Federico Clapis, da dottore sul web ad artista nella vita

L’appuntamento è alle 17.30 al civico 39 di una via centrale di Milano.
Conosco Federico Clapis da sempre. O almeno mi sembra. Non ci siamo mai incontrati, ma negli anni ho seguito con passione, interesse e curiosità il fenomeno web che porta il suo nome. In sostanza sono uno degli 839.615 like su Facebook, uno dei 134.000 follower su Instagram e una delle milioni di visualizzazioni che i suoi video hanno fatto su Youtube. Insomma, sarà la stessa città, gli stessi Anni ’90 vissuti alla scoperta di internet, sarà lo stesso nome, ma io Federico Clapis sento di conoscerlo da una vita.
Arrivato al citofono, inizio a fissarlo spasmodicamente alla ricerca di un indizio.
Dì la verità: speravi di veder scritto Clapis? Sto cazzo!”.


Federico arriva verso di me dopo aver parcheggiato lo scooter davanti al portone. Ci presentiamo tra le risate nostre e di chi ha assistito alla scena, poi scendiamo nella sua galleria.
Eccolo il luogo del misfatto. Il posto che ha dato vita alla trasformazione del dottor Clapis in artista. Una sala immensa, piena di sue opere con una scrivania sul fondo. Ci sediamo e, dopo una breve presentazione (con annesso approfondimento sul nome del nostro magazine), iniziamo la nostra chiacchierata, figlia della segnalazione di Rovazzi.

 

Innanzitutto, una domanda è d’obbligo: come faccio a capire che sei veramente tu e non il tuo sosia? (N.B. Federico Clapis, negli ultimi mesi, ha dato vita a un vero e proprio esperimento sui suoi canali, delegando a un ragazzo dai tratti simili ai suoi tutte le funzioni social)

“No no, sono io, giuro! Il sosia nasce per adempiere le mie funzioni social, alcune cose le faccio ancora io (ride, ndr).

 

Anche se noi, in un certo senso, siamo social?

“Diciamo che ho un discreto sesto senso e sentivo che questa sarebbe stata un’intervista con una certa profondità. Certo, fino a un secondo fa non sapevo cosa volesse dire Twig, ma mi hanno parlato bene di voi e ho voluto farla personalmente. Il sosia, o come preferisco chiamarlo io l’altro Federico Clapis, nasce consapevolmente come essere umano solo per dare al popolo ciò che il popolo vuole”.

 

Una sorta di protesta?

“Assolutamente sì, ma anche una provocazione”.

 

Devo confessarti che nel preparare la nostra intervista ho incontrato qualche difficoltà. Per esempio su internet non c’è più traccia di molte cose che hai fatto in passato…

“È vero, molte cose le ho messe private”.

 

Questo fa scopa con quello che si legge oggi sul tuo sito, circa il fatto che per tutti questi anni hai lavorato sotto copertura per poi arrivare all’arte. Ma cosa ne è rimasto del Federico di prima?

“Sicuramente qualche contenuto online è rimasto. Pochi. Ho tolto tutto quello che c’era di più grossolano. È rimasto solo tutto ciò che definisco contemporaneo, ma soprattutto è rimasta la nuova gente che prima non mi conosceva e che ora mi sta scoprendo”.

 

C’è veramente qualcuno che prima non ti conosceva in qualche tua declinazione?

“Ebbene sì. Si può dire che le persone che mi seguono stanno aumentando (seppur in minima parte), ma soprattutto vengono sostituite. Sta avvenendo una specie di salasso: rimangono coloro che si sono appassionati al mio cambio e arrivano nuovi che prima non mi conoscevano o a cui prima non piacevo”.

 

Il bilancio com’è? Sei contento di ricevere nuove attenzioni o sei dispiaciuto di perdere quelle vecchie?

“È una trasformazione molto lenta e graduale. Quasi non mi accorgo di chi va via e di chi arriva. Io lo vedo dai miei dati. Le mie pagine sembrano ferme, ma siamo nel pieno di un salasso e quindi di un’operazione chirurgica: il corpo però deve restare vivo”.

 

Ecco che torna quindi il Dottor Clapis…

“Esatto, io ho sempre avuto un’inclinazione un po’ medica!”.

 

 

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Si può dire che tu sia stato un precursore: startupper (con Pubblibici, ndr) quando le startup non esistevano, youtuber quando Youtube era appena sbarcato in Italia, pr in discoteca nel periodo d’oro delle serate milanesi…

“È vero, ho il vizio di fare le cose e poi fare guadagnare gli altri…” (ride, ndr).

 

Però le fai prima di tutti…

“Giusto, ma tanto nessuno ti da mai un premio per fare le cose per primo”.

 

Quindi è lecito pensare che con l’arte tu stia aprendo una nuova strada?

“Ho questo amaro compito. Non voglio premi da nessuno per ciò che è stato, perciò cerco di fare in modo che ci sia dell’altro. Una volta, quando qualcuno faceva qualcosa, andava avanti tutta la vita a fare quello. A me non è successo e quindi vado avanti a fare il mio, che in questo caso specifico è più interessante di quello che ho fatto fino ad ora. Ti dico la verità: mi sono dimenticato di molte cose che ho fatto ”.

 

Che effetto ti fa quando le rivedi?

“Montandomi i video da sempre da solo, vedo Clapis come un pupazzetto e non mi riconosco. Non perché io voglia prendere le distanze dal prodotto, ma perché proprio non mi riconosco fisicamente. Rivedendo le cose vecchie rido come un matto, come se quello nello schermo fosse un comico che non conosco e che vedo per la prima volta. Su altre cose, invece, entro nel disagio di quel momento. Il lato divertente lo vedo da esterno, mentre il lato sofferente me lo ricordo ancora”.

 

Rimpiangi qualcosa di quel periodo?

“No, quel che è stato è stato”.

 

Passiamo all’arte e alle tue opere in stampa 3D. Come ti è venuta l’idea?

“Io ho sempre fatto arte e già in passato ho utilizzato dei piccoli soggetti umani in resina, con il desiderio di dar loro una personalizzazione. Purtroppo, poco dopo aver iniziato, ho scoperto che un artista, che fa set fotografici con omini in resina, usava le mie stesse miniature e la cosa mi dava fastidio. Certo, erano concept diversi, ma mi dava fastidio. Allora, dopo un po’, il desiderio di personalizzarle mi ha dato l’idea di usare la tecnologia per entrare personalmente nei quadri, accorgendomi solo dopo di quanto questo creasse un link tra il mio percorso mediatico e il quadro. Finalmente entravo in una dimensione recitativa senza il compromesso dell’attore, in una figura statica che per sempre racconta un’emozione”.

 

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È tutto molto studiato…

“Sono cose che vengono da dentro. Sono emozioni e stati d’animo”.

 

Anche il gioco delle luci?

“Sì. Il gioco delle luci è importantissimo, ma può anche variare. L’importante è che ci sia”.

 

Cosa spinge una persona a comprare un Clapis su tela?

“Intanto è un oggetto e, in quanto tale, se hai disponibilità economiche abbastanza alte, perché per comprare un oggetto d’arte solo perché ti piace devi averne le possibilità, te lo compri. A volte uno può fare un ragionamento di quanto tutto stia cambiando, di quanto i mercati d’intrattenimento, della moda, ecc. siano cambiati. Forse il cercare di cambiare un mercato come quello dell’arte, per primo, questa volta non mi va in culo. Questa è casa mia. È questa sensazione che mi fa pensare di essere nel mio habitat naturale. Qui essere i primi a fare le cose ha anche una forma di ritorno e questo ragionamento qualcuno lo fa, vedendolo come un investimento”.