Volfango De Biasi, dalla parte del cinema

 

L’industria del cinema ha un problema?

“Il primo è che le lobby politiche non chiudono i rubinetti alla telefonia. Il che implica che oggi ti dicano che con la nuova super fibra atomica del puffo marziano puoi scaricare un film da 2 giga in sei secondi. In più non puoi limitare la libertà della rete né il traffico internazionale: i server alle Cayman e San Marino si chiudono e si aprono, dei loschi figuri si arricchiscono con i clic sui film mondiali e la gente li ruba piena di letizia con frasi tipo “io mica je vojo dà dei soldi al film di natale” – e allora non te lo vedè, però”

 

Tutta colpa della pirateria, quindi.

“Dicono che la pirateria faccia il 10% del mercato. Secondo me fa almeno il 30%. Perché se non rubano il tuo film si guardano le serie tv. Se guardano le serie tv non vanno al cinema. È un circolo vizioso. Obiettivamente, andare al cinema con la famiglia anche un costo. Se c’è chi ti offre di poter vedere qualsiasi cosa tu voglia – Netflix, Sky, Amazon Prime – pur sempre pagando, accetti. Non hai nemmeno il vincolo dell’orario. Bisogna trovare il modo di rendere la visione un costo, non la sala”

 

Tu hai anche insegnato. Non manca, in Italia, anche un’adeguata formazione (di attori, registi, sceneggiatori)?

“No, perché da un punto di vista marxista ed economicistico la formazione avviene là dove gira il denaro, dove si fanno le cose. Non siamo un popolo di deficienti, abbiamo una storia: se l’Italia fa 500 film, tira fuori 20 Sorrentino. Se ne fa 50, tira fuori un Sorrentino”

[nota la mia faccia perplessa – è che sto pensando a Crozza e alla suora nana che fuma]

“Con Sorrentino intendo un regista che vende all’estero e che viene premiato. Piaccia o non piaccia, non può che essere un vanto per la cinematografia italiana. Stesso dicasi per Muccino, Tornatore, Garrone”

 

I tre natali successivi mi sforni una triade potente. Quale pensi sia il più riuscito, a prescindere dagli incassi?

“Sono tre discorsi diversi. Natale stupefacente voleva essere un punto di contatto. Un film familiare, comico, natalizio, con inserti però presi dalla cultura underground: il primo bacio gay in una commedia di natale (tra Montanari e De Filippis), una famiglia che alla cena della vigilia inconsapevolmente si droga, perdendo la testa e frammischiandosi come nella più classica delle pochade. Volevo creare delle contaminazioni”

 

Natale con Peppino di Capri, alias il boss?

“L’intuizione inziale è stata di Lillo&Greg, e mi ha permesso di tornare un po’ al mio piacere: situazioni noir, distorte, comiche, con il fantasma wildiano. L’equivoco in apertura [un boss mafioso che rapisce due chirurghi per farsi rifare i connotati chiedendo di diventare uguale a Leonardo Di Caprio, cognome evidentemente dagli stessi frainteso], Ruffini e Mandelli che a mio avviso sono una coppia di poliziotti irresistibili, hanno reso tutto molto vicino alla cinematografia americana di genere”

 

Questo natale, invece, a Londra.

“Questo film è nato in stretta collaborazione con la produzione. Il cast è stato deciso insieme, idem la destinazione. Il problema è che hai sette mesi. Dal momento in cui decidi cosa fare hai sette mesi per soggetto, trattamento, sceneggiatura, preparazione, ripresa, montaggio e uscita del film”

 

Come funziona, loro ti danno delle linee guida?

“Sì, anche se poi la responsabilità di ciò che scrivi e della regia è tua e del tuo team. È come un executive chef che ti dice: cucina. Solo che a volte in frigo ci stanno du’ carote, del curry, del carpaccio de pollo. Tu ci metti il tuo tocco, ma sai che non potrai fare altro che dell’ottimo pollo al curry. Detto ciò, il film di quest’anno è particolarmente disneiano, molto indirizzato e adatto a un pubblico giovanissimo”

 

Le tue figlie – Alba e Aria, di 8 e 6 anni – hanno visto tutti i tuoi film?

