Marco Maisano, non sono così serio come sembro a Le Iene

Cosa si ottiene combinando il vissuto di un cinquantenne con la sete d’adrenalina di un diciottenne? In tutta probabilità un ventisettenne. Non uno qualsiasi ma Marco Maisano, classe 1989, calabrese dall’accento aretino, inviato alle Iene, conosciuto dai più come quello che parla arabo. E che presidia il delicato crocevia mediatico di droga, terrorismo e immigrazione, sfornando quel tipo di servizi che a logica dovrebbero farti cambiare canale e che invece ti inchiodano lì, come un’ebete, a sperare che non finiscano. A chiederti perché, a incazzarti, a commuoverti, a prendertela con qualcosa, con qualcuno, anche con lui.

Lui che ha intervistato i terroristi dell’Isis, documentato la tossicodipendenza a Kabul, insultato gli Imam integralisti, dormito con i Peshmerga curdi mentre gli aerei americani volano sopra le loro teste mirando al nemico comune. Lui che ha rincorso gli spacciatori di eroina a Prato, che si è mimetizzato con i suoi utilizzatori a Rogoredo e che ha mostrato come una versione potenziata della stessa droga stia intrappolando l’Estonia.

Lui che però non è solo questo. L’abbiamo appurato in un locale milanese, mentre il resto della città si preparava a celebrare la notte di Halloween. Parliamoci chiaro: serio lo è. È preciso, competente, informato. In una maniera totalmente atipica per una persona di quest’età. Ma a colpirci non è questo. A colpirci è la timidezza travestita da chiacchiera facile, l’umiltà sincera di chi ama il proprio lavoro più della notorietà che ne deriva. È il fatto di trovarci davanti a un potenziale mini Pulitzer che non vede niente di straordinario in ciò che fa. Ma soprattutto a un normalissimo ventisettenne, che nella vita si definisce un cazzone e che mai rinuncerebbe al lusso di continuare a esserlo.

 

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Il tuo profilo Twitter recita: “non sono così serio come sembro a Le Iene”. Dobbiamo crederci?

“Sì, lo so. I miei servizi parlano d’immigrazione, droga, Medio Oriente, guerra. Tutte cose molto serie che sì, fanno emergere il mio essere serio. Cosa che sono, nel senso che mi piace che le cose vengano fatte bene. Sono molto puntiglioso, verifico tutto ciò che scrivo e dico, amo essere serio al lavoro. Detto questo, nella vita privata sono un cazzone. Molto più di quanto si possa pensare”

 

Hai rilasciato poche interviste, tutte piuttosto stringate. Sei di poche parole?

“Bè, dipende chi me le fa [ride]. No, la realtà è che, non reputandomi così interessante, mi chiedo sempre per quale motivo altre persone si interessino a me. Faccio una vita più che normale, sono una persona semplicissima e mi suona sempre strano che qualcuno voglia intervistarmi”

 

 Quindi non è introversione.

“No, non sono introverso. Il fatto è che non sono egocentrico. Per niente, mai. Chiacchiero volentieri, ma preferisco sempre che si parli degli altri, mi piace restare in disparte, al massimo intervenire. Che detto da uno che lavora davanti a una telecamera forse fa strano”

 

 Poi ci arriviamo. Marco Maisano da ragazzino: cosa volevi fare?

“Da piccolo, verso i nove anni, ho visto un film “molto brutto”: Armageddon. È oggettivamente un film di merda, ma tutt’ora lo adoro. Del tipo che se lo rivedo oggi piango. Ecco, in quel momento ho deciso che avrei voluto fare l’astronauta. L’ho sognato per anni, ci credevo molto. Vedevo lo spazio e mi affascinava. Scrivevo, mi documentavo, ci ho messo anche un certo impegno”

 

Però…?

“Mi sono scontrato con i miei limiti biologici: sono un totale disastro in matematica. E in tutto ciò che ne deriva. La mia testa non è proprio predisposta, non mi riescono neanche i conti più banali, sono quello che quando si esce a cena con gli amici e c’è da dividere il conto delega: “non guardate me”

 

Un sogno d’infanzia spezzato. Poi cosa succede?

“Succede che mi trasferisco dalla Calabria ad Arezzo. Avevo dieci anni, non potevo discutere la cosa. Inizio le scuole medie e la mia totale assenza di predisposizione verso la matematica emerge. Ricordo anche di aver parlato di questa ambizione lavorativa al mio professore. Una persona molto buona, che con altrettanta bontà mi invita caldamente a cambiare idea. Non a torto: durante i cinque anni di liceo il debito in matematica è stato una costante, ogni anno associato alla seconda materia scientifica: chimica, fisica, biologia. Non ne ho saltata una”

 

Il liceo.

“Scientifico, il primo anno e mezzo. Ovviamente rischiavo la bocciatura. Ma il problema maggiore era un altro: non andavo d’accordo con una professoressa. Una donna che tutt’ora, se ci penso, mi fa salire l’ansia. Una di quelle che non dovrebbe fare quel mestiere. Insegnare è una vocazione: si guadagna talmente poco e l’impegno richiesto è talmente alto che la passione per ciò che si fa è vitale. Questa donna non solo non aveva passione, ma provava un gusto sadico nel vedere i propri studenti soffrire. Ne prendeva di mira tre o quattro e li vessava ad ogni occasione”

 

E tu eri uno di quelli.

“Chiaramente. Ma non è il solito “mi ha preso di mira” vittimistico: gli aneddoti che lo provano sono tantissimi. Ricordo interrogazioni a due in cui venivo accusato di parafrasare peggio della mia compagna di classe. Peccato che a me desse da parafrasare Leopardi e a lei Stefano Benni. Che è tutt’ora in vita, mi spieghi che cazzo parafrasi di Stefano Benni?”

 

Così te ne vai.

“Sì, dopo innumerevoli litigate e scene epiche. Mi iscrivo allo psicopedagogico. Non posso dire di essere stato un bravo studente, rimanevo un teppista, ero molto polemico. E infatti, 4 fisso nei temi. Che per uno che oggi prova a fare il giornalista…capisci che è paradossale”

 

Poi comincia l’università, giurisprudenza, a Roma.

“Sì, comincia. Comincia una cavalcata verso l’ansia. A me giurisprudenza non è che piacesse. Il punto era questo: i miei sono persone molto aperte e molto semplici, che però subivano il fascino borghese dell’avere il figlio laureato. Il primo laureato in famiglia. Vittima di questa mentalità mi sono iscritto a una delle tre facoltà che sapevo rientrare nel loro concetto di università: medicina, ingegneria, giurisprudenza”

 

Le prime due erano escluse.

“Decisamente, ormai ero consapevole dei miei limiti. Rimaneva giurisprudenza. I primi tempi un minimo mi appassiono: frequento le lezioni, accarezzo l’idea di diventare magistrato. La realtà è che non studiavo mai. Ero molto attivo in politica, quello sì. Ho seguito un corso solo, diritto privato. Sono un pessimo esempio, nessuno dovrebbe fare come me. Se l’università italiana ha fatto laureare Maisano c’è un profondo problema di base. Mi sono laureato anche bene, i miei 30 li ho presi, ho ritardato di soli otto mesi”

 

Anche perché, nel frattempo, c’è stato qualche viaggio.

“Nel frattempo sono andato a vivere in Marocco, dopo neanche un anno di università. C’ero andato in vacanza, durante l’estate, e mi aveva conquistato. Principalmente perché non costava niente, dato che come tutti i ragazzi a quell’età ero mediamente squattrinato. A settembre torno e comunico ai miei che sarei andato a vivere lì”
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E loro la prendono bene.

“Ovviamente ci rimangono, mi chiedono cosa diamine avessi fatto durante l’estate per prendere una decisione simile. In realtà niente di speciale, ma volevo andarci a vivere. Così parto. All’inizio mi ero messo in testa di voler imparare il berbero, una lingua straordinaria, molto affascinante dato che è totalmente priva di origini. Poi però ho realizzato che col berbero avrei potuto farci ben poco, e soprattutto che in Marocco parlano anche l’arabo. Male, ma lo parlano”

 

Al che ti metti a studiarlo.

