Marco Maisano, non sono così serio come sembro a Le Iene

Un sognatore, laureato in giurisprudenza, che voleva fare l’astronauta, poi finisce a fare il giornalista.

“Il giornalista non lo so, finisco ad andare in tivù. Il nostro è un lavoro particolare, oscilla tra l’informazione e l’intrattenimento. Sui social ho scritto “giornalista”, ma ogni tanto questa cosa mi imbarazza. Sono una persona che cerca di fare informazione, ma penso che il giornalismo sia qualcosa di molto più alto. Detto questo, il programma per cui lavoro ha mille meriti, tra cui quello di informare molto più di tanti altri che si ergono a programmi d’informazione”

 

Ma deve anche intrattenere.

“Esatto, è comunque un programma di prima serata, che come tutti ha lo scopo di fare ascolti.”

 

Quindi i tuoi sono racconti…

“Esatto, sono racconti. Adoro il mio lavoro, e spero sempre che dopo un mio servizio la gente abbia voglia di informarsi. Se ti parlo di chi combatte l’Isis mi auguro che ti venga voglia di aprire un articolo del New York Times che parla dell’avanzata a Mosul”
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A proposito di Mosul: oggi [data dell’intervista, ndr] le truppe irachene hanno annunciato il loro ingresso nella città. Il crollo fisico di una roccaforte coincide con quello ideologico?

“Assolutamente no. Mosul è una città particolare, la più grande dopo Baghdad, e lo Stato Islamico per sua sfiga l’ha eletta propria capitale in Iraq. Senza dubbio la sua liberazione rappresenta una vittoria militare, che fa ben sperare e incoraggia. Rimane però il fatto che se l’Isis oggi si chiama così, domani potrebbe portare un altro nome. Bisogna sconfiggere l’ideologia e l’integralismo, presenti a mio avviso più in Europa che nei Paesi islamici. L’islam ha dei problemi interni che è doveroso risolva. Deve fare i conti con ciò che è: la nomenclatura di “religione di pace” è qualcosa che deve ancora conquistarsi”

 

Hai scritto molto anche di Israele e territori palestinesi, che conosci bene.

“Per me Israele è una seconda casa. Ci ho vissuto per mesi, ho un sacco di amici lì, è una terra magnifica. Non ho mai tempo per farlo, ma mi piace tornare a Tel Aviv e Gerusalemme, così come in Palestina, a Betlemme e Hebron. Gerusalemme è una città che mi emoziona molto. Veniamo da lì, credo sia dovere di ogni occidentale visitarla almeno una volta nella vita”

 

[fa una pausa]

 

“Ecco, so che ti sto parlando di Gerusalemme, però di recente mi sto appassionando molto al Boss delle Cerimonie”

 

[sguardi perplessi]

 

“Te l’ho detto che sono anche cazzone. Sto completamente flippando per questo napoletano che oltretutto adesso è anche in rianimazione. Un incubo. Ho un gruppo su whatsapp, che non vi dico da chi è frequentato perché rimarreste scioccati, sono soggetti insospettabili. L’ho creato per tenerci aggiornati sulle condizioni del Boss delle Cerimonie. Proseguiamo.

 

[Ordina un altro drink]

 

Tra le tue collaborazioni spicca quella con il Giornale.

“Assolutamente sì. Il Giornale è un gran posto. Ho lavorato anche per la carta stampata, ma i miei maggiori affetti sono al Giornale.it. C’è un amministratore delegato, Andrea Pontini, che è una persona rara. È un adulto con un’energia e una voglia di fare di un ragazzino, cosa che nel panorama dell’editoria e dell’informazione in Italia non esiste quasi più. È uno dei pochi che ha voglia di fare cose nuove. Propone, ascolta, prende a colloquio tutti. E gli devo molto, perchè in me ha creduto fin da subito”

 

Con “Gli occhi della guerra”. Notevole.

