in inglese, spagnolo e portoghese addirittura penso. Anzi forse ho perso un po’ di italiano”. (ride, ndr)

 

Come ti senti ora che sei arrivato alla fine di questo viaggio?

“Mi sento in una lavatrice nella fase di centrifuga”.

 

Ne uscirai un po’ rintontito?

“No, magari bello, asciutto, pulito e profumato”.

Cosa ti è mancato di casa?

“Mi è mancata la mia famiglia, bere una birra con un amico o potermi anche solo confidare con qualcuno. Anche se impari bene una lingua, le parole che usi hanno sempre un significato didascalico, per cui a volte è difficile trovare anche solo una persona con cui sfogarsi. Ci sono stati momenti in cui avevo un disperato bisogno di aggrapparmi a qualcuno e potevo solo aggrapparmi a me stesso. Questo mi ha dato la consapevolezza di poter contare su me stesso, ma di non essere un’isola”.

 

Hai mai avuto momenti di sconforto?

“Sì certo, ne ho avuti. Quando sei in viaggio, le emozioni sono come le onde: nei momenti up sei in cima all’Everest, nei momenti down sei nella Fossa delle Marianne. È difficile mediare. In questo mi ha aiutato molto la meditazione vipassana, che avevo fatto in Nepal per riuscire ad essere equanime verso cose positive e negative”.

 

Qual è la prima cosa che farai una volta tornato a casa?

“Mi mangerò una pizza”.

Di tutto questo (social, libro, ecc.) cosa ne farai?

“Per ora speriamo che il libro vada bene. Mi piacerebbe continuare a raccontare e a fare video in giro per il mondo. Il mio è stato un investimento su me stesso, spero che questo mi possa dare opportunità per continuare nel mio percorso. È come fare un master: ormai sono un esperto di viaggi. Mi piacerebbe che questa mia competenza potesse essere messa a disposizione per progetti eticamente e culturalmente validi”.

 

Ultima domanda: il tuo sogno per il futuro?

“Costruirmi una famiglia”.

 

In Italia?

“Non è importante dove”.