Andrea Pellizzari, la radio, Mr. Brown e la Teoria del t’inculo

Classe 1967, friulano. Una passione viscerale per la musica e la radio. Una propensione artistica dedita all’intrattenimento. Stiamo parlando di Andrea Pellizzari, voce storica dei più importanti network radiofonici dagli Anni’80 ad oggi e volto noto del piccolo schermo.

 

Dj, conduttore tv, autore teatrale, scrittore e, oggi, editore discografico. Sono tantissime le facce di Andrea che si sono alternate in più di trent’anni di carriera.

 

Se pensate che vestire l’abito nero de Le Iene, prima come conduttore con Simona Ventura e Fabio Volo e poi come inviato nei panni dell’inglese Mr. Brown, sia stato il punto più alto della sua carriera, vi sbagliate. Oggi, a quasi 50 anni, Andrea ha le idee chiarissime sul suo percorso lavorativo e ha deciso di dedicarsi, anima e corpo, alla sua grande passione di sempre: la musica.

 

Grazie alla segnalazione di Fabio Rovazzi, qualche giorno fa ho avuto modo di fare due chiacchiere con lui. Questa la nostra intervista. O, per dirla alla Mr. Brown, This is the interview.

 

Andrea, cosa fai oggi nella vita?

“Faccio quello che ho sempre fatto, cioè il dj. È il lavoro che amo più di tutti. In più da un anno ho aperto delle etichette discografiche a Londra, cosa che mi ha permesso di diventare un editore a tutti gli effetti. Ho dei produttori, dei dj, dei musicisti con cui lavoro e produco musica. In altre parole, sto imparando un nuovo mestiere: quello del discografico”.

pellizzari02

Se uno guarda la tua carriera le hai fatte praticamente tutte…

“Sì, me ne mancano giusto un paio. Forse fare un film e partecipare a un incontro di box”.

 

Oggi però intanto sei tornato a fare il dj…

“Non sono tornato a fare il dj: non ho mai smesso di farlo. La radio e la musica sono stati i miei due primi grandi amori. Purtroppo in Italia funziona molto di più la televisione. La gente ragiona che se ti vede nel piccolo schermo allora sei il numero uno, altrimenti no. Per fortuna il web ha rivoluzionato un po’ questa concezione”.

 

Che rapporto hai con la radio?

“Negli ultimi anni non dico che mi ha stufato, però alcune dinamiche della radiofonia mi hanno fatto perdere entusiasmo. Però ti ripeto: i programmi radiofonici e i progetti delle emittenti restano sempre la mia grande passione”.

 

Quanto è cambiata la radio dai tuoi inizi nei primi Anni ’80?

“Io ho iniziato nel 1982. In Italia la radiofonia ha avuto una grande evoluzione grazie anche alla spinta dei grossi network. Purtroppo però si sono persi molti treni. I colossi sono tutti molto simili, nessuno si distingue dagli altri, soprattutto tra chi trasmette i format classici di radio di flusso”.

 

Cos’ha portato a un tuo lento disinnamoramento nei confronti della radio?

“Il fatto che il livello qualitativo della musica sia sceso molto. Nessuno ha fatto investimenti nei confronti dei giovani. Né da un punto di vista della musica, né dal punto di vista dei programmi radiofonici”.

 

Suona strano detto nell’era dei talent show…

“Sai, innanzitutto devi pensare che oggi la radio la fa chi l’ha fatta dall’inizio. Non è cambiato nulla. Ci sono tutti quelli che hanno iniziato in questo mondo. Ok, magari adesso hanno dei ruoli manageriali (come Linus a Radio Deejay) però di fatto non c’è stato un rinnovo”.

 

Il paragone con la politica fatta dai soliti volti si spreca…

“Manca un ricambio generazionale. È un discorso che potrebbe essere applicato anche alla tv in un certo senso”.

 

Credi che il web in questo possa essere una soluzione?

“Assolutamente sì. Il web non solo è una cosa estremamente nuova, ma sforna quotidianamente nuovi talenti. Non per ultimo Fabio Rovazzi. Se fosse per la radio, nessuno li conoscerebbe”.

 

Oggi quindi il web può essere considerata come la radio dei tuoi inizi?

“E’ la piattaforma su cui puntare adesso. È la trasposizione moderna delle radio private dei miei inizi. Arrivano grossi investimenti e arrivano grandi colossi come Facebook e Youtube”.

