Volfango De Biasi, dalla parte del cinema

Roma, Piazza del Colosseo. Sole e cielo terso, l’iPhone segna 15 gradi. Locale turistico ed elegante. Ossimorico, se non fosse per la terrazza panoramica che apre il sipario sull’Anfiteatro Flavio. Mi siedo, mi incanto a guardarlo. Una manciata di tedeschi pranza – del resto sono le 15.30 – e ride impetuosa, già visibilmente in preda all’ebbrezza. Mi cade l’occhio sull’abbinamento spaghetti e cappuccino. Il flusso di imprecazioni silenziose viene fortunatamente interrotto dall’arrivo di Volfango De Biasi, difficile da non notare.

Un metro e novantacinque, a occhio. Jeans, occhialata, giubbotto, giacca nera sdrammatizzata da t-shirt grigio scuro su cui campeggia il celeberrimo logo antimilitaristico di Gerald Holtom. “Il James Franco de noantri”, penso. “Se la tirerà sicuro”. Nascondo la prima impressione dietro il mio sorriso migliore e lo invito a sedersi di fronte a me. Capello scompigliato e barba incolta, sorriso smaliziato, lo sguardo acceso di un diciottenne che ha appena guidato l’auto del padre di nascosto. Io che ho studiato so però che di anni ne ha quasi 45, e che vive di cinema da quasi sempre. Non per eredità familiare: “troppo alto” per fare l’attore, De Biasi ha deciso in totale autonomia (a circa dieci anni) che si sarebbe seduto al di qua della cinepresa. La vocazione, gli studi a Roma, le esperienze a Parigi e Los Angeles (e una rapida analisi di fattibilità cinematografica) l’hanno portato a shiftare dall’intenso noir inizialmente abbracciato alla commedia, pur senza abbandonare mai del tutto il primo filone.

 

Con un ritmo di circa un film all’anno nell’ultima decade, ha diretto Nicolas Vaporidis e Cristiana Capotondi in Come tu mi vuoi e di nuovo Vaporidis con Laura Chiatti in Iago; è stato sceneggiatore del toccante Venti Sigarette (storia vera dello scrittore Aureliano Amadei coinvolto negli attentati di Nassiriya del 2003) e degli apprezzatissimi Colpi di Fulmine e Colpi di fortuna per Neri Parenti, sceneggiatore e regista del decisamente comico Un Natale stupefacente, del pluripremiato Natale col boss e del recentissimo Natale a Londra, dettando motore, ciak e azione a soggetti quali Ambra Angiolini, Lillo&Greg, Paolo Ruffini, Francesco Mandelli e un sorprendente Peppino Di Capri. Nel frattempo veniva censurato per i documentari Solo Amore, sulla perversione sessuale (o presunta tale) e Hermanos de Italia, sui brogli elettorali in Sudamerica (effettivamente tali). L’emozionante Matti per il calcio, che racconta di una squadra a cinque composta da pazienti psichiatrici, ha invece fatto il giro del mondo (quantomeno fino al Giappone), passando da docufilm improvvisato nel 2004 a capolavoro per il grande schermo – dal titolo più cosmopolita Crazy for Football –in uscita il prossimo 20 febbraio.

“Che ordini?” mi chiede, interrompendo il mio ripasso mentale con una voce roca e dantescamente cortese, dalla percettibile cadenza romana. “Giusto, sì. Dunque, direi [guardo il menù senza davvero leggerlo e metto a fuoco una riga a caso] …un frullato mela e kiwi”. Un frullato mela e kiwi? Sprezzante della scelta da nazivegana salutista, inspiegabilmente mi segue. Nell’attesa di scoprire con quali sembianze si possa presentare un simile prodotto iniziamo a chiacchierare, e io inizio a rivedere la mia prima impressione. Padre più che presente di due figlie bellissime (nonché prime giudici di ogni suo lavoro), profondo conoscitore del proprio mestiere e inevitabilmente attento analista dell’umana specie, De Biasi snocciola perle di una cultura solida ed eterogenea, impacchettate in una sintassi perfetta e farcita di felicissime scelte lessicali. Il tutto è smorzato da un senso dell’umorismo sottile e disincantato, potentissimo mix che ci permette di cavalcare il nobile filone dell’alternanza tra l’alto e il basso, tra il tecnicismo e lo slang, tra il concetto di anticonformismo pasoliniano e quello di mercificazione della topa. Lo sguardo è schermato dalla consapevolezza di chi nella vita ha lavorato tanto sui propri film quanto su se stesso; allo stesso tempo, però, è animato dall’energia irrequieta di chi ama ciò che fa come se fosse l’unica cosa che avrebbe mai potuto fare, l’unica lingua che avrebbe mai potuto parlare. Quel tipo di energia rara e invidiabile di chi sa quanto vale e ha ancora – e probabilmente avrà sempre – un’irresistibile voglia di dimostrarlo. Quel tipo di energia alternativa e progressive-rock alla Frank Zappa, quella che suggerisce “nella lotta tra te e il mondo, stai dalla parte del mondo”. E se hai fatto del cinema il tuo mondo, sai perfettamente da che parte stare.

