Rayden a.k.a. Faccia d’angelo, nella musica come nella vita

Nonostante la sua giovane età (33 anni) è una delle personalità più versatili e professionali dello scenario rap italiano. Stiamo parlando di Marco Richetto, meglio conosciuto come Rayden, rapper e produttore discografico italiano.

 

Nato e cresciuto a Torino, fin dall’adolescenza dimostra di avere una vera e propria vocazione per la musica. Conosciuto nell’ambiente underground torinese per essere un ottimo freestyler, Marco, nel 2003, insieme a Ensi e Raige fonda il trio OneMic.

 

7 gli album da lui prodotti in più di 15 anni di carriera. Una longevità artistica, maturata sia con il gruppo storico che come solista, che se da un lato lo ha penalizzato, dall’altro non ha tardato a garantirgli la massima stima di colleghi illustri come Fabri Fibra e Fedez.

 

Grazie alla segnalazione di Roberto Civitarese abbiamo incontrato Marco nel centro di Milano per fare due chiacchiere con lui. Questa la nostra intervista.

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Marco, per prima cosa devo dirtelo: non rispecchi per niente lo stereotipo del rapper…

“Hai ragione. Sarà perché non sono pieno di tatuaggi, non metto cappelli al contrario e non sono molto social. In più aggiungici che tutti mi danno meno anni di quelli che ho e che mi dicono che ho la faccia da bravo ragazzo”.

 

E per di più sei laureato!

“Esatto, in giurisprudenza”.

 

È una cosa insolita per chi fa musica da tanto come te…

“Mi sono laureato nel 2008. Ho sempre affiancato musica e studio. Durante l’anno frequentavo le lezioni e davo gli esami. D’estate, invece di andare al mare, mi chiudevo in studio a registrare. Ai tempi la musica non era ancora un lavoro per me e volevo essere certo di avere un piano b”.

 

Credi che questa immagine pulita ti abbia in un certo senso penalizzato nel tuo percorso?

“Molto. Oggi la musica per un artista è il 20% del lavoro. Tutto il resto è la gestione dell’immagine, che va dai tatuaggi alla presenza costante sui social network”.

 

È a questa tua semplicità che fa riferimento il soprannome “Faccia d’angelo”?

“Anche. La storia di quel soprannome è abbastanza strana. Ovviamente è dovuto al mio look, ma a coniarla fu il presentatore di una battle di freestyle che mi presentò come Rayden Faccia D’angelo. Da allora mi è rimasto cucito addosso”.

 

Com’è iniziato il tuo percorso musicale?

“Sono cresciuto in un paesino di tremila anime vicino a Torino. Quando ho iniziato a fare rap, la gente mi prendeva in giro. Un po’ per come mi vestivo (portavo i tipici pantaloni larghi), un po’ perché a quei tempi il rap era considerato un genere per sfigati”.

 

Ecco, ora sei un po’ più vicino allo stereotipo del rapper che cresce nella provincia e vuole rifarsi dei pregiudizi…

“Sì, però va contestualizzato. Non sono cresciuto nella provincia urbana, ma in un paesino di montagna. A quei tempi, al di là del pregiudizio della gente, fare rap non era una cosa semplice. Infatti avveniva spesso una selezione naturale: se ci credevi veramente ce la facevi, altrimenti te la facevi passare”.

 

Qual è il tuo rapporto con la musica?

“È un rapporto che nasce tanti anni (e sette dischi) fa. Credo si possa definire un amore viscerale. È quello che ho sempre voluto fare, anche se negli ultimi anni la musica è cambiata tanto”.

 

In che senso?

“Oggi la musica non è più un percorso. È una hit che dura qualche mese ai vertici delle classifiche e poi sparisce nel nulla. È una cosa diversa rispetto a quando ho cominciato io. Mi sento di dire che provengo da un tempo in cui essere un cantante voleva dire fare musica. Oggi, come dicevo prima, è rimasto poco di tutto questo. È cambiato anche il pubblico: oggi il tuo ascoltatore è il ragazzino di 20 anni, che compra il cd e fa views su Youtube”.

 

Quindi paghi anche il fatto di aver avuto una carriera lunga nonostante la tua giovane età?

“Assolutamente. Ho 33 anni ma ho già fatto sette dischi. Se dopo tutto questo tempo non hai ancora fatto il salto di qualità la cosa finisce inevitabilmente per penalizzarti”.

