Anna Cavalli, assistere le donne vittime di violenza

“Non sono una donna a sua disposizione!” commenta sarcastica Mafalda in una delle più famose tavole di Quino, l’artista argentino che protesta contro le ingiustizie del mondo attraverso l’indignazione di una bimba ribelle d’inchiostro.

E in Alta val di Cecina c’è un’associazione che opera proprio per far comprendere questo, che le donne “non sono a disposizione”: sono “Le amiche di Mafalda”.

Ce ne parla Anna Cavalli, medico cooperante che porta in questo gruppo tutta la sua esperienza nei Paesi in via di sviluppo, offrendo ulteriori spunti di riflessione e visioni della situazione. Ci è stata segnalata da Claudia Lodesani e, gentilissima, ha accettato di fare un’intervista con noi su Skype, in diretta dalla sua casa immersa nelle campagne pisane.

 

Come mai sei passata da medico cooperante alla tua nuova attività?

“In realtà sono appena tornata da un mese di lavoro coi migranti a Gorizia, quindi non ho mai smesso, ma ho ridotto l’intensità delle missioni e la lunghezza delle stesse, perché è un tipo di lavoro che ti porta lontano dalla tua famiglia e dai tuoi affetti per periodi lunghi, quindi ho deciso un po’ di rallentare. Un po’ anche per l’età, perché il fisico comincia a risentirne; poi per il desiderio di stare un po’ ferma.

Cerco ora di combinare questo con l’attività che faccio adesso, ovvero agopuntura e medicina integrata nella campagna toscana. Oltre a questo sono presidente di un centro antiviolenza che si occupa di sostenere donne dell’Alta Val di Cecina, che è una zona molto diversa geograficamente, molto dispersa, molto rurale, anche difficile. Ma è un’attività molto simile al lavoro che facevo prima, un’attività in verità non retribuita che si occupa di una parte di popolazione che solitamente il medico cooperante vede spesso, cioè le donne. Nei Paesi in via di sviluppo infatti vedi spesso donne e bambine vittime di violenza”.

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Chi è che si rivolge alla vostra associazione?

“Siamo aperti dal 2009 e all’inizio venivano soprattutto donne straniere e i cosiddetti “casi sociali”, poi con gli anni sono cominciate a venire, per fortuna, altre tipologie di donne, come le professioniste, di tutte le età, di tutti i livelli economici e adesso sono prevalentemente italiane, tutte di Volterra, Pomarance e Castelnuovo, i tre comuni della zona. Infatti il fenomeno della violenza tocca un po’ tutte, non c’è un profilo specifico. Piano piano insomma si è diffusa l’informazione, e le donne della zona hanno cominciato a prendere coraggio”.

 

Quali servizi fornite? E’ principalmente un centro di ascolto? E su quali aspetti le donne vogliono essere ascoltate?

“L’ascolto è un aspetto centrale, poi ci sono altre possibilità come l’assistenza legale e la psicoterapia, sempre fornite gratuitamente.

Per quanto riguarda l’ascolto, generalmente le donne cominciano a muoversi dopo tanti anni che subiscono violenza, alcuni studi dicono che ci mettono circa sette anni. Quindi sono processi lunghi, dove le donne arrivano da noi abbastanza distrutte a livello psicologico: arrivano in una situazione in cui pensano di essere responsabili, non tanto di meritarselo, ma comunque di aver sbagliato qualcosa. Quindi giustificano sempre colui che fa loro del male.

L’ascolto deve essere empatico, e nel rispecchiamento possono capire che quello che sentono è normale: è normale sentirsi male, è normale soffrire, non c’è nessuna colpa che giustifichi una violenza di questo tipo.

E’ un percorso che va fatto nel dialogo, perché di principio i centri antiviolenza non dicono mai alla donna né che sbaglia, né che cosa deve fare, né di lasciare quell’uomo, queste cose non si dicono mai, però si ascolta e si dice “hai ragione a stare male!”. Così la donna o la ragazza prende consapevolezza che quello che sta vivendo è una situazione da cui deve cercare di uscire per proteggersi.