“Esatto, un progetto per il quale ho realizzato reportage in Iraq e Turchia. Che ha alla base un metodo molto innovativo, almeno in Italia, quello del crowdfunding: si propongono al pubblico vari reportage, e chi è interessato contribuisce a finanziare ciò che vuole vedere. Alcuni l’hanno definito “il crowdfunding dei ricchi”, perché il Giornale, dicono, è letto dai ricchi. Che in parte è anche vero, ma non capisco dove sia il disvalore nell’essere un giornale letto da persone benestanti. L’idea del chiedere soldi è molto nobile, perché molto umile: il lettore diventa l’editore”

 

Mentre invece l’editore è Berlusconi.

“Io non sono berlusconiano, non l’ho mai votato perché non condividevo i suoi programmi. Questo non vuol dire che il Giornale e le Iene non siano due bellissimi posti dove lavorare. Ho sempre avuto molta libertà, potevo scrivere di tutto senza mai ricevere censure. Cosa che, provoco, da altre parti succede. Poi è ovvio che il Giornale non uscirà mai con una prima pagina in cui insulta il proprio editore, ma questo non succede neanche a Repubblica con De Benedetti”

 

Quanto contano i contatti nei luoghi in cui realizzi servizi?

“Sono tutto. È l’80% del lavoro. Quando vai a girare sai già cosa farai, chi incontrerai, dove chiedere permessi. E non è detto che le autorità locali siano disposte a darteli. Io ho chiesto il visto per la Siria a febbraio e l’ho ottenuto a dicembre. Ci vuole molta diplomazia, cosa che non ho. Devi verificare le persone con cui lavori, e per farlo devi avere altre persone che le verifichino per te. All’inizio ovviamente attraversi step più rischiosi, ma col passare del tempo, più fai esperienza, più persone conosci e più il tuo lavoro diventa sicuro”

 

L’approdo alle Iene. La tua biografia parla di una “chiamata inaspettata”.

“Siamo nel 2016, mi hanno contattato su Facebook. Per chiedermi se volessi fare un colloquio senza impegno. Qui c’è un aneddoto divertente, perché la persona che mi ha contattato su Facebook utilizza un nickname. Arrivato a Cologno e mi presento alla guardiola con questo nickname. Mi dicono che non esiste nessuno con quel nome. Al che inizio a pensare che fosse uno scherzo dei miei amici cretini. Però insisto, scopro che questa persona esiste e la incontro. Dopo poco mi fa parlare con Davide Parenti, che mi dice “va bene, provaci”

 

A fare cosa?

“E che ne so. Alle Iene non ci sono percorsi predefiniti. All’inizio mi propongono un ruolo a Openspace. Io però avevo un lavoro al Giornale, dovevo partire per l’Iraq, così ne parlo con Parenti. Che mi chiede cosa andassi a fare in Iraq. Gli rispondo che avrei dovuto intervistare dei terroristi dell’Isis”

 

Solo.

“Lui rimane molto colpito, mi propone di farlo per loro, fa un giro di telefonate e nell’arco di mezza giornata io mi ritrovo con una divisa da Iena. Con le costumiste intorno, ero in imbarazzo totale”

 

Ma parti.

“Parto e torno con il servizio, che era completamente fuori format. Telecamera fissa, una sola inquadratura, cosa visivamente inaccettabile alle Iene. Nel suo piccolo però il servizio va bene, e mi apre la strada per continuare a lavorare lì”

 

Mica tanto piccolo.

“Sì, diciamo che in altri casi un servizio realizzato così avrebbe fatto tremare il palazzo. Era tutto sbagliato. Ma in Iraq ci avevano imposto tempi e modi, e Parenti l’ha capito. È una persona estremamente competente. Ogni critica che ti muove ha un senso, dice sempre qualcosa di vero. I modi non sono sempre i più delicati, ma se hai l’umiltà di fermarti ad ascoltare, e di capire che non sono critiche personali ma professionali e costruttive, puoi davvero imparare tanto. Il pochissimo che so lo devo a lui. Che poi l’umiltà serve nella vita in generale. Sarà che sono terrone, ma mi hanno insegnato così”
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Il servizio a cui sei più legato?

