Antonio Razzi, faccio lu fess’ per nun fa la guerra

Ospite abituale nei talk show pomeridiani e serali, bersaglio di giornalisti a caccia dell’errore grammaticale facile, intrattenitore in radio o cantante su Youtube. L’abbiamo visto in mille salse e forse ne siamo anche assuefatti al punto da non farci neanche più caso. Eppure Antonio Razzi, 68 anni, senatore della Repubblica Italiana, abruzzese DOC con il pallino della Svizzera, non è solo questo.

 

Te ne accorgi alle 4 di notte di una calda estate, quando preso dalla noia, che si concretizza nella ricerca di potenziali storie da raccontare, ti imbatti sul suo profilo Twitter. Un follow, un bot che ti ricambia e il gioco è fatto. Gesto sconsiderato di un personaggio pubblico che ti permette di attivare la possibilità di scambiarsi messaggi privati tra un cinguettio e l’altro? No.

 

Al senatore Razzi, se scrivi su Twitter, non solo il messaggio arriva ma ti risponde anche in tempo zero con una disponibilità e un’educazione disarmante. Dopo esserci presentati, accetta di fare due chiacchiere con noi e così ci accordiamo per vederci nel suo ufficio, in Senato, la settimana seguente.

 

Se hai visto la prima stagione di 1992 non puoi non sapere due cose: la prima, che dietro a un politico si nasconde sempre una strategia di comunicazione fatta di finzione ed esagerazione e, seconda, che al Senato non si accede senza giacca e senza cravatta.

 

Qui viene spesso a trovarmi un sacco di gente da tutta Italia. Vedete? Ormai non fanno nemmeno più caso a come si veste la gente che ha un appuntamento con me”, ci dice appena entriamo nel suo ufficio.

Noi, però, oltre ad aver messo la camicia, abbiamo indossato i panni dei curiosi e abbiamo cercato di scoprire qualcosa di più su uno dei politici più chiacchierati d’Italia, rimanendone, non ve lo nascondiamo, piacevolmente colpiti.

Foto Niccolò Battaglino
Foto Niccolò Battaglino

Partiamo dal principio: Per lei cosa vuol dire fare politica?

“Fare politica per me è strettamente legato al fare del bene alle persone”.

 

Lei quando e come ha iniziato a fare politica?

“Ho iniziato a interessarmi alla politica quando ero in Svizzera. Il mio intento, fin dall’inizio è stato quello di portare in Italia il modello svizzero sul rispetto delle regole. Inutile dire che è impossibile”.

 

Lei si è trasferito dall’Abruzzo alla Svizzera quando era molto giovane per motivi di lavoro. Ci sono delle analogie tra lei e i giovani che oggi cercano fortuna all’estero?

“Mi sono trasferito in Svizzera nel 1965, a 17 anni. Oggi lasciare l’Italia per i giovani è semplice, perchè hanno studiato, sono laureati, parlano 2 o 3 lingue tranquillamente. Quando sono andato io non era così. Non ero un laureato, ma soprattutto c’era tanto bisogno di lavorare per portare i soldi a casa e far vivere dignitosamente la famiglia. Io sono andato là per quello e ho dovuto lasciare la scuola. Io volevo studiare, ma oggi, col senno di poi, penso che è stata una fortuna non averlo fatto. Se avessi studiato avrei sicuramente saputo di più e magari oggi sarei stato sulla luna e non sulla Terra”.

 

C’era più umiltà allora?

“Sì. C’era la voglia di rimboccarsi le maniche. Oggi sono tutti sulle spalle del nonno, della nonna o dei genitori. In alcuni casi capita poi che ammazzano la mamma o il papà per l’eredità o perchè non gli hanno dato la paghetta. E chi sono quelli? Sono coloro che hanno sempre vissuto sotto sulle spalle dei genitori”.

 

Cosa si sente di dire a chi oggi lascia l’Italia per andare all’estero?

“Lasciare l’Italia è un’esperienza di vita e apre diverse porte. Io dico sempre che è molto meglio tenersi qualche porta aperta piuttosto che entrare e uscire sempre solo da una porta”.

 

Lei quindi consiglia di andare a fare esperienza fuori e tornare poi in Italia per farla grande?

“Tornare per portare dentro quello che è stato imparato fuori. La Svizzera è diventata grande perchè c’è stato un fenomeno simile a quello della Torre di Babele. Nella fabbrica dove lavoravo io c’erano persone di 35 nazionalità diverse. Andavamo tutti d’accordo. Lì trovi le esperienze di vita e impari le diverse mentalità, le diverse culture o le diverse lingue”.

 

Lei cosa sognava di fare da bambino?

“Io da bambino sognavo di fare il medico. Già da bambino mi chiamavano Dottore. Purtroppo, però, di soldi non ce n’erano, quindi o andavo a zappare (e sono orgoglioso di aver zappato la terra, perchè almeno so cosa vuol dire aver fatto il lavoro del contadino) o facevo la fame. Questa è stata una grande esperienza di vita. Io quello che consiglio ai giovani è di non fare solo quello che avete imparato, fate ogni cosa. Nella vita non è mai troppo tardi. Si dice impara l’arte e mettila da parte”.

 

Questa sua semplicità crede che possa averla avvicinata al suo elettorato?

