Alessio Ferrero, searching for NeroArgento

Era il 1971 quando Sixto Diaz Rodriguez, conosciuto più semplicemente come Sixto Rodriguez, cantautore statunitense di origine messicana, diventò famoso a sua insaputa in Australia, Nuova Zelanda e Sudafrica. I suoi brani, composti anni prima nei sobborghi di Detroit e non licenziati da nessuna etichetta, diventarono il simbolo della lotta all’apartheid. Lui, ignaro di tutto questo, continuò a lavorare come operaio edile in cantieri e ditte di demolizioni fino al 1997, quando un giornalista lo contattò tramite la figlia per avere notizie su di lui e informarlo della fama guadagnata negli anni.

 

Una storia incredibile che ispirò il documentario di Malik Bendjelloul, vincitore del premio Oscar nel 2013, dal titolo Searching for Sugar Man.

 

Una storia pazzesca, ma che, con le dovute proporzioni, ricorda quella di Alessio Ferrero, in arte NeroArgento, 32 anni, torinese, cantante, polistrumentista, produttore e arrangiatore italiano.

 

Anche lui, proprio come Sixto Rodriguez, ha conosciuto il piacere della realizzazione musicale a migliaia di chilometri da casa.

 

Per sapere qualcosa di più su di lui, grazie alla segnalazione di Raydenabbiamo incontrato Alessio a Milano. Questa la nostra chiacchierata.

 

Alessio, innanzitutto spiegaci una cosa: perché NeroArgento?

“Caratterialmente sono sempre stato di strette vedute. Per me una cosa è bianca o nera. Non ci sono sfumature. Da questa filosofia di vita è nato il mio nome d’arte. Non avendo una fede calcistica e non volendo essere associato a nessuna squadra, ho evitato appositamente il bianconero o nerobianco. Quando mi sono chiesto quale colore potesse stare bene accanto al nero, la scelta è ricaduta sull’argento: molto simile al bianco. Poi suona bene, anche se oggi lo sento pronunciare in ogni modo!”.

 

Come hai iniziato a fare musica?

“Ho iniziato quasi per caso. Volevo fare colpo su una ragazza. Ero alle medie, ero un po’ sfigato e con lei mi sono inventato di saper suonare la chitarra. In due settimane, grazie a un amico, ho iniziato a strimpellare un po’ e da lì è cominciato tutto. Avevo trovato un modo per esprimere la mia ecletticità”.

 

Quindi la musica per te è sempre stata un modo di espressione…

“Esattamente. Per me la musica è un mezzo attraverso cui comunicare. I generi sono solo linguaggi diversi”.

 

E poi? Cos’è successo con la ragazza?

“Alla fine ho fatto tutto quel casino per niente. Non è mai successo nulla. Ma devo ringraziarla (e l’ho fatto quando l’ho incontrata dopo 20 anni) per avermi tirato fuori la voglia di fare musica. Da quel momento una persona ha creduto in me e mi aiutato a crescere musicalmente”.

 

Di chi si tratta?

“Per caso un giorno ho conosciuto questo ragazzo, con il quale avevo iniziato a confidarmi. Anche lui aveva cominciato come me, quasi per scherzo. Ha iniziato a darmi lezioni gratuite e mi disse di vedere qualcosa in me. Mi consigliò di non fermarmi solo alla chitarra. Così l’ho preso alla lettera. Ho esplorato ogni strumento musicale. Oggi questo ragazzo non c’è più. È morto all’età di 26 anni per droga. Io all’epoca avevo 16 anni. È stato un colpo abbastanza forte nella mia vita. Da allora però c’ho sempre creduto. Ho dovuto farlo anche un po’ per lui”.

 

Nella tua biografia emerge che sei un polistrumentista. Quanti strumenti suoni?

“Polistrumentista è una parola importante. Diciamo che provo a suonare la chitarra, la batteria, il basso e recentemente ho iniziato a suonare anche il pianoforte. Il canto è arrivato dopo. Nei tre mesi estivi, da ragazzo, ho sempre lavorato come elettricista per mettermi da parte i soldi per fare uno studio di registrazione. È proprio lì che ho capito che potevo tirare fuori qualcosa anche dalla mia voce”.

 

Sei un feticista degli strumenti musicali?

“Assolutamente sì, ho mille chitarre che non uso. Ho comprato anche un pianoforte scordato del ‘700 recentemente. Non andrà mai a posto, ma per me è una sfida. La musica è fare suono con qualsiasi cosa”.

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Il tuo genere, rock con influenze metal ed elettroniche, non è maistream in Italia. Secondo te perché?

“Come dicevo prima, il genere è un linguaggio e alcuni sono più difficili da usare e da ascoltare rispetto ad altri. Non voglio dare la colpa alla cultura, ma diciamo che qui in Italia abbiamo una tradizione musicale importante che ha fatto crescere delle abitudini. Cosa che all’estero, in alcuni Paesi, non succede”.

 

Estero. È una componente molto importante per te visto che è lì dove hai conosciuto il maggiore successo…

“Assolutamente. All’estero c’è una cultura diversa, sono più aperti e rispettano di più ciò che non conoscono. In Giappone per esempio ci sono regole più rigide: categorizzano ogni cosa e vanno molto cauti con le novità, però le affrontano. Negli Stati Uniti, invece, se è una cosa è figa è figa. Non ci sono regole”.

 

Stati Uniti e Giappone, ma più in generale l’Oriente. Raccontami com’è andata…

“Negli Stati Uniti ci sono stato alcuni mesi. È iniziato tutto come una vacanza, poi mi sono fermato a produrre il mio secondo disco. È stata prima di tutto un’esperienza di vita. Ero saturo di quello che stavo vivendo qui. Nonostante il successo del primo disco, non trovavo gli stimoli per fare il secondo. Lì ho incontrato una realtà musicale e culturale che mi ha ispirato e dato nuova linfa”.

 

E in Giappone?

“Più che il Giappone direi la Corea. La mia prima canzone, Trust, è stata inserita come colonna sonora nei gameplay trailers e sono diventato uno dei primi fenomeni virali del Paese. Ho fatto milioni di visualizzazioni su giochi come World of Worcraft. Quando mi contattavano per chiedermi di poter utilizzare la mia canzone, non avendo contratti, davo il mio consenso chiedendo di citarne i crediti. Non mi stavo rendendo conto di quello che stava per succedere…”.

 

Cos’è successo?

“Tutti i video, con sottofondo le mie canzoni, sono passati anche in tv, dove loro hanno canali dedicati all’entertainment. Mi è esplosa una bomba a migliaia di chilometri di distanza”.

 

Che sensazione hai avuto?

“E’ stato strano. Non mi sono reso subito conto. Tant’è che il video della canzone l’ho fatto uscire ben 6 mesi dopo. Vista la lontananza, avevo notizie a sprazzi di quello che stava succedendo lì”.

 

Come hai reagito?

“In quel momento avevo fatto solo quel singolo. Un’etichetta italiana, che lavorava col Giappone e la Corea, mi ha preso sotto la sua ala protettrice e mi ha fatto produrre il disco. È andato molto bene. In Giappone è stato addirittura sub licenziato da un’etichetta molto grande”.

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C’è stato un momento in cui ti sei accorto che qualcosa stava cambiando? Che eri sulla strada giusta?

“Sia quando ho iniziato a lavorare da solo che quando l’etichetta giapponese ha voluto sublicenziare il mio disco. Ma il momento che mi rimane dentro è stato quando ho ricevuto la foto di una torretta con i miei cd e la mia faccia. Era in Giappone e c’era una signora di una certa età che ascoltava il player della canzone”.