“Proprio il primo. Perché l’ho fatto con le unghie e con i denti, Parenti me l’ha ribaltato almeno venti volte. “Riscrivi così, i voice sono sbagliati, manca l’intenzione”. L’ho preparato con un ragazzo che in quel momento era uno scappato di casa come me. Che è Giacomo Betti, un bravissimo operatore, oggi studia per diventare direttore della fotografia. Ma all’epoca eravamo due stronzi improvvisati che gli hanno presentato una cosa surreale. Che però poi è andata in onda. All’una di notte”

 

E tu eri lì, davanti al televisore.

“No, ero in studio. E anche qui c’è un aneddoto. Arriva Davide parenti e mi fa: “Maisano, è il tuo momento. Mentre va in onda il servizio girati e guarda le reazioni del pubblico in studio. Tu da loro devi imparare”. Che è verissimo. Se durante un tuo servizio gli ascolti calano non è colpa del pubblico, sei tu. Ce n’è sempre una: la partita, il rigore, Amici, Pechino Express. Tutte scuse. Il pubblico premia, se deve premiare, poi ci sono le sfighe, ma in linea generale il problema sei tu”

 

E tu dovevi osservarne un campione.

“Sì. Peccato che era l’epoca in cui andavamo in onda una volta a settimana, la puntata durava tre ore e mezza, senza pause, su quegli gli sgabelli mortali, e poco prima dell’una gli operatori aprono le porte dello studio perché la gente non ce la fa più. Io ero pronto, carichissimo, il mio servizio va in onda… Senza pubblico. Se ne stavano andando tutti. Nello studio eravamo rimasti io, Giacomo Betti, l’autrice Francesca Di Stefano e Nina. Seduta in ultima fila, che alla fine del mio servizio applaude. Da sola. Parenti viene da me e mi dice: “sì, ecco, è un po’ tardi. Domani guardiamo il grafico insieme Maisano, dai. Forza”. Sfigatissimo come sempre”

 

Un servizio che oggi faresti diversamente?

“Uno in particolare non c’è, diciamo che in alcuni casi metterei più cura. Ci metto sempre l’anima, senza passione è impossibile fare questo lavoro. Spesso è sfiancante, lavoriamo tutti 7 giorni su 7. Ogni settimana devi uscirtene con un servizio e può capitare che la fretta ti impedisca di guardare la virgola. Ci sono cose che aggiusterei, ma sono orgoglioso di tutto quello che ho fatto finora”

 

Potendo scegliere, davanti o dietro la telecamera?

“Dietro. Assolutamente. A me piace scrivere. Mi piace scrivere i pezzi, studiarli, stare al montaggio, guardarli, organizzare. Dietro, tutta la vita”

 

L’altro caposaldo dei tuoi servizi è la droga. Come mai questo interesse? Non per la droga, dico nel trattarla.

“Mi piacciono le cose forti, adrenaliniche. È un mondo estremamente interessante, anche dal punto di vista sociale. Soprattutto perché in Italia siamo indietro anni luce dal riconoscere alla tossicodipendenza la qualità -se di qualità si può parlare- di malattia. Non è qualcosa che ha a che fare con il vizio. Uno Stato lungimirante, come la Svizzera o la Danimarca, offre ai tossicodipendenti la possibilità di drogarsi in maniera sana. Non perché vogliono che continuino a drogarsi, ma perché vogliono evitare che le persone siano costrette a rubare, prostituirsi o mentire alla famiglia per procurarsi i soldi con cui pagarsi la dose”

 

Che non è un vezzo.

“No, diventa una necessità fisica. È come togliere l’insulina a un diabetico. Nel momento in cui un Paese si rende conto di questo, avanza. In Svizzera i crimini legati alla tossicodipendenza sono spariti. Io, Paese, ti do una dose al giorno, e te ne basta una perché è buona. Ti do un posto sano, un medico che ti controlla in modo tale che tu non possa andare in overdose, e ti affianco un programma di recupero. Ma c’è anche chi è più indietro di noi, come l’Estonia, che i tossici li mette in galera. Il 40% delle carceri è pieno di tossicodipendenti. È una follia.