“Io sono sempre stato vicino ai cittadini, anche quando ero in Svizzera. Ero presidente dell’Associazione di Lucerna, presidente della Federazione degli abruzzesi in Svizzera. Ero sempre a contatto con la gente. A me stare a contatto con le persone, sentire i loro problemi mi affascina. Mi arrivano messaggi di continuo, dal nord al sud Italia e sono l’unico che riceve la gente comune qui in Senato. Mi chiedo cosa c’entro io con la Sicilia o con il Veneto, eppure qui arriva gente da tutta Italia. Se posso ricevo tutti, perchè sono un parlamentare della gente non solo di una cerchia”.

Foto Niccolò Battaglino
Foto Niccolò Battaglino

Passiamo ora a temi un pò più leggeri, lei come vive le sue imitazioni?

“Sono il primo a ridere quando Crozza mi imita”.

 

Non la fa innervosire?

“Assolutamente no, perchè io non ho scheletri nell’armadio. Si infastidisce chi ha qualcosa da nascondere. Io ho sempre aiutato la gente, sono sempre stato in mezzo alle persone, ho sempre fatto beneficenza, non ho mai ammazzato nessuno e non ho mai rubato”.

 

Qualche cosa le è stata criticata però. Per esempio quando ha affermato di essere di proprietà di Berlusconi…

“Dovrebbero essere tutti così. Io trovo scorretto uno che è stato nominato da una persona e se ne va con un’altra. Se io però vengo nominato dai cittadini, com’è capitato a me per due volte alla Camera, posso fare quello che voglio. Quando vieni nominato, però, sei proprietà di chi ti ha messo lì. Non sono stato votato da nessuno in Senato, sono stato fortunato perché ero il numero quattro e, vista la situazione che c’era in Abruzzo,  non dovevo nemmeno essere eletto. Nella legislatura della Regione Abruzzo, dove il lavoro non era stato apprezzato, era difficile essere votati. E’ stato un miracolo. Quando mi hanno chiamato dicendomi che il PDL stava vincendo (il PD doveva vincere a mani basse) non ho nemmeno festeggiato. Sono rimasto a casa. Solo una televisione abruzzese, con cui avevo un bel rapporto, mi ha convinto ad andare come ospite e sono andato. Poi non sono andato più da nessuno”.

 

Parliamo ora di immigrazione. In passato ha espresso solidarietà nei confronti delle politiche d’immigrazione proposte dalla Lega. Oggi è ancora di questo avviso?

“Io sono dell’avviso che bisogna fare i controlli perché in Italia oggi entra di tutto. Quando sono emigrato io, a Chiasso, c’era la frontiera. Se non eri idoneo, anche dal punto di vista sanitario, se ti mancava qualche dente, non passavi. Oggi qui arriva chiunque. Chi ci fa commercio con questi? Qui si ricevono i soldi dalla UE, chi li prende? ‘Cca nisciun è fess!”.

 

Dopo i dibattiti avviati lo scorso 25 luglio, ora si tornerà in aula a discutere sulla legalizzazione delle droghe leggere. Qual è il suo pensiero a riguardo?

“Io non conosco la droga. In base a cosa decide il gruppo, voterò. Dovessi decidere io, direi di no. Perchè si comincia piano piano con le droghe leggere e poi si passa a quella pesante. Io non ho mai fatto uso di droghe e non ho mai permesso ai miei figli di farlo. A volte serve fortuna nel fare i genitori. Molte volte i figli ascoltano il più fesso della strada e non la mamma o il papà”.

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Lei è stato criticato anche per quanto detto sulla Corea del Nord: per lei è la Svizzera d’Oriente…

“L’ha detto anche Salvini. Per fortuna, perchè quando l’ho detto io la gente ha riso. Come quando ho detto di mettere 500mila gatti per eliminare i topi di Roma. Adesso che l’hanno detto gli americani nessuno ride più. Siamo un Paese incredibile. Se dico qualcosa io si fanno quattro risate, appena lo dicono gli altri…ho fatto la proposta nel 2006 per le case chiuse e tutti a criticare. Ora l’ha proposto uno del PD e uno del M5S e si prende in considerazione. A me non me ne frega niente di avere la paternità della proposta, purchè si faccia”.

 

Perchè succede secondo lei?

“Non ti vogliono far vincere. Tu porti le idee, loro le rigirano e si prendono il merito. Le idee le possono avere tutti. Anche io che ho fatto il capo operaio, sai quante persone più intelligenti di me c’erano a lavorare con me? C’era un ragazzo che non sapeva nè leggere nè scrivere. Io gli ho insegnato io a scrivere. L’ho messo a fare il controllore delle macchine tessili. Doveva registrare quando si rompevano, ma lui non sapeva scrivere. Metteva le x. Gli ho insegnato. Poi quando è andato in banca e per depositare la sua firma tutti si sono sorpresi. Dopo la guerra, la prima volta che ho visto la televisione, nel ‘54, sembrava una scatola magica. Quando finivo di studiare, tornavo a casa e andavo a zappare. A 7/8 anni, con il sangue sulle mani. Io questo l’ho vissuto. Sono esperienze che ti fanno maturare. Sono umile, semplice e ascolto tutti. Anche chi si fa le risate sotto i baffi. Ne dovete passare prima di arrivare a dire di aver fatto quello che ho fatto io. Quando sento uno che soffre delle difficoltà, io lo so cosa prova perché l’ho passato anche io. Non è una novità. Io non sono nato con la camicia”.