 

A differenza di molti tuoi colleghi, tu non sei figlio d’arte. Com’è che ti sei avvicinato al cinema?

“Direi improvvisando. Ricordo che da bambino mi crogiolavo nella gaia incoscienza nietzschiana che ti porta a visualizzare l’idea di cosa possa significare fare il regista. Credevo molto in ciò che sostenevano i Cahiers du cinéma [la più prestigiosa rivista cinematografica francese, ndr], ovvero che ciascuno debba fare da solo i propri film, fin da subito”

 

Capisco. Però quando un bambino e la sua gaia incoscienza nietzschiana vanno al cinema, in genere sognano di diventare il protagonista del film. Non quello che lo gira.

“Sì, infatti inizialmente volevo fare l’attore, come tutti. Però ero troppo alto”

 

In che senso?

“Ero un metro e sessantasette già a 12 anni. E a quell’epoca – io sono del ’72 – tutti mi dicevano che gli attori dovevano essere bassi. Paul Newman era un metro e sessanta, non avevo chance. Inizialmente la vivo un po’ male. Ma a un certo punto mi dico: sai che c’è? Dietro la cinepresa chi me vede? E decido così, sagace, di camuffare questa terribile piaga dell’altezza nascondendomi dietro la macchina”

 

Avrai messo da parte una buona dose di narcisismo.

“Sì, ma i discorsi che sentivo mi facevano salire l’ansia: mi immaginavo queste scene con me circondato da attori che m’arrivavano al capezzolo, non era bello. E dato che già scrivevo, disegnavo e facevo fumetti mi sono detto: basta, faccio il regista”

 

E i tuoi studi vanno fin da subito in quella direzione.

“I miei studi a 12 anni consistevano nel recarmi a un cinema d’essai qui a Roma, l’Azzurro Scipioni di Silvano Agosti, ogni giorno. Mi facevano entrare gratis, quindi prendevo due autobus e trascorrevo la serata guardavo Tarkovskij [che non è il difensore del Burnley ma un regista sovietico], Buñuel [spagnolo, surrealista], Pasolini e così via. All’una di notte tornavo a casa, a volte capitava che l’autobus non passasse e capisci che la mattina dopo andare a scuola era dura”

 

Non erano autori un po’ troppo impegnativi per un dodicenne, seppur molto alto?

“No, impegnativo era rompersi le palle sui banchi di scuola ogni giorno con della gente improbabile”

 

Riconoscerai che come passatempo preadolescenziale avesse un che di ossessivo.

“Sono sempre stato monomaniaco-ossessivo, su una serie di argomenti. Quello mi piaceva molto. Studiavo ghiottamente le vite dei registi, per capire se le loro disgrazie potessero coincidere con le mie, e dedurre quindi se poter sperare o meno nella loro stessa sorte”

 

Poi però a una certa intraprendi anche degli studi ufficiali.

“Dopo il liceo frequento l’università qui a Roma. Mi laureo alla Sapienza con una tesi sugli archetipi junghiani all’interno del cinema noir. È quello il mio genere: il cinema di protesta, politico, estremo”

 

E poi decidi di viaggiare.

“Me ne vado in giro per cinque anni, tra Parigi e Los Angeles. Ho studiato recitazione, lavorato, perfezionato diverse cose. Grazie a ciò che ho vissuto, più che ai corsi che ho frequentato. Ho anche rischiato di girare il mio primo film a Parigi”

 

Non hai mai pensato di rimanere lì?