 

A livello imprenditoriale ti sei spostato a Londra con la tua avventura editoriale. Perché?

“Perché il progetto è internazionale. La mia idea non è quella di scappare dall’Italia, ma prendere il meglio dell’Italia e portarlo all’estero. Partendo dall’Italia si rischia di non essere presi sul serio il più delle volte. Questo non lo dico io: tutti i grandi nomi della musica italiana ormai vivono all’estero. È una questione di contatti e di possibilità di sviluppo dei progetti. La nostra discografia all’estero, a livello di major, non ha potere. Oggi il segmento dance della musica elettronica, per farti un esempio, lo portano avanti olandesi e americani”.

 

Hai prodotto qualche talento interessante?

“Io sto lavorando su un gruppo di dj, produttori e artisti vari. Oggi non basta fare un disco per fare il botto. Bisogna saper creare una massa critica attorno all’artista”.

 

Come?

“Attraverso i social network. Se hai dei fan o dei follower che seguono il tuo prodotto, allora quel numero di persone farà parte di quello che è il tuo valore all’interno del mercato. Ormai sono parametri che le etichette valutano a priori, perché sono quei numeri che danno indicazione di quanti, con ogni probabilità, compreranno il disco. Oggi tutto questo si muove sul web. I formati ormai sono digitali, il fisico (a parte il vinile) è morto. Quello che oggi emerge è lo streaming, con tutte le sue problematiche”.

 

Quali sono?

“In questo settore guadagna sempre di più chi ha le piattaforme e sempre meno chi produce il contenuto”.

Foto Fabio Izzo
Foto Fabio Izzo

È un discorso allargabile ai social network?

“Assolutamente sì. Guarda Facebook. Quando posti dei contenuti sulla tua pagina fai un lavoro di produzione per il social network. Quel contenuto serve a Facebook per avere altri utenti e generare interesse all’interno del social. Tu, però, per far vedere quel contenuto ci devi mettere dei soldi, perché l’algoritmo di Facebook fa sì che se hai 1000 amici i tuoi post, se non paghi, li vedono in 50 e non in 1000. Quindi, oltre a lavorare gratis per Facebook, tu metti dei soldi per far vedere il tuo contenuto ad altri utenti. È surreale questa cosa. Ad oggi questa è la situazione: siamo tutti schiavi dei social. Principalmente di Facebook, perché Youtube è un po’ più democratico visto che monetizza e ti da la possibilità di guadagnare. Io credo che il modello di business di Youtube sia vincente, quello di Facebook sia un modello che è destinato a crollare, perché la gente prima o poi si stancherà di pagare non ottenendo nulla in cambio”.

 

È un meccanismo che ti da meno possibilità di emergere?

“Sì, perché prima per farti conoscere ti bastava un’idea forte e qualcuno che investisse su di te. Oggi per far emergere questa idea devi metterci tanto impegno. Il web non è democratico e non è meritocratico. Sono filosofie di business praticamente solo aziendali”.

 

Sfavorisce il talento questo processo?

“Uno meno bravo che ha tanto da investire a livello economico su se stesso farà più strada di uno più bravo ma con meno possibilità. Ad oggi chi ha un potenziale di investimento grosso ha più possibilità di emergere”.

 

Il mondo della musica come si pone davanti a queste premesse?

“Oggi chi guadagna con la musica sono i grandissimi artisti e basta. Quelli piccoli nessuno sa chi sono o dove sono. In Italia, poi, ci si rimette ancora di più”

 

Perché?

“Per colpa della SIAE”.

 

Cioè?

“Nel 2016, nelle discoteche e nei locali dove si fa intrattenimento con musica, si richiede ancora un programma musicale in cui il dj registra il nome delle canzoni che ha messo quella sera. E chi ha diritto a quei soldi? La SIAE, mentre sarebbe più giusto che quei soldi andassero agli autori della canzone. La SIAE, ritirati i fogli, li ammucchia e fa una campionatura ogni mille, ridistribuendo i soldi sulla base di quel documento. Questa è la più grossa follia che noi viviamo in Italia, che toglie linfa vitale a quelli che sono gli autori e i piccoli produttori che potrebbero vivere di questo, invece fanno gli operai in fabbrica”.

 

E quei milioni dove vanno? A chi li distribuisce la SIAE?

“Vengono ridistribuiti ai soliti noti, i famosi soci SIAE (De Gregori, Dalla, Paoli) che sono miliardari con canzoni che hanno scritto quando noi non eravamo ancora nati”.