Quello di cui hanno più paura è la perdita dei figli, l’uomo infatti spesso minaccia di togliere i figli, quindi la richiesta di supporto legale è sempre molto frequente. Sono a tal punto destrutturate che credono veramente che sia possibile, hanno perso la fiducia. La violenza non inizia subito con un pugno o un calcio…è molto lenta, inizia con la denigrazione, la svalorizzazione, la colpevolizzazione progressiva nelle piccole cose…per poi sfociare in violenza fisica”.

 

Ma nel loro ambito familiare e di amicizia, questo supporto non riescono a trovarlo?

“Una cosa caratteristica in questi casi è l’isolamento, dalle relazioni amicali e familiari. Questo perché uno dei meccanismi della violenza maschile nei confronti di una donna è quello di isolarla prima con la scusa dell’amore (“vorrei stare molto più tempo con te”), poi dicendo che gli amici non la meritano…quindi queste donne non hanno più rapporti e non parlano con nessuno. E’ un segnale importante, a cui va dato il giusto peso”.

 

Ma c’è qualcosa di particolare nella tua area? Perché l’idea è che la Toscana sia un luogo paradisiaco, un “buon posto” dove vivere…e invece anche lì succede?

“Beh, la Toscana è la prima e unica regione in Italia che ha una legge sulla violenza di genere in cui si prevede che esista un centro ogni diecimila persone, quindi è confermata quest’idea che abbiamo della Toscana, c’è un sostegno da parte delle istituzioni…ma certo, ci stupisce il fatto che la violenza permanga nei Paesi cosiddetti industrializzati! Perché l’idea un po’ stereotipata che abbiamo è che la violenza prosperi laddove c’è povertà e miseria, come in Africa. Ma anche là dove le condizioni di sviluppo ci sono, l’accesso allo studio per le donne è garantito e ci sono i servizi, continua ad esistere la violenza di genere.

La cosa tipica della zona dove siamo noi è che essendo una zona rurale e decentrata con frazioni, paesi e piccole cittadine è che molte volte tutti sanno e nessuno fa nulla. Per loro c’è “un’elevata conflittualità” in una famiglia, ma ciò non comporta l’azione.

E’ difficile anche per noi operatrici, perché magari sappiamo, ma le donne dovrebbero venire per libera scelta, anche perché altrimenti la forzatura non serve.

Ma almeno qui, rispetto ad altre regioni, loro sanno dove possono andare”.

 

Ti porti a casa il lavoro? Ti è capitato di essere particolarmente coinvolta in un caso? Come hai agito?

“Sì…tutte le donne che lavorano lì sono costantemente in formazione e supervisione con la psicoterapeuta, ma è inevitabile che tu ti senta coinvolta, non solo per la sofferenza di chi si è rivolto a te, ma perché ti rivedi in lei. Le cose ti risuonano e magari le hai vissute anche tu in una situazione passata, o certe volte col tuo compagno, perché le disuguaglianze tra uomo e donna sono ovunque e devi stare molto attenta, ognuno ha la sua vulnerabilità e ci sono dei temi che possono scuoterti un po’.

I compagni e i mariti delle operatrici di sportello lo sanno bene, a volte si torna a casa arrabbiatissime e scarichi la rabbia verso il sesso maschile su di loro! L’altro giorno si sono trovati e hanno detto “perché non facciamo anche noi un’associazione per proteggerci dalle operatrici?” (ride, ndr). Ma, al di là dello scherzo, se lo fai con lucidità e appoggio, in verità è un’esperienza di crescita; capisci anche tante cose di te, della cultura dove sei inserito, di come imposti una relazione con un partner, lavori sui tuoi stereotipi di genere, le tue idee del maschile, cos’è la femminilità, l’autostima…è molto arricchente, ma devi stare bene tu come persona. Se porti dentro storie incasinate, non riesci a farlo”.

 

Qual è un tema che ti ha cambiato? O qual è stato un momento di svolta?