“Sì, tutti. Hanno detto che Natale a Londra è il più bello. Sono un po’ in dubbio su quale preferiscano tra gli altri due, anche perché li sanno a memoria entrambi. Li sanno a memoria tutti, li vedono alla sera e la mattina dopo a colazione citano perfettamente qualsiasi scena e battuta”

 

Non saranno di parte?

“Sicuramente sono un pubblico interessato e femminile ed è chiaro che papà è l’eroe, ma è anche vero che se un bambino non si diverte non riesci a farlo stare seduto lì. Credo che Natale a Londra possa costituire per i bambini un piccolo classico, qualcosa di piacevole, che non violenta e non offende”

 

In effetti ci sono praticamente zero parolacce.

“Non è un film che ti mette in testa idee volgari. So che è ridicolo nel mercato e nel mondo odierni, ma tengo a queste cose. Tengo al fatto che le mie figlie possano aver visto questi miei tre film, al poter stare a testa alta davanti a loro. Forse non sono giusto per l’estremo incasso a ogni costo, ma voglio poter firmare quello che faccio. Per me il successo non è a ogni prezzo”

 

Mai sceso a compromessi, o accettato qualcosa per te inaccettabile?

“Mai. Mi è capitato di dover parlare con persone e di tematiche di cui non ero molto convinto, ma ho scoperto con molta umiltà che le cose non sono necessariamente come sembrano. Scegliere un attore che non pensavi giusto per la parte, lavorarci e renderlo la scelta vincente è fattibile. Mettere una volgarità del pensiero, o essere connivente a un comportamento per te deleterio, no”

Faccio un salto indietro per arrivare al presente: Matti per il calcio. Spiega.

“Nel 2004 giro gratuitamente una pubblicità progresso sul disagio psichico. Lo presento a un congresso, durante il quale sento parlare questo psichiatra della calcioterapia. Io all’epoca ero sconosciuto, avevo giusto girato qualche corto e qualche clip, ma era appena uscito Full Monty. Mi sono immaginato una storia simile, e ho voluto saperne di più”

 

E sei andato a tovarli.

“Era una situazione molto tosta, loro erano diffidenti, all’inizio non sapevo come muovermi. Poi – data anche la mia malattia per il calcio – mi sono messo a giocare a pallone con loro, e mi sono reso conto che il film era lì. Non c’era bisogno di scrivere niente”

 

E quindi lo giri.

“Con Francesco Trento e totalmente senza mezzi, in maniera patetica. Quando abbiamo deciso di produrlo abbiamo usato i nostri soldi per le cassette, le telecamere non funzionavano, l’audio era pessimo. Dando due soldi a un montatore di fortuna l’abbiamo realizzato”

 

E vi scoppia in mano.

“Tecnicamente era fatto che manco li cani, però era potentissimo. Vince tutti i premi di calcio equo solidale, lo acquista la Rai – che era la sola chance per ripagarlo – ha un successo pazzesco, specie nella psichiatria, diventa il film simbolo di tutto quel movimento di Matti per il calcio

 

Niente eufemismi.

“No, assolutamente. La formula era molto semplice e molto pop: ridere insieme della cosa, trattando anche temi pesantissimi, con i ragazzi che ti raccontano della terapia, dei tentativi di suicidio ma con un campionato da vincere. Partita dopo partita, goal dopo goal. Solamente io e Trento potevamo fa’ una cosa simile”

 

Che non resta entro i confini italiani.

“Arriva in Giappone – dove gli Opg sono ancora aperti – e una psichiatra se ne interessa. Viene in Italia e parla con Santo Rullo, lo psichiatra con il quale ho realizzato questo film nonché presidente della nazionale. Questi si appassionano, fanno una sorta di Matti per il calcio giapponese e dopo qualche tempo ci richiamano e ci dicono: noi facciamo il mondiale”

 

S’aveva da fare il film.

“Santo Rullo mi chiama il 31 dicembre, stavo partendo per Costa Rica. Mi comunica che il mondiale sarebbe iniziato il 20 gennaio: avevamo 40 giorni per mettere in piedi il film. Gli rispondo: lo famo”

 

E lo fate bene.