“Mi iscrivo a una scuola, ma ci resto solo due mesi. Era la tipica scuola per americani ricchi. Mi stavano tutti molto antipatici. Oltretutto costava una fiammata, ed io ero sempre in ritardo con i pagamenti. Ricordo ancora la signora Margareth, all’ingresso, che mi guardava sempre con quella gentilezza tipicamente americana di chi ti sorride ma dentro di sé ti dà dello stronzo. Mi sentivo fuori luogo, circondato da figli di papà, mi guardavano male persino quando andavo a fumare. Ma alla fine l’arabo l’ho imparato. Meglio di loro”

 

Come?

“Rimanendo lì un altro anno e quattro mesi”

 

Lì lavoravi?

“Bè, sì… A modo mio”

 

Dobbiamo mettere in pausa l’intervista?

“No, non ancora. Non ho mai fatto niente di veramente illegale. In Marocco, come anche in Italia, esiste una cosa chiamata commissione. Se io porto te, turista italiano, a comprare un tappeto da un venditore a Fez, lo paghi 150 euro. Ecco, una parte di quei 150 euro costituivano la mia percentuale. Ovviamente, se fossi andato da solo a comprare il tappeto l’avresti pagato meno, ma io ometto di dirtelo. Non è bellissimo, lo so. Ma campavo così”

 

Che vita facevi?

“Ogni tre mesi dovevo ristampare il visto. Ed ero sempre iscritto all’università, quindi venti giorni prima dell’esame mi mettevo a studiare, andavo a Roma per sostenerlo e poi tornavo in Marocco. Così per un anno e mezzo”

 

Però tu qui non ci volevi restare.

“No, mi rimetto a viaggiare, cosa che ho sempre amato moltissimo. Vado in Israele, dove vivo per sei mesi, ma anche in Palestina, Libano, Giordania. Non avevo ancora finito l’università ma già lavoravo, all’epoca per The Post Internazionale. Mi sono formato molto in quegli anni, attraversando tutto il Medio Oriente, compreso l’Iraq e più tardi la Siria. Poi, finalmente, nel gennaio 2015 mi laureo”

 

L’arabo, continui a praticarlo?

“Moltissimo, prima di tutto perché litigavo con la mia ex marocchina, con la quale tutt’ora ho un rapporto d’amicizia straordinario, ma l’incompatibilità era quasi totale”

 

Il tuo viaggio più significativo.

“In Nepal, senza dubbio. Ero un pischello, avevo 18 anni. Prima d’allora ero stato nei Balcani, ma con i miei, e da solo in città come Londra e Amsterdam. Quello in Nepal è in assoluto il viaggio che ricordo con più emozione. Innanzitutto perché l’ho fatto con il mio migliore amico, Ettore, che lo è tuttora. In secondo luogo perché avevo una carica incedibile, milioni di idee, una creatività in testa mai vista”

 

E il posto ti conquista.

“Assolutamente, fin dall’inizio. Ancora oggi non so trovarti un’uscita dall’aeroporto così d’impatto. Atterri a Kathmandu e fuori dall’aeroporto ci sono le vacche. Le vacche sacre, che gli induisti non toccano. Intorno a te, decine di persone con il carretto che trasportano la gente come a Pechino negli anni ’40. Biciclette, clacson da ogni parte, e le vacche. Ero completamente affascinato”

 

Hai mai ritrovato quelle sensazioni, durante altri viaggi?

“Mai. Neanche lontanamente. Credo che non le riavrò più, e ci soffro. Ogni volta che vado in un posto, soprattutto in Asia, quasi mi sforzo di riprovare le stesse sensazioni, di rivedere certe immagini. Ogni tanto me le immagino. Soprattutto quando viaggio con Ettore: insieme siamo stati in Vietnam e Laos e più di recente in Thailandia e Cambogia. Io tutte le volte, come un pirla, gli dico: “ma sono gli stessi odori del Nepal!”. Lui mi asseconda, un po’ perplesso. Poi dopo sei ore che sei lì ti accorgi che è lo smog. Ma per quanto mi piacerebbe visitare altri posti, tipo il Sudamerica, ogni volta che si presenta l’occasione la prima scelta è sempre l’Asia”