Troppi momenti…ma uno è questo discorso sul fatto che spesso sono le donne che portano avanti, nell’educazione e nei rapporti tra di loro, una visione stereotipata e di disuguaglianza. Un esempio: io sto con una persona che ama cucinare e che fa spesso lavori in casa, mentre io sono più fuori, al lavoro…molte donne mi avvicinano dicendo “Ah come sei fortunata!” Ma avere un rapporto paritario vuol dire che è una fortuna? Allora è talmente raro che si pensa che non sia una fortuna che tu ti sei costruita…

Comincio a notare queste piccole cose: un altro esempio è come viene presentato in televisione il femminicidio, l’uso delle parole, come la parola “raptus”…il dramma della gelosia, della follia…ma ormai si sa dagli studi che è invece l’esito funesto di un corso lunghissimo di violenza che porta alla premeditazione e all’uccisione.

Ecco come la cultura influenza il modo in cui interpretiamo gli altri, in cui ci comportiamo”.

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Le operatrici sono principalmente donne? Gli uomini che ruolo hanno?

“Gli uomini sono coinvolti come soci e sostenitori, ci sono in tutti gli eventi di sensibilizzazione. Però le indicazioni europee per i centri antiviolenza sono che il personale sia femminile, perché è importante il fenomeno del rispecchiamento, serve una donna che sia stabile e centrata per stare di fronte a un’altra che ha bisogno di ascolto, mentre le donne di paese potrebbero dire “ma dai resisti”, “ma in fondo lui ti ama”. Il rispecchiamento deve essere paritario e solidale.

Anche perché è importante il lavoro di gruppo…non so nella tua esperienza, ma sono poche, in genere, le donne che stanno insieme per un obiettivo di tipo sociale e politico, si fa fatica! Ci sono infatti delle cose che le riguardano direttamente, non si può sempre aspettare che qualcuno decida per te”.

 

Mi verrebbe da dire, in modo certamente stereotipato, che le donne non stanno insieme perché poi vengono fuori quelle piccole gelosie, il contrasto…è il dato reale o ci sono altri elementi?

“Non è facile lavorare insieme, ma il problema delle donne è spesso che si guardano con l’occhio maschile ed entrano in un’ottica competitiva. La cosa bella è riuscire a far vivere l’esperienza di solidarietà nella diversità! Poi ti rendi conto della potenza dei legami, che non sono delle sommatorie, uno più uno, ma sono moltiplicativi.

Ci vuole un lavoro di diplomazia. Dobbiamo smetterla di vederci nell’ottica patriarcale della prestazione, della bellezza e della performance! Poi vedi la bellezza anche dell’altra. Dentro l’associazione siamo molto diverse, dalle laureate alle operaie, dalle bianche alle nere…ma tutte sentiamo questa armonia”.

 

Cosa risponderesti all’accusa, magari molto maschile, “Ma voi siete femministe e quindi ci allontanate!”?

“Noi abbiamo imparato a considerare la parola “femminista” un complimento. All’inizio sembra che corrisponda ad una persona rancorosa, che ce l’ha con gli uomini. In realtà è un modo di prendersi uno spazio per lavorare sulla parità dei diritti, non escludendo i maschi, ma salvaguardando degli spazi.

Le differenze di genere sono differenze di potere: nei Paesi in via di sviluppo l’alfabetizzazione maschile rispetto a quella femminile sono diversissime, e così l’accesso alle professioni, alla pianificazione familiare, alla sessualità condivisa, sono tutte questioni di potere. E anche qui garantirsi uno spazio in cui si può lavorare non è poco. E poi non siamo delle zitelle inacidite con i baffi e i peli sotto le ascelle, abbiamo tutte delle relazioni abbastanza sane. Noi cerchiamo di trovare il nostro linguaggio, il nostro modo di agire, la nostra specificità”.

 

Il femminismo, in questo senso, mi sembra che fornisca degli strumenti a quelle donne che non hanno una relazione “bilanciata”. Nel tuo percorso personale come li hai trovati, questi strumenti?

