Kindi Taila, così ho realizzato il sogno di diventare medico in Italia

Il suo nome probabilmente non vi dirà nulla, ma non fatevene una colpa. È giusto così. Kindi Taila è un medico. Una ginecologa per la precisione. Nonostante le sue vicissitudini personali e il suo impegno sociale siano finiti più volte sulle pagine dei giornali, Kindi lavora, come tutti i suoi colleghi, nel silenzio di chi ogni giorno si prende cura delle nostre vite.

 

Nata nella Repubblica Democratica del Congo quarant’anni fa, Kindi arriva in Italia nel 1989 grazie a una borsa di studio dell’associazione ASI fondata da Adele Pignatelli. Il Paese che la accoglie, però, è diverso da quello di oggi. Non c’era ancora una vera e propria emergenza dei flussi migratori, l’Italia però tutt’ora fonda la propria giurisprudenza in materia d’integrazione su leggi molto vecchie e poco chiare.

 

Nel 2001, infatti, alla vigilia del concorso di ammissione ai corsi di specializzazione di medicina, Kindi scopre a proprie spese l’esistenza di un cavillo burocratico che impedisce agli extracomunitari di accedere ai corsi. Inoltre, il praticantato in ospedale non le viene riconosciuto come lavoro e Kindi perde tutti i contributi indispensabili per rimanere in Italia.

 

La sua determinazione però è inesauribile e così, mentre si mantiene lavorando la sera come cameriera, intraprende una vera e propria battaglia contro quella norma per veder realizzato il suo sogno di vestire il camice bianco. Il 21 maggio 2004 le viene finalmente riconosciuta la possibilità di concorrere per un posto nei corsi di specializzazione. Un anno dopo, il suo caso porterà alla modifica della legge iniqua verso gli studenti.

Taila01

Alla sua carriera di medico ginecologa, Kindi accompagna un impegno politico-sociale, mosso da un grande senso civico per il Paese che l’ha accolta. Entra infatti nello staff del ministro dell’integrazione Cécile Kyenge durante il governo Letta, occupandosi dei diritti delle donne.

 

Grazie alla segnalazione di Claudia Lodesani, ho raggiunto telefonicamente Kindi qualche giorno fa per farmi raccontare meglio la sua storia. La sua determinazione, la sua simpatia e il suo forte accento emiliano hanno fatto da cornice alla nostra piacevole chiacchierata. Questa la nostra intervista.

 

Kindi, per rompere un po’ il ghiaccio, raccontaci chi sei.

“Mi chiamo Kindi, ho 40 anni, sono nata nella Repubblica Democratica del Congo ma vivo in Italia dal 1989. Sono un medico ginecologo e, dopo un’esperienza in ospedale, oggi lavoro in un consultorio. Mi piace stare in compagnia, amo fare mille cose e non stare mai ferma. Inoltre ho un debole per le relazioni umane. Mi definisco impegnata socialmente, anche se non so bene cosa voglia dire (ride, ndr), però mi piace mettere il naso nelle cose della mia città e del mondo. La mia passione più grande è la donna, nel senso più ampio del termine, sia per motivi lavorativi, sia per quanto concerne i suoi diritti e le sue battaglie. Ho fatto molto volontariato, in Italia e all’estero, e mi interesso di politica. Politica intesa come cittadina che si informa e si interessa delle cose della sua città e del mondo. Sono orgogliosamente zia, non sono sposata, per il momento non ho figli e amo viaggiare”.

 

In passato hai avuto un’esperienza politica nello staff del ministro dell’integrazione Cècile Kyenