Grido, grazie Gemelli DiVersi e J-Ax ma oggi canto da solo!

C’è un momento, nella storia di ogni cosa, in cui tutto ciò che poi è diventato mainstream ha avuto un inizio. È il momento dei creativi, dei testardi, dei passionali e dei tenaci. Il momento in cui coloro che, contro tutto e tutti, hanno portato avanti un’idea, un sogno, un’ideologia, uno stile di vita, si sono fatti precursori di un qualcosa senza certezza, che ha aperto la strada a generazioni di persone.

 

Tra queste io ci metto Luca Paolo Aleotti, in arte Grido. Il suo nome sicuramente vi suonerà familiare. Un po’ perché condivide il cognome con uno dei personaggi più grandi della scena rap italiana, J-Ax, suo fratello, un po’ perché a cavallo tra gli Anni ’90 e i primi Anni 2000, con il suo gruppo Gemelli DiVersi, ha aperto la strada al pop rap italiano.


Noi, grazie alla segnalazione di J-Ax, abbiamo avuto modo di incontrarlo e di fare con lui due chiacchiere sul suo profilo artistico, il suo passato nel Gemelli DiVersi, l’addio alla band, il rapporto con il fratello e il futuro, con un album da solista in uscita il prossimo febbraio.

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Quando ci siamo sentiti per messaggio io ti ho chiamato Luca e tu ti sei firmato Grido. Devo ammetterti che la cosa un po’ mi ha divertito…

“Ma no dai, Grido e Luca sono la stessa persona. È un soprannome che mi porto dietro da quando ho iniziato a fare le prime tag a Milano e giravo per la città come uno sbarbato con lo skate. Tutti ormai mi chiamano così: fan, amici e anche i miei genitori”.

 

Mi vuoi dire che tua mamma chiama i suoi figli J-Ax e Grido?

“Ebbene sì, lo ammetto”.

 

Dicevi che Grido è un soprannome. Chi te l’ha dato?

“Ovviamente mio fratello, diceva che urlavo sempre”.

 

Il nome è un tema abbastanza delicato per te. Luca da ragazzo, Grido con i Gemelli Diversi, poi Weedo e oggi ancora Grido…

“Weedo è una costola di Grido. Non a caso c’è una certa assonanza. L’ho scelto come nome in occasione del percorso che ho fatto con l’ep e della produzione in Newtopia. Volevo trovare un modo per allontanarmi dal mainstream e far sì che quello che stavo facendo in qualche modo non fosse associabile al mio passato”.

 

E i fan come hanno vissuto questo cambiamento?

“Alcuni, come prevedibile, mi hanno criticato, accusandomi di voler rinnegare quello che è stato. Io in realtà non l’ho mai fatto e l’ho spiegato ampiamente anche in alcuni post su Facebook. Però la vita è così. È complessa e spesso le cose che nella tua testa sembrano semplici, in realtà non lo sono. Che qualcuno mi chiami Luca, Grido, Weedo o Paolo (che è il mio secondo nome) poco importa: ciò che conta è quello che comunichi, il nome con cui lo chiami è solo una confezione. Per molti, però, è stato un modo per ricordarmi come quello che aveva rotto il giocattolo…”.

 

Ti riferisci ai Gemelli Diversi?

“Sì. Certo, mi aspettavo che i fan di vecchia data si risentissero del fatto che avessi mollato la band. Io però ho sempre detto che la mia scelta è stata frutto di un atto di onestà e rispetto nei confronti di me stesso, della promessa che mi ero fatto all’inizio del mio percorso e del pubblico che ci seguiva. È ormai noto a tutti che, nell’ultimo periodo, io e THG non riuscissimo a far andare il progetto musicale nella direzione che volevamo. Non c’era più quell’unione d’intenti che era stata la scintilla che aveva dato vita ai Gemelli Diversi. Eravamo un gruppo di quattro amici e non di quattro soci. Quando la cosa ha iniziato a virare verso la sensazione di essere persone in affari che condividevano un palco, ho perso lo stimolo di andare avanti. Così, per non sfruttare a tutti i costi un brand che avevamo creato negli anni, ho deciso di lasciare la band”.

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E a febbario 2017 uscirà il tuo nuovo album: cosa dobbiamo aspettarci?

“Il nuovo album sarà per me la possibilità di fare nuova musica, concepita nel tempo grazie a una maturità professionale e personale. Può sembrare un’espressione esagerata, ma questo è il disco della mia vita. Non fraintendermi, anche gli altri sono stati importanti, ma ero ancora mentalmente all’interno di una band e l’approccio era quello di ricoprire solo un ruolo della squadra. Questo disco, invece, a partire dalla sua concezione, verte tutto sulle mie spalle”.

 

Si chiamerà Segnali di Fumo, perché questo titolo?

“Sia nella mia musica che nella mia persona ci sono evidenti segnali di fumo qua e là (ride, ndr). In realtà, però, il nome prende forma dalla mia passione per la cultura degli Indiani d’America: di una minoranza che sopravvive nonostante i cambiamenti del mondo. C’è un grande aspetto mistico e morale nelle loro storie, che si può ritrovare in alcuni versi delle mie canzoni. I segnali di fumo per loro erano un linguaggio arrivabile a tutti, ma comprensibile a pochi. È questo il parallelismo che voglio portare nella mia musica: se ti interessa, io sono lì, dietro la montagna e questo è il mio messaggio. Poi sta a chi lo vede decidere se leggerlo oppure no”.

 

Ti sei tolto qualche sassolino dalla scarpa? Hai fatto qualcosa che con i Gemelli non eri riuscito a fare?

“In quest’album ci sono collaborazioni con molti produttori. Cosa che con i Gemelli non ero mai riuscito a fare. Essendo un collettivo, con un’impronta così forte, era difficile trovare dei featuring. In questo disco ne ho colto l’opportunità. Ci saranno un po’ di nomi: dai più noti agli emergenti. Ne è venuto fuori un disco di cui sono molto orgoglioso”.

 

Me l’hai accennato prima, ma vorrei mettere l’accento sulla questione: i motivi del distacco con gli altri componenti della band sono stati solo professionali o anche personali?

“In realtà, come ti dicevo prima, nei Gemelli Diversi l’aspetto professionale e l’aspetto di vita si sono sempre fusi. Non siamo mai stati solo professionisti che condividevano il palco. Noi condividevamo l’emozione del palco. Nel frattempo, però, soprattutto negli ultimi anni, THG stava cercando sempre più di dare sfogo al suo sogno di diventare un producer anche per altri. Io ai tempi lo sapevo e così ho preferito cercare di percorrere la mia strada, lasciando la band”.

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Ha fatto tanto discutere il tuo addio…

“Io ho lasciato la band nel modo più plateale, però oggi, se ci fai caso, l’ultimo disco che porta il nome dei Gemelli Diversi è stato fatto solo da Thema e Strano. Questo vuol dire che anche THG, in maniera meno plateale, ha lasciato la band per dedicarsi ai suoi progetti. Lui oggi è uno dei top producer in Italia, un Re Mida che trasforma in platino tutto quello che tocca”.

 

Vi sentite ancora?

“Sarò onesto. Con Thema e Strano i rapporti sono andati scemando da quando ho lasciato la band. Oggi non ci sentiamo quasi più. Con THG, invece, ho ancora un bellissimo rapporto. Ci vediamo e ogni tanto usciamo a cena insieme”.

 

Se i Gemelli Diversi fossero rimasti insieme, secondo te, oggi dove si sarebbero collocati nel panorama musicale italiano?

“Li avrei visti rigenerare oggi quella stessa scintilla e quella diversità, che portavamo anche nel nome, che abbiamo portato avanti negli Anni ‘90. Così come nel 1998 arrivammo come un pugno in faccia facendo un rap, o pop 2.0, totalmente differente rispetto agli altri, oggi avremmo dovuto fare una cosa simile, mettendoci in gioco”.

 

Voi avete riscosso un grande successo con Mary. Che effetto ti fa sapere che milioni di adolescenti cantavano la storia di una ragazzina che veniva abusata dal padre?

“Mary è sicuramente una storia molto forte, ma è la vita che è fatta così. A volte veniamo messi di fronte a situazioni che sono più toste di quanto ci aspettiamo. Ci sono storie, come quella di Mary appunto, che facciamo finta che non esistano nella nostra società. Si può anche avere una vita felice facendo finta di niente. Qualcuno la definisce beata ignoranza. Io però credo che in questo modo si vive solo in maniera superficiale, ricavando un pezzo di paradiso immaginario che in questa società è solo un’illusione. Vivere davvero, per me, significa entrare in contatto con storie forti, trovando il modo e la forza di affrontarle e trarre un insegnamento. Cantare Mary non è stato altro che raccontare una di queste. È stato un tema forte, quello senza ombra di dubbio”.

 

Che feedback avete avuto ai tempi?

“Faceva effetto ricevere messaggi dal Telefono Azzurro, o da altri enti, che chiedevano di poter collaborare perché subissati di telefonate frutto del messaggio lanciato da quella canzone. Noi l’abbiamo cantato: se succede una cosa del genere, non stare zitta, racconta la tua storia. Per 9 persone che si gireranno dall’altra parte, ce ne sarà una che vorrà aiutarti. Mary racconta anche questo. Certo, è un messaggio fortissimo e non so dirti se sia giusto o sbagliato. Noi però abbiamo raccontato una storia. Sì, faceva effetto vedere ragazzini giovanissimi cantarla senza comprenderne il reale significato, ma il bello della musica è anche questo: non ha età, c’è il tempo di crescere e capirla. Ascoltarla oggi, per chi allora era un ragazzo, è come rileggere un libro: puoi scoprire passaggi che allora non avevi compreso. Mary oggi è ancora lì”.