Jake La Furia, vi racconto la mia musica e i Club Dogo

Negli Anni ’90, con il suo flow e il suo freestyle ha conquistato la scena hip hop milanese, diventando uno degli MC più bravi della sua zona. Nei primissimi Anni 2000, invece, insieme al gruppo musicale rap Club Dogo, formato con gli amici Gué Pequeno e Don Joe, ha calcato i palchi di tutta Italia, dando una sterzata ai trend musicali in voga fino a quel momento.

 

Stiamo parlando di Jake La Furia, all’anagrafe Francesco Vigorelli, classe 1979. Figlio del noto direttore artistico pubblicitario Giampietro Vigorelli, Jake (che deve il suo nome d’arte al personaggio Jake the Muss del film Once Were Warriors di Lee Tamahori) è sicuramente uno dei volti più noti e più rispettati del panorama rap italiano.

 

Noi lo abbiamo contattato per farci raccontare meglio i suoi inizi, il successo sregolato con i Club Dogo e l’avventura da solista intrapresa nell’ultimo periodo. In mezzo, non è mancata l’occasione di rimarcare qualche curiosità o retroscena dei suoi 20 anni di musica.

 

Per prima cosa, Francesco, ti chiederei: da bambino cosa sognavi di fare da grande?

“Da bambino sognavo che un giorno avrei progettato e costruito i robot giapponesi che vedevo nei cartoni animati dell’epoca. Cose tipo Gundam o Mazinga. Nella mia fantasia il lavoro si chiamava “ingegnere robottista”. Crescendo, il mio desiderio si è trasformato in quello di fare musica. Una su due quindi l’ho azzeccata, posso ritenermi soddisfatto”.

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Negli Anni ’90 entrare in contatto con la cultura hip hop a Milano voleva dire passare anche attraverso il writing: nickname (tag), segni e parole. Un qualcosa che nel tuo percorso musicale poi è stato una costante…

“L’esperienza del writing è stata molto più scanzonata e selvaggia di quella musicale, se togliamo la prima parte di quella musicale, che era comunque abbastanza punk. Diciamo che il writing mi ha abituato ad avere a che fare con i nomi d’arte e di sicuro mi ha fatto frequentare gli ambienti dell’hip-hop milanese in quello che era un momento di grande fermento. Se non fossi stato lì, in quei luoghi, in quei momenti, forse non avrei mai conosciuto le persone che poi sono state fondamentali per il mio percorso musicale e non avrei respirato quell’insoddisfazione, quella voglia di cambiamento che poi ha trasformato le nostre incazzature giovanili in quello che è stato il primo disco dei Club Dogo, Mi-Fist”.

  

Se lo psudonimo Jake La Furia deriva da Jake the Muss di Once Were Warriors, il tuo primo nickname, Fame, da cosa deriva?

“Nel periodo del writing, io ero il più piccolo di quella che fu la mia prima crew. Prima di usare una bomboletta ho girato con loro semplicemente guardando quello che facevano e come lo facevano. Una volta tornato a casa, disegnavo tutta la notte per fare esperienza. Un giorno, uno dei ragazzi che all’epoca taggava “Apache”, venne da me e mi chiese se volessi iniziare anch’io. Aveva pensato a un nome figo che ancora non aveva utilizzato nessuno. E mi regalò un bozzetto con scritto “Fame”. Da allora il mio nome da writer è sempre stato quello”.

 

E’ inevitabile un accenno alla figura di tuo padre. Siete molto simili fisicamente quanto lontani in stile e ambito professionale. Che rapporto hai con lui? Ti ha sempre sostenuto nel tuo sogno di fare musica?

“In realtà se togli i mocassini, siamo uguali in quasi tutto. Mio padre è una delle persone più divertenti e in gamba che conosco. A parte qualche scornata padre-figlio, mi fido molto di lui. Abbiamo un rapporto vero, ci frequentiamo molto e, nonostante io sia stato per molto tempo un vero e proprio cavallo pazzo, mi ha sempre appoggiato in quello che volevo fare”.

