Rudy Zerbi, video killed the radio star

Fulminea, sarcastica, completa. Sicuramente atipica: quest’intervista avviene nel surreale contesto di uno shopping center dell’hinterland milanese, di quelli in cui le famiglie trascorrono la domenica e a quanto pare anche il sabato sera. Qui, in un anfratto isolato e lontano dalla folla festosa -non si sa bene se per lui o per l’assenza di coda da Mondogel- circondati dalla security e alla presenza di uno dei suoi figli, Edoardo, nonché del mio avvenente accompagnatore, l’intervistato si presta ad un breve ma intenso botta e risposta, un ping-pong verbale che tra il serio e il faceto ce lo fa conoscere un po’ meglio.

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Perché un po’ peggio lo conosciamo già. Rudy Zerbi, 47 anni, lodigiano, trapiantato a Santa Margherita e ritrapiantato a Milano, noto per il suo ruolo di produttore discografico in Sony, notissimo per quello di stronzo. Grazie al quale ci tiene incollati ad Amici, Italia’s Got Talent e Tú Sí Que Vales a chiederci con quale perifrasi sceglierà di distruggere sogni e autostima anche del performer più convinto. Secondo solo a Mara Maionchi nell’utilizzo seriale del “per me è NO”, attualmente lo troviamo al timone di Zerbinator su Radio Deejay (per chi si sveglia alle 7 il sabato e la domenica) e alla co-conduzione del Coca Cola Summer Festival (per chi si addormenta all’una il lunedì sera). E ovviamente su Twitter, dove la sua lapidaria biografia non lascia spazio a repliche. O forse sì.

 

“Cattivo come pochi, irresistibile come pochissimi”. Sono entrambe caratteristiche che ti sei auto-attribuito o soltanto la seconda?

“Diciamo che la cattiveria me la sono creata. Anche perché uno in genere non nasce cattivo, lo diventa. Almeno credo. Irresistibile sì, me lo dico io da solo. E ne sono convinto”.

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Sappiamo (da adorabile video sul suo blog, ndr) che tua nonna Mira canta benissimo. Non ti ha passato il talento.

“Decisamente no”.

 

…ma una qualche familiarità col suono sì. Tant’è che inizi come dj al Covo di Nord Est.

“In realtà inizio ancora prima, in una radio sfigatissima…”.

 

Radio Tigullio. Fantastico.

“Esatto, Radio Tigullio. Sei ascoltatori. Che erano i sei dj che ci lavoravano”.

 

E i loro parenti.

“No neanche, si annoiavano. Avevamo 16 anni, rubavamo la pubblicità alle altre radio per fingere che ci fosse qualcuno che investiva nella nostra. Erano i tempi in cui si ascoltavano i dischi per intero, quelli del vinile, quelli in cui si passavano i Pink Floyd. Cose che tu neanche conosci, dato che nasci con Justin Bieber”.

 

Perché, a 16 anni, mettersi a fare radio?

“Quando vivi in un paesino piccolo come Santa Margherita Ligure o fai quello, o giochi a calcio o vai in moto. Io a giocare a calcio ero una pippa, in moto peggio. Rimaneva la radio”.

 

Dopo qualche anno ti trasferisci a Milano e ti iscrivi a giurisprudenza. Per sport, immagino.

“[Si rivolge al mio accompagnatore] Ma è sempre così?

Comunque no, non proprio. Iscrivermi a giurisprudenza era l’unico modo per stare a Milano e giustificarlo ai miei, con la prospettiva di un lavoro serio. Nel frattempo continuavo a fare quello che mi piaceva”.

 

Già, perché a Milano continui a fare radio.

“Sì, in una radio che si chiamava Radio Number One. Ero molto bravo a fare le interviste. Non come te, ero bravo davvero. Le facevo anche in inglese. Mi chiamavano a intervistare i cantanti stranieri, che non avevano tempo di andare nelle radio più piccole. Così rilasciavano un’intervista sola, che poi veniva distribuita a tutte le altre radio. Funzionava così: le emittenti minori prendevano la cassettina con la registrazione completa, tagliavano la voce e le domande dell’intervistatore lasciando solo le risposte dell’artista. Poi la trasmettevano facendo finta di averlo intervistato loro. Io ero quello che la faceva davvero”.

 

Poi diventi talent scout e approdi in Sony. Come avviene il passaggio?

“Ma sai tutto. Dunque, per via di queste interviste le case discografiche mi conoscevano. Un giorno mi chiama la Sony e mi dice “conosci l’inglese, conosci gli artisti e il mondo discografico. Ti va di provare a passare dall’altra parte della barricata?”. Io ho provato, anche perché a quel punto era diventato un lavoro serio”.

 

Diventi presidente Sony Music Italia e in quanto tale inizi a essere invitato alle finali di Amici. Poi decidi di mollare tutto per darti alla televisione.

“Sì, questi sono i racconti romantici”.

 

E invece?

“Il racconto reale è che a un certo punto in Sony avviene un riassetto societario e da un giorno all’altro mi dicono “grazie ma non ci servi più”. Io frequentavo già da qualche tempo il magico mondo di Maria. Quando ho smesso di lavorare in Sony lei è stata molto carina e mi ha proposto di partecipare ai suoi programmi”.

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E tu accetti.

“Accetto, un po’ perché mi piaceva l’idea ed ero contento di farlo, e un po’ perché dovevo lavorare, visto che ho più figli dei Teletubbies. Da lì è iniziata, è stata lei a rimettermi in gioco”.

 

I talent show sono tutti uguali, o lei ha capito qualcosa di più?

“Assolutamente no, non sono tutti uguali. Amici è senza dubbio il migliore, e lo è per un semplice motivo: è l’unico ad avere una scuola. Nessun altro talent show la prevede”.