Mathew Myladoor, la passione per la comunicazione tra vita online e offline

Hai mai pensato quant’è difficile cucinare una buona pasta aglio, olio e peperoncino? Le cose più complicate da fare sono proprio le più semplici. Questa è una frase di mio padre che utilizzo molto spesso. Io l’ho sempre interpretata come la necessità di non doversi mai fermare alle apparenze ma cercare sempre di scavare e di vedere le cose da un altro punto di vista. Questo è qualcosa che cerco di applicare in tutti gli ambiti, soprattutto in quello lavorativo, che sia al ristorante o su internet”.

Ventisette anni, accento romano, un amore sincero per la sua barba e una passione smisurata per la comunicazione e per il mondo dell’”internetz”. Questo è Mathew Myladoor, ragazzo romano dalle radici indiane che è riuscito a trasformare le sue passioni per la comunicazione e per il web in un lavoro. Fondatore e ideatore di diversi progetti in rete, tra cui Young e Seno&Coseno, Mathew è anche impegnato nel campo della ristorazione: all’interno de “Il Guru”, il ristorante indiano di famiglia, la comunicazione con le persone è tanto importante quanto lo è sul web.

Grazie alla segnalazione di Emiliano Negri ho avuto la possibilità di fare due chiacchiere via Skype con Mathew. Ho così avuto modo di scoprire il suo percorso e i suoi progetti, oltre al suo punto di vista su un mondo tanto complesso e articolato come quello di internet.

 

Ti va di dirci, per cominciare, chi è Mathew Myladoor?

“Diciamo che arrivati nel 2016, con l’avvento dei social, l’esplosione delle startup e di questo mondo 2.0 che intacca in tutti i modi la nostra vita, si tende a dare tendenzialmente delle definizioni legate a termini inglesi come “startupper” o “CEO”. Io ti dirò che sono un appassionato di comunicazione, molto semplicemente. Poi sicuramente ricopro ruoli diversi in aziende diverse, però tendenzialmente la mia passione, e questo l’ho capito nel corso del tempo, è la comunicazione. Questo si riflette sia nella mia vita online, con i vari progetti che ho lanciato, che nella mia vita offline, all’interno del campo della ristorazione. Ovviamente la cucina è uno dei primordiali metodi di comunicazione, e la cucina applicata ad una attività commerciale lo è ancora di più”.

Foto Giulia Manelli
Foto Giulia Manelli

Sentiamo spesso parlare di “comunicazione”. Che cos’è per te la comunicazione? Che cosa significa?

“Per me la comunicazione è innanzitutto uno studio; per quanto possa sembrare naturale e “pura”, in realtà richiede un grande studio, questo sia nella vita online che nella vita offline. La comunicazione è il saper comprendere appieno chi ci troviamo davanti, a prescindere che sia un cliente del ristorante, un lettore di un certo tipo, o altro ancora. Insomma la comunicazione è lo studio del rapporto tra quello che vogliamo comunicare e chi ci troviamo davanti. Ovviamente ci sono vari modi di comunicare. Questa credo sia una delle prime lezioni che ho imparato, per quanto riguarda la comunicazione; non esiste ovviamente un solo linguaggio comunicativo, solo perché ci si trova in un certo ambito, esistono tantissimi tipi di linguaggi e questi dipendono fortemente da chi ci troviamo davanti e a chi vogliamo indirizzare il nostro messaggio. Alla fine la comunicazione è anche quello che ti permette di vendere un prodotto, che sia il tuo giornale o un piatto di pasta”.

 

Nella tua esperienza personale come si è articolata questa passione per la comunicazione sul web?

“La mia esperienza sul web è qualcosa di molto poco omogeneo, nel senso che ho lanciato progetti molto diversi fra loro. Ho lanciato un sito che si chiama “Frontiere News”, che parla di multiculturalismo e integrazione. Poi ci sono stati progetti più ludici, dove la tipologia di comunicazione si adattava allo stile comunicativo che andava o va di moda in un certo momento, per esempio su “Seno e Coseno” abbiamo cavalcato l’onda dell’ “#escile”, e lì ovviamente abbiamo applicato uno stile comunicativo completamente diverso. Poi abbiamo “Young”, che è forse il progetto più importante e autorevole, dove la comunicazione ha asunto altre caratteristiche ancora. Credo che una delle doti più importanti per chiunque voglia fare comunicazione sia quella di capire subito a quale pubblico ci si vuole rivolgere e avere la capacità, che non è assolutamente facile, di colpire nel segno per quanto riguarda lo stile comunicativo”.