 

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Il rap, soprattutto negli ultimi anni, è diventato un genere mainstream. Si vede in tv, nei talent, e si sente ai vertici delle classifiche e in radio. Cos’è cambiato nella cultura musicale italiana? In che direzione andrà nei prossimi anni la musica hip hop?

“Prima di tutto sono cambiati i mezzi di comunicazione. Una volta la gente per lo più sentiva la musica che gli veniva propinata. Con l’arrivo di internet, finalmente, gli utenti potevano ascoltare la musica che volevano, subito, dal produttore al consumatore. E indovina un po’? Si è scoperto che non tutti erano appassionati solo di quella cagata di musica leggera italiana per innamorati. Per quanto riguarda il rap, secondo me, la svolta epocale è stata quando gli artisti hanno smesso di fare musica che parlava solo di rap. Se posso darmi un vanto, la svolta è arrivata con i Club Dogo, Fabri Fibra e pochi altri dell’epoca. Parlando di cose in cui tutti si potevano rispecchiare, abbiamo creato una generazione di ascoltatori. Oggi c’è una nuova scena rap. I rapper diventano dei divi, sono ragazzi che non escono da un contesto hip-hop, ma rappano da paura e tutti rappano come loro. Con 20 anni di ritardo, come sempre, l’Italia ha una scena Rap che non ha nulla da invidiare al resto del mondo”.

 

Sei una delle personalità più importanti della scena hip hop italiana, prima con i Sacre Scuole, poi con i Club Dogo. Che rapporto hai con loro oggi che hai intrapreso un percorso da solista?

“Dipende dai periodi. A volte ci sentiamo molto, a volte ci sentiamo poco. Rimane comunque un’aurea di grande affetto. Quando hai viaggiato insieme in lungo e in largo il pianeta, fatto concerti davanti a tre persone e poi davanti a trentamila, diviso piatti, droga, letti e donne per tutto quel tempo, è difficile volersi male”.

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Credi che una carriera da solista, per uno che fa hip hop, garantisca una maggiore versatilità nelle collaborazioni con altri artisti anche di genere diverso?

“La carriera solista garantisce più che altro una maggiore libertà concettuale: scrivi di quello che vuoi, come vuoi, e lo canti come vuoi. Il risultato deve mettere d’accordo solo una testa, non tre. Secondo me i dischi non possono diventare dei minestroni di personalità. Quando in tutti i pezzi hai già tre persone che si alternano, trovare la giusta collaborazione con un altro artista non è facile. Nei miei progetti solisti, invece, cerco di collaborare il più possibile con gente che viene da mondi completamente diversi dal mio. Mi riservo il lusso di sperimentare, poi se piace bene, se no fanculo. A questo punto della mia carriera non mi sento più legato al concetto di rap di quando avevo 20 anni”.

 

Al di fuori della musica, quali sono le tue passioni?

“Sono troppe e troppo mutevoli per elencarle. Ho lo stesso flusso di entusiasmo di quando avevo 15 anni, forse dovrei farmi curare. Una, però, mi è rimasta per tutta la vita: i robot Giapponesi”.

 

Hai molti tatuaggi. A quale sei più legato?

“Beh forse banalmente al primo, anche se è decisamente orrendo e Anni ‘90. Ma ormai ne ho talmente tanti che il significato del tatuarsi è passato in secondo piano. Oggi mi tatuo più che altro perché quei pochi buchi che mi sono rimasti bianchi mi infastidiscono. Tatuarmi con questo spirito di cazzeggio mi ha comunque permesso di farmi dei tatuaggi veramente mitici”.

 

Che progetti hai per il futuro?

“Sto per iniziare a scrivere un nuovo disco, sono in televisione un giorno si e uno no, ho un’officina di moto, una società di management per atleti di MMA e un figlio piccolo. Direi che per un po’ sono a posto”.