 

Adrenalina, rischio. Non hai mai paura?

“In quei casi no, un po’ per passione, un po’ perché sono mezzo pazzo e mi ci lancio. Ma di mio sono un fifone, ho paura di un sacco di cose. Dei ladri, del buio, dei gatti neri, degli spiriti. Sono parecchio superstizioso. Faccio i miei riti, se mi devo toccare mi tocco in un certo modo, ho tutti degli schemi mentali che se non rispetto è un disastro”

 

Ti piacerebbe spostarti su tematiche più leggere?

“Sì, assolutamente. Ci sto provando, spero nel prossimo futuro di poter regalare qualcosa in questo senso”

 

Non pensi che un servizio alla Angelo Duro possa in un certo senso compromettere l’immagine che il pubblico ha di te?

“E perché mai?!? Dunque, certe cose non le potrei fare perché non sono capace. Ma il non essere ingessato non implica il non poter fare bene le cose o addirittura fare informazione. Mi piacerebbe fare qualcosa di divertente e ironico, perché è in linea con quello che sono, un cazzone, che beve un Moscow Mule…”

 

Due.

“Due. Appunto”

 

C’è qualcuno a cui ti ispiri?

“Sì, tanti. Tiziano Terzani, molto legato all’Asia. Anche Oriana Fallaci, nel suo essere una provocatrice. È una persona di cui stimo, se non l’idea, la forza. Faceva la partigiana a dieci anni, insultata oggi dai comunisti che le danno della fascista. Io ci penserei cento miliardi di volte. Ha fatto la rivoluzione in Grecia, non solo raccontandola ma prendendone parte. Ha insultato Khomeini, ha mandato a fanculo Gheddafi. Era una con due coglioni così”

 

Rapporto con i fan. Come reagisci quando ti riconoscono per strada?

“Con imbarazzo, molto imbarazzo. Due giorni fa, ad esempio. Stavo passeggiando qui vicino con le cuffie sparate, dato che ascolto sempre un sacco di musica”

 

Quale?

“Ascolto tutta gente morta…Anni ’70, Crosby, Rolling Stones. Sono un finto giovane. Stavo passeggiando, arrivo a casa e ricevo un messaggio che mi dice “oh ma io prima ti ho visto, ti chiamavo, ti urlavo dietro Maisano ma tu non ti giravi!”. Al che chiedo mille volte scusa, spiego delle cuffie, imbarazzatissimo. Faccio questo mestiere perché mi piace farlo. È chiaro che crei delle ripercussioni reali sulla tua vita. Certo, non sono Fiorello, non è che se esco per strada si crea l’onda d’urto. Però capita che ti riconoscano, e io reagisco con imbarazzo perché sento di non fare una minchia per meritare la stima o addirittura la foto. Oltretutto in foto vengo malissimo, tutto storto, con un occhio mezzo chiuso. Un disastro”

 

E sui social?

“Con i social sono terribile. Ultimamente sto cercando di essere un po’ più attivo, ma non sono capace, fallirò miseramente. Cerco sempre di rispondere a tutti, anche se a ridosso della puntata o del mio servizio i messaggi sono molti ed è difficile rispondere in modo sensato e apprezzabile a tutti”

 

Nel poco tempo libero che gli resta, cosa fa Marco Maisano?

“Mi rilasso, sto con i miei amici, faccio le mie serate, a volte esagero anche. Tra le cose che si possono dire, leggo. Leggo molto. Mi fa staccare il cervello. La stessa cosa accade con la musica. Passo dai Pink Floyd al trovare gradevole, un attimo dopo, la Rettore”

 

Il che ci riporta al tema della tossicodipendenza.

“Assolutamente. Te l’ho detto”

 

Ci ringrazia, ci offre i drink, si stupisce: “non ho mai parlato così tanto in un’intervista”. Noi, mai così poco.

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