“A Parigi sì. È la città che amo di più, dopo Roma. Sono stato accolto molto bene: a differenza dell’Italia, in cui dovevi fingere di non saper fare nulla e di essere anche discretamente stupido, a Parigi dovevi mostrarti capace, quasi arrogante, per poter essere credibile come regista. Evidentemente in gioventù questa cosa mi veniva bene”

 

Evidentemente.

“Dopo due settimane avevo già agente e produttore, avevo imparato la lingua, conoscevo tutti. Los Angeles invece è stata agghiacciante”

 

Ecco, io dovrei andarci quest’estate. Famme capì.

“Los Angeles è una città grande come il Lazio. È un non-luogo, in cui il 90% delle persone che incontri ti dà un biglietto da visita con su scritto che è showman, parrucchiere, tennista, cavalcapuffi. Sono individui di una tristezza allucinante: li chiami il sabato mattina verso le 10, senti distintamente il rumore del phon durante la permanente e ti senti rispondere I’m in a business meeting, I’m so busy right now. Ma vaff…”

 

Non faceva per te.

“Dopo due anni di questa cosa ho capito di essere di fronte a una scelta: sarei potuto tornare in Italia, oppure iniziare a farmi di Prozac. Ho optato per la prima”

 

Non temevi che in un mercato come quello italiano il talento non sarebbe stato sufficiente?

“Sì, ma all’epoca non contavo comunque un cazzo. Un po’ come oggi [ride]. In ogni caso, forte di queste esperienze estere capisco che sia molto più produttivo fingere che vada tutto bene, che non sai fare una ceppa e che però sei molto simpatico. Alla fine, questa politica ha pagato”

 

Però all’inizio fai l’attore. Nonostante fossi alto. Molto più che a 12 anni.

“In realtà poi ho scoperto che questa cosa di essere alto era limitante ma fino a un certo punto: non avevo tenuto conto che si sarebbe alzata l’altezza media di tutte le creature. Quindi sì, è capitato che qualche amico regista mi chiamasse per dei corti o dei film. Ma credo volessero solo dilettarsi burlandosi di me”

 

Una brillante carriera attoriale accantonata per un ingenuo errore di valutazione.

“Precisamente. Anche se quest’anno mi è capitato di partecipare a un mediometraggio di Gruppo Zero, sul web, in cui si racconta il making of di un film di natale. E in cui io interpreto me stesso”

 

Un po’ come Fedez in quella fiction sulla Rai, penso. E forse lo dico. Sì, da come mi guarda credo di averlo detto. Ok, devo rimediare. I frullati. Meno male.

[Arrivano i frullati. Si presentano come soluzioni in uno stato chimico più vicino al solido che al liquido, di color verde salvia lasciata in frigo due settimane e disseminate di semini neri. Ma cosa mi è saltato in mente. Oltretutto questi semini si infileranno ovunque. Va bè, come si dice a Roma: ‘sticazzi]

 

Dunque, nel 2006 giri un documentario sui brogli elettorali in Sudamerica, Hermanos de Italia.

“Che viene censurato”

 

E te credo. Cosa ti salta in mente? È qualcosa di molto più vicino a un’inchiesta giornalistica.

“Il documentario alla fine è applicare il tuo sguardo. E la realtà è che io sono un pazzo”

 

Argomenta.

“Mi era stato assegnato questo documentario dal canale tematico Cult. Così parto. Vado in Brasile, Argentina, Venezuela. Il problema è che mi faccio prendere un po’ la mano, e imbibito di Rosi [Gianfranco], Germi [Pietro] e tutti gli altri [registi-documentaristi] decido di tenere le macchine accese anche quando mi infilo nelle stanze del potere, di infilarmi nei luoghi elettorali senza permesso, di travestirmi dall’Ape Maia, rischiando anche cose improbabili”

 

Già, perché mica eri in Italia.

“In realtà era la parte di Italia trasferitasi lì: si trattava del famoso voto di Mirko Tremaglia all’estero [Mirko Tremaglia fu una storica figura di centrodestra che promosse la legge sul voto degli italiani all’estero, applicata per la prima volta proprio in occasione delle elezioni politiche del 2006]. Vado a trovare tutti i simpatici rappresentanti di Ulivo e destra e sento cosa fanno e cosa dicono”

 

E cosa dicono?