 

E su cosa hai fatto leva per andare avanti in questo percorso?

“Ho fatto leva sulla mia professionalità e sulla mia spendibilità a 360 gradi. Non sono genio e sregolatezza, ho la fortuna di essere poco artista e avere tanto metodo: ho ben chiaro dove voglio andare”.

 

Hai ottenuto i frutti sperati?

“In parte sì. È un vanto per me la mattina potermi svegliare e fare quello che amo. È faticoso, però, perché vorresti fare l’artista e invece devi fare qualunque cosa. Per esempio domenica ho cantato a un matrimonio…”.

 

Davvero? E com’è andata?

“Mi capita spesso per feste private. Un ragazzo, un mio fan, mi ha chiamato qualche mese fa chiedendomi di cantare al suo matrimonio. Ovviamente non si trattava di un semplice concerto, ma di una presenza musicale in toto. Ho fatto il vocalist con il mio dj per animare un po’ la festa, ho cantato le mie canzoni e ho reclutato un duo (voce e chitarra) che suonasse le canzoni che voleva la sposa. A livello etico un po’ dispiace perché vorrei fare solo l’artista, ma forse è proprio questo mio essere costantemente borderline a darmi la linfa vitale per andare avanti. Non voglio essere mai troppo tranquillo”.

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La figura artistica del rapper ha una data di scadenza. Dopo una certa età rischia di perdere di credibilità. Da quello che dici sembra che tu abbia ben chiaro cosa fare dopo…

“La carriera del rapper è inevitabilmente più breve di quella di un cantante qualsiasi. Già nel presente ho accompagnato alla mia attività di rapper quella di produttore. Mi occupo di tutto quello che riguarda i miei dischi: dalle basi ai testi, passando per la registrazione. È una cosa che ho sempre avuto dentro, frutto anche della mia dedizione al lavoro. Fa ridere pensarci ora, ma nel 2005 Fedez mi mandava su Msn i pezzi per chiedermi un parere. Agli esordi, invece, portammo Emis Killa a suonare a Pianezza, in un pub vicino a casa mia. Ho fatto (e faccio) qualsiasi cosa in ambito musicale. Cose che, se le racconti oggi, fanno sorridere”.

 

Quando hai capito che la musica sarebbe diventata il tuo lavoro?

“Nel 2009, quando uscì In ogni dove. Quando pubblicai quel disco ricordo di aver pensato: adesso sono un rapper”.

 

Perché secondo te il rap è esploso così tardi in Italia?

“Perché, come tutte le cose, l’Italia ci arriva dopo. Il rap ha la potenzialità di essere una scatola che può essere riempita con tutti i contenuti che vuoi. È un canale comunicativo che il pop non ti offre. Il rap invece ti permette di spaziare molto di più, anche per una questione di forma”.

 

Parlando di contenuti allora, il rap che muove una critica socio-culturale è la stessa cosa del rap introspettivo?

“Sono due facce della stessa medaglia. È come in America che ci sono diversi filoni, tra cui il gangsta rap o il conscious rap. È una musica che, per la forma che ha, può dire quello che vuole. Basta ricordarsi sempre il suggerimento che Fabri Fibra mi disse una volta: “quando sei a casa e fai la tua musica, ricordati che poi quando la manderai fuori non avrai la possibilità di spiegarla”.

 

Tu per chi canti?

“A me piace fare musica per raccontare delle storie. È una cosa che faccio in primis per me stesso e poi per la gente. La cosa bella della musica è che ti da la possibilità di esprimerti. Il mio è un target molto trasversale: parlo di fighe così come parlo dei pensieri più profondi della mia vita. L’importante è stare sempre un passo avanti all’ascoltatore. Non mi piace dare alla gente quello che vuole. Chi ascolta va educato e portato dalla tua. Non devi accontentare, devi stupire”.

 

Hai iniziato con il freestyle, che richiede una proprietà di linguaggio non indifferente. È una dote o è una tecnica che si può affinare?

“Credo sia 20% attitudine e il resto dedizione. Il freestyle è un meccanismo mentale. Io quando ho cominciato giravo con un walkman con canzoni strumentali e rappavo nella mia mente. È una tecnica che va allenata”.