 

Come mi dicevi metà della tua vita lavorativa si esprime online. In che modo ti sei avvicinato al mondo web e social?

“In realtà io ho avuto il mio primo computer abbastanza tardi, parliamo della terza media. Oggi i ragazzini hanno l’IPhone 6S a 178 GB a quattro anni, ovviamente essendo nato nel 1988 era un po’ diverso ai miei tempi. Avendo avuto un computer abbastanza tardi mi sono affacciato altrettanto tardi al mondo di internet. Ho sempre avuto la sensazione di rimanere indietro rispetto a quello che mi circondava. Avendo però la fortuna di ritrovarmi molti cugini sparsi per il mondo, ogni tanto mi arrivavano alcune e-mail, ad esempio: “Tuo cugino Joe si è appena iscritto a questo sito. Iscriviti pure tu e rimani in contatto con lui”. Tutto questo ovviamente ben prima di Facebook e MySpace. Sono sempre stato molto affascinato dalla possibilità di poter rimanere in contatto stretto con le persone, come ad esempio i miei cugini, che vivevano in posti lontani dal mio. In questo modo avevo uno strumento che mi permetteva di superare alcune barriere e di poter comunicare liberamente con loro. Quindi ho sempre visto internet e i social, con le loro evoluzioni di oggi, come qualcosa di familiare e quasi intimo, perché mi hanno sempre fatto sentire i miei cugini e le persone a me care a due click di distanza”.

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Che strumento è oggi internet? Cosa può dare o può togliere a chi lo utilizza?

“Guarda, quello che può togliere è tanto, probabilmente è più quello che può togliere. Questa può essere una visione negativa o pessimista di quello che sono internet e i social. Che tolga in che senso? Innanzitutto si corre il rischio di legare la propria vita a un social, restando così legati a questa vita costruita che si trova online, che è quella della persona che cerca di fare il like, le condivisioni, insomma che cerca di essere adulato online. Questo secondo me, soprattutto nelle nuove generazioni, noi la chiamiamo la “generazione dei big like”, è potenzialmente uno degli aspetti negativi. Un altro aspetto negativo è quello legato a certi tipi di errori che si possono commettere…internet non perdona. Pensiamo ai casi di “revenge porn”, della ragazza che manda una foto osè al ragazzo, che a sua volta la condivide e questa diventa virale. Ecco, questa cosa può distruggere la vita a quella ragazza.

Passando al lato dove c’è il sole e non il buoi tempestoso, i social, se sei in grado di utilizzarli e se ti rendi conto delle tue potenzialità, ti possono dare tantissimo. Alla fine io non sono giornalista, sono un povero venditore di pollo Tandoori, eppure, nonostante questo, sapendo usare i giusti strumenti, sono riuscito a creare un piccolo impero sui social. Secondo le stime di oggi, entro dicembre dovrei raggiungere cento milioni di visualizzazioni tra i vari siti che ho creato dal 2011 a oggi, cosa che per me sarà un traguardo spettacolare”.

 

Dal tuo punto di vista la grande crescita di siti legati all’informazione ha portato a una maggiore informazione oppure ha prodotto l’effetto contrario?

“(Ride, ndr) Diciamo che tendenzialmente dipende da chi ti trovi davanti. A livello generale, per quanto riguarda l’informazione, io sono sicuro che i social non hanno fatto altro che arricchire la possibilità di informarsi. Lo strumento c’è, poi come viene usato, sia da parte dell’editore (che può essere un blog complottista, oppure l’Espresso) che da parte del lettore che ne fa un uso particolare, dipende molto a seconda del singolo caso che vogliamo prendere in esame. Sicuramente i social sono lo strumento per eccellenza per poter migliorare quella che chiamiamo informazione. Se poi a volte vengono usati in malo modo bisogna capire che è qualcosa che avviene normalmente su internet in molti ambiti. Leggevo questa storia di un ragazzo che in America aveva progettato e creato una potato-machine, una sorta di sparapatate. Avendola messa su internet è stata ripresa da qualcuno e, prendendo spunto dal suo progetto, hanno creato una vera e propria arma. Anche la cosa più idiota che può sembrare la più innocua, su internet può avere immediatamente un suo aspetto negativo. Tutto sta nel modo in cui sfruttiamo questi strumenti che abbiamo”.