“Grazie all’appoggio di Carolina Terzi, Sky Dancers, Rai Cinema, dell’Istituto Luce e più tardi anche del Ministero, incredibilmente alziamo i soldi per realizzare il film, parlando sia della formazione della nazionale che dell’evento. Stavolta con una vera troupe”

 

E un vero successo: 18 minuti di applausi alla proiezione, Totti impazzito.

“Ho imparato una cosa: se raccontate con onestà, le storie forti hanno le loro gambe. Io mi sento un media, fiero di essere stato utilizzato per raccontare una cosa più grande di me. Ho forse la decenza di non mettermi in mezzo, ma la cosa importante per me è restituire dignità alle persone”

 

E non finisce qui.

“Spero il meglio per questo film: spero che si candidi per il David e spero lo vinca, spero che alla gente piaccia quando il 20 febbraio uscirà nelle sale. Spero che convinca Malagò, Tavecchio e gli sponsor – oltre a quelli che già abbiamo, dalla Regione a FIGC, che ci ha fornito le maglie originali – e che si creino i presupposti per ospitare i prossimi mondiali, nel 2018, qui a Roma”

 

Ma il calcio è realmente terapeutico?

“È terapeutico giocare una partita vera, fare qualcosa di reale, avere dei compagni di squadra, degli amici, un obiettivo comune. È terapeutico anche solo allenare il corpo. Certo, se poi ad allenarti vai in palestra per far vedè l’addominale al mare serve a poco”

 

La cosa più difficile del tuo lavoro.

“Rubo una frase di Fritz Lang: non credo che le cose che posso raccontare non abbiano un pubblico, credo sia difficile convincere i produttori. La cosa più difficile è farti dare i soldi, veicolare ciò che vuoi senza compromessi per arrivare a parlare alla tua comunità. Se hai l’esigenza di dire qualcosa è perché sai che qualcuno ti ascolterà. Solo che hai bisogno di mezzi e spazi per raggiungere le persone giuste. Ottenere quell’accordo è la cosa più difficile”

 

Sei più bravo come regista o sceneggiatore?

“Penso di essere ‘na sega in entrambi”

 

Non ti stai credendo nemmeno tu.

“Da sceneggiatore è molto bello il rapporto che si instaura con le notti insonni, con le revisioni la mattina, con i giorni in cui non concludi niente e ti convinci di aver sempre rubato da qualcun altro, con i muri bianchi che ti vedi davanti, con le cazzate indegne per cui ti esalti e con le cose ottime che invece butti via”

 

Se ti dicessero: hai un budget illimitato. Scegli tu genere, cast, location, tutto. Cosa faresti?

“Questa è la domanda più difficile del mondo. Perché il nostro lavoro nasce dal vincolo dell’illibertà, non pensi mai a cosa faresti in sua assenza. Forse io cercherei di fare Matrix”

 

Perché?

“Penso sia una delle più chiare e brillanti metafore dell’universo di senso in cui viviamo. È utile. È distopico, ti parla del divenire e non critica il passato. Ti parla di un presente parallelo e te ne dà molte letture. Quella esoterica, del mondo faticoso del viaggio che riguarda la pillola blu, e di quello superficiale, perfetto ma inesistente della pillola rossa. È la scelta tra credere di mangiare carne quando invece sono byte e vivere una realtà tremenda che però è reale”

 

Ti sto per liberare, ed è reale. Prima, però, mi servono tre nomi.

“Il primo è Santo Rullo, lo psichiatra che è con me dietro Crazy for football. Uno di quei rari uomini la cui passione nel lavoro viene prima di tutto il resto. Il secondo nome è un amico, una persona di cui a volte si pensa meno bene di ciò che invece vale: Paolo Ruffini, con cui spero di fare tanto, perché oltre che essere molto intelligente ha un modo molto intelligente di concepire e organizzare il lavoro. Il terzo nome è la mia ex moglie, Ambra Mongiò, con la quale ho uno stabilimento in Puglia. Donna, imprenditrice, con tre figli, ha aperto il primo agri-beach a chilometro zero e pet-friendly del Salento. È una trentaduenne in gamba e cazzuta, che cambia i pannolini mentre invade la Polonia”

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