“Tra camere accese e spente dicono cose terrificanti. Che stanno in combutta, che c’è quello che ruba i voti e quell’altro che ti spiega come. Torno in Italia e fatalità vuole che si vinca [l’Unione, capitanata da Romano Prodi] proprio per quei tre voti provenienti da dov’ero andato io. E succede un casino”

 

Oltre alla censura?

“Per quattro giorni i giornali titolano le prime pagine con “la scoperta dei brogli”. Il documentario viene immediatamente censurato, e io vengo fatto brillare con lui. Non è mai stato trasmesso da nessuna parte”

Peccato. Però l’anno dopo fai il botto con Come tu mi vuoi, con Cristiana Capotondi e Nicolas Vaporidis. Otto milioni e passa di incassi. Te l’aspettavi?

“Dovrei dirti chiaramente sì, che fosse tutto assolutamente in linea con le attese. In realtà manco per sbaglio. La verità buffa di quel film è che io non avrei dovuto esordire con quel film. Bensì con un noirone politico super impegnativo, una sceneggiatura pesantissima che avevo scritto con Massimo Carlotto, celebre drammaturgo, e Ludovica Rampoldi, oggi affermatissima autrice di film e serie tv, come 1992 e Gomorra

 

E cosa succede?

“Succede che sempre più persone iniziano a invitarmi a puntare sulla mia verve comica e umoristica, suggerendomi di scrivere commedie. Io il più delle volte rispondevo “ma de che”, era una strada che non avevo mai preso in considerazione. Però ero anche molto appassionato di alcune forme di cinema americano, mi colpiva il successo commerciale della commedia di Los Angeles”

 

E quindi vai di teen movie.

“Scrivo una teen comedy pura, alla Michael J. Fox. In realtà ho sfruttato la satira del momento: la mia fidanzata americana dell’epoca aveva visto in televisione una puntata di Veline con Mammuccari, in cui durante il provino le ragazze si inginocchiavano a ciucciare budini e altre cose meravigliose. Lei mi chiede “ma che è ‘sta roba? Un porno alle 8.30 di sera?” al che io, avvilito e figlio di una femminista, provo a spiegarle che la mercificazione della donna era ormai fuori controllo”

 

Da lì l’idea.

“Da lì tiro fuori Come tu mi vuoi, con un intento satirico-elzeviro di denuncia nei confronti della società odierna e dell’annessa mercificazione della topa. Che si è rivelato vincente”

 

Però non avresti dovuto dirigerlo tu.

“No, l’idea era di venderlo. Poi succede che il mio amico Fausto Brizzi esordisce con Notte prima degli esami, fa un successo clamoroso e il mio produttore capisce che anziché puntare su un noirone politico struggente e impegnatissimo forse era il caso di stare sulla teen comedy”

 

E tu lo ascolti.

“Stressatissimo, 34enne, provato da 17 anni di gavetta su tre continenti, lo ascolto. Da quel momento, come la suora manzoniana, fui regista di commedia per sempre”

 

Ha influito molto il fatto che i protagonisti fossero freschi freschi di successo planetario?        

“In questi casi si usa un tecnicismo, un francesismo della Sorbonne che spero mi perdonerai, che è grazie al cazzo

 

Si sente che hai studiato a Parigi.

“È un principio americano: se giri un film con due attori reduci da un grande successo, dopo un paio d’anni, statisticamente fai circa il 60% di incassi del film precedente. Per una serie di fortuite coincidenze mi sono trovato a poter riprendere Nicolas, che all’epoca era il reuccio della commedia – e che a mio parere è ancora un attore straordinario, ha dei tempi della commedia che pochi hanno – e Cristiana, che non era nuovo a nessuno fosse un’attrice meravigliosa. Con le loro facce sul cartellone e una trama azzeccata come quella, sì, fu una bomba”

 

Come forse solo la commedia può essere.

“Diciamo che da quel momento in poi sia tu che i produttori ve la sentite un po’ meno di fare film rischiosi. Può succedere che ti presenti dal produttore dicendo “ora vorrei scrivere un soggetto sulla storia di queste meduse asfittiche che soffrono”, lui ti guarda, si intenerisce, ti abbraccia e ti risponde “sì Volfà, però perché prima non pensiamo a uno di quei film con cui facciamo li sordi?”

 

Ed è difficile dirgli di no.

“Al di là dello scherzo, in quel momento è un lavoro, a tutti gli effetti. Non è vero che fare film commerciali e di massa sia facile, altrimenti li farebbero tutti. Così come non è vero che attraverso un film commerciale o di massa tu non possa produrre qualità, fare politica o trasmettere un messaggio”

 

Il messaggio di Come tu mi vuoi è stato colto?

“Dubito. O meglio, da qualcuno sì. Altri hanno capito esattamente il contrario”

 

Un’ode alla superficialità anziché l’amara constatazione della stessa?

“Esatto. La realtà è che, quando fai un film, questo cessa di essere tuo. Esce, viene visto, ci sono persone che capiscono e altre che vanno anche al di là di te, capendo cose che tu nemmeno volevi far capire. La maggior parte, poi, guarda i film con lo stesso impegno con cui stiamo bevendo questo frullato: non ci fa caso. Ma non dipende dalla levatura del film”

 

Oscar Wilde diceva che non esistono libri morali o immorali, esistono solo libri scritti bene e libri scritti male. Vale anche per i film?

“Assolutamente. Un film ha il valore che ciascuno gli attribuisce. Spesso è solo l’occasione per stare con la ragazza, per chiacchierare con le amiche riempiendo i tempi morti di quando vai in bagno o a scaldare il toast. Dipende da te: lo stesso film può essere un mero passatempo, oppure cambiarti la vita”

 

Nel 2008 fai una cosa bellissima: Solo amore.

“Censurato anche quello”

 

Ecco perché non l’ho trovato.

“Credo sia il più bello dei miei documentari. Forse il più forte, insieme all’ultimo”

 

Ispirato all’amore liquido di Zygmunt Bauman.

“La riflessione di partenza è indubbiamente quella. Come esperimento cinematografico si ispira ai Comizi d’amore di Pasolini e D’amore si vive di Silvano Agosti. L’idea era quella di parlare delle nuove forme con cui l’amore si stava esprimendo, chiedendo ad alcune coppie scelte in maniera randomica – preti e suore sconsacrati, coppie BDSM, scambisti, bisessuali, trans, personaggi della notte – semplicemente cosa fosse per loro l’amore. Con tutto il diritto e la libertà di parlarne”

 

Non solo parole, però.

“Le interviste venivano intervallate da alcuni video che raccontassero anche la loro intimità. Parlando con Silvano Agosti – che consideravo l’unico trait d’union, dato che purtroppo Pasolini non era più intervistabile – mi sentii dire che il film non sarebbe mai andato in onda”

 

Tu invece pensavi di sì.

“Non è che lo pensassi, ne ero certo. Avevo il contratto con Rai Cinema, ero pagato per farlo, sarebbe uscito al 100%. Ricordo che alla proiezione mi fecero moltissimi complimenti, per aver scelto la via della verità e tutto il resto. Io ringraziai, entusiasta, chiesi “Fantastico, grazie, quando va in onda?” e la risposta fu “Mai, Volfango. Mai””

 

Neanche in quarta serata?

“Fu mandato in onda per sbaglio su Rai1 alle cinque del mattino, tra enormi proteste”

 

Perché?

“Il film in realtà è castissimo. La cosa davvero inaccettabile è che si parli d’amore”

 

E che anche quello, in quelle forme, lo sia.

“Esatto. Se ci fosse stata una voce lucignolesca, del tipo [storpia la voce in modo tremendo]osserviamo Giacomo, che vive ormai da anni nel vizio e nel peccato” sarebbe stato accettato senza problemi”

 

E invece era solo amore.

“Io credo di sì. E non è che mi ci ritrovassi, non ho trattato quei temi perché rispecchiano ciò che avrei fatto o farei io. Li ho trattati perché mi sembrava doveroso che anche loro venissero presi in considerazione come persone che si amano”

 

A proposito d’amore, nel 2009 esce Iago, con Vaporidis e Laura Chiatti. Che va meno bene del precedente.

“Un bagno de sangue”

 

Ecco. Era semplicemente troppo azzardato trasporre una tragedia shakespeariana o hai sbagliato qualcosa tu?

“Parti dal presupposto che quando il film va bene è merito di tutti, quando va male è colpa del regista”

 

Un po’ come l’allenatore di calcio.

“Esatto, sei per forza il capro espiatorio. I problemi sono diversi. Primo, tendenzialmente il secondo film viene male a tutti. Secondo, se il primo ha avuto molto successo ti ritrovi in un delirio di hybris che ti fa pensare di poter costruire il ponte sullo stretto da solo con delle gomme facendo palloncini”

 

Rende.

“E invece ho imparato più di una lezione. Primo, non puoi chiamare Iago qualcosa che deriva da una tragedia che si chiama Otello. Secondo, non puoi trarre una commedia da una tragedia. Terzo, non puoi farla con il cast e il taglio giovanilistico con cui l’ho fatta io. Quarto, il movimento giovanilistico è durato poco: consta di due o tre titoli tra cui il mio, quello di Fausto Brizzi e forse qualcosa di Massimiliano Bruno. Quinto: o lo fai con delle protezioni antiatomiche o non gli toccare Shakespeare”

 

Ai critici?

“Bè, chiaro. Shakespeare è il loro fratello, una frequentazione abituale. Ma è giusto così: meno generi ci sono e meglio è”

 

Da quello sconvolgimento di trama avranno pensato che tu non l’abbia manco mai letto.

“Oggi ho un rapporto delizioso con la critica. Ne conosco molti, con alcuni non ci capivamo, poi ci siamo spiegati e ora c’è stima reciproca, amicizia. Ma quello che hanno scritto dopo Iago era roba da andare in analisi per sei mesi. Conservo ancora i ritagli di giornali con le critiche. Un plico”

 

Che effetto fanno?

“Su di me ne hanno fatti due. Da un lato, mi sono vaccinato. Adesso puoi scrivere qualsiasi menzogna, insulto o cattiveria su web e giornali, anche che sono della Lazio. Mi scivola addosso. Dall’altro, capisco che fosse un film in costume, pseudovisionario e che non fosse venuto bene, ma non mi sembra sia nel codice penale. Ho sofferto talmente tanto per ciò che era stato scritto che per cinque anni non ho più girato. Sono stato solo sceneggiatore”

Però che sceneggiature. Ad esempio, Venti sigarette. È più facile scrivere di qualcosa che è accaduto veramente?

“Assolutamente no. È molto difficile. Devi rispettare il respiro della vita, non dire cazzate, soprattutto in uno scenario storico, politico, di guerra e di morte come quello”

 

Chi te l’ha proposto?

“Aureliano Amadei, che l’ha diretto e l’ha vissuto, e Francesco Trento, che con Aureliano ha scritto il libro da cui il film è tratto. Siamo amici dai tempi del liceo, quando si girava con le felpe e le creste sentendosi punk”

 

E il motorino truccato.

“No, non ce l’avevamo il motorino. Prendevamo l’autobus, e andavamo a pogare”

 

A Milano, se al liceo non hai il motorino, non trombi.

[ride, fissa nell’aria il punto in alto a destra di quando si rievocano i ricordi e gli parte il romanesco] Mah… Adesso non vojo dì cose, però me pare che pure senza motorino… Era quel periodo lì, ecco. Facevamo un po’ politica, i nazisti ci picchiavano, bei momenti”

 

Dicevamo, ti propongono la sceneggiatura.

“Sì, loro avevano scritto un libro bellissimo, Venti sigarette a Nassiriya. Da quello abbiamo tirato fuori la sceneggiatura, il film ha partecipato a qualcosa come trenta festival nel mondo ed è stato giustamente pluripremiato”

 

Poi, sempre come sceneggiatore, fai una combo di enorme successo con Neri Parenti.

“Sì, che è stata la mia salvezza economica. Luigi e Aurelio De Laurentiis mi avevano conosciuto anni prima, anche perché erano coloro che avrebbero comprato il soggetto di Come tu mi vuoi se l’avessi venduto. Mi contattano, mi dicono che scrivo bene e mi propongono di sceneggiare il film di natale. Cosa che non avrei mai immaginato di fare”

 

Però accetti.

“Ho due figlie, non avevo una lira, accetto al volo. Che poi non è che avessi accettato di annà a vende le scarpe al pizzicagnolo. Neri Parenti è un maestro assoluto, ha fatto 45 film di cui 30 blockbuster. Quando poi lui è uscito dal filone natalizio, sono subentrato io, in regia e sceneggiatura”.

 

È un filone percorribile?

“No. Credo che il cinepanettone sia morto, e credo sia giusto così. Natale rimane sicuramente un periodo importante per le famiglie e per tutti, bisognerà capire quali correnti e formule adottare per fronteggiare la crisi generalizzata di settore”