“Ah, una vita ci vuole! Personalmente il lavoro che ho fatto in Africa subsahariana e in America latina, il contatto con le donne come pazienti e come colleghe…ho cominciato a vedere in quei Paesi, in cui la situazione è molto più lampante, le differenze, ma anche le ingiustizie di genere. Allora ho voluto approfondire con un Master sulle disuguaglianze di genere. Ho cominciato a leggere testi che sono stati magari scritti negli anni ’70, ma sono di una lucidità incredibile…e la stessa letteratura! Ci sono scrittori e scrittici sensibili a queste tematiche che spesso non comprendiamo in tutti i loro aspetti se non ci facciamo caso”.

 

Un suggerimento di lettura?

“Nella letteratura ci sono le tre sorelle Bronte, che sono delle donne pazzesche, che hanno vissuto in isolamento totale dal punto di vista affettivo e culturale, ma che hanno prodotto delle cose meravigliose, perché avevano loro una vita appassionata e si confrontavano…sono insomma riuscite ad essere libere.

Ad esempio Jane Eyre, questa ragazza che va a fare la governante in una famiglia ricca, non è una ragazza bella ma ha questo coraggio per il suo studio e la sua preparazione, e si confronta con i suoi capi in modo paritario.

Non che Charlotte volesse scrivere un romanzo a tema, ha scritto quello che sentiva lei, ma è assolutamente femminista!

Oppure in “Guerra e pace” di Tolstoj ci sono delle figure femminili pazzesche! Il monumentale romanzo finisce con un quadretto familiare di una tristezza unica dove queste donne “toste” finiscono in un ambito un po’ riduttivo che è quello del focolare.

Ci sono dei testi bellissimi che mi hanno permesso di rileggere queste opere con delle sfumature particolari, come questo della storica Lyndall Gordon, “Charlotte Bronte. Una vita appassionata”, in cui si rivisita la povera e miserella Charlotte Bronte così come ce l’ha rappresentata la storia della letteratura. No! Lei si è confrontata con autori della sua epoca dicendo il suo parere!

Insomma, la nostra visione delle autrici è stereotipata: Emily Dickinson ci viene dipinta come una poetessa verginella, ma anche lei era una donna dalle forti passioni, dai contrasti forti e molto anticonvenzionale.

E poi ci sono proprio testi femministi, come Simone de Beauvoir in “Il secondo sesso”, che ha scritto nel ’46, e che è fortissimo. Oppure Germaine Greer con “Eunuco femmina”, un testo meno conosciuto e che parte dal corpo delle donne per far vedere come le donne stesse si autorelegano”.

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Arriviamo alla domanda critica. La molestia non è solo fisica, ma anche psicologica. Però è sottile e difficile percepire il confine tra una percezione irreale o costruita e una molestia veramente passibile di denuncia. Ti è mai capitato di non credere a quello che ti veniva riferito da parte di una donna, soprattutto in un ambito così labile?

“L’impostazione nel nostro sportello è quella di credere sempre alle donne.

Non essendo noi dei legali, non è tanto importante verificare la veridicità, quanto ascoltare. Anche se tu stai mistificando, stai esagerando, comunque stai esprimendo un disagio. Saranno i percorsi che testeranno il resto. E poi c’è da considerare una cosa: quello che viene definito “sessismo ordinario” ,a cui gli uomini di solito rispondono con un “Eh, ma cosa, ti ha fatto solo un complimento”, è difficile da classificare e per definirlo tale conta il disagio che la persona prova. Il disagio è da ascoltare, non per forza per denunciare, ma per saper prendere le distanze”.

 

Grazie davvero Anna, passiamo ora ai tuoi Twig. Quali storie vuoi segnalarci?

“La prima storia che vi segnalo è quella di Annet Henneman. Attrice militante, di origini olandesi, vive da tantissimi anni a Volterra dove realizza spettacoli di teatro reportage centrati sui conflitti in Iraq, Siria, Kurdistan, dove si reca periodicamente a lavorare con artisti locali. L’altra storia che voglio segnalarvi è quella di Aurora Pacchi, musicoterapeuta, insegnante di canto e leader del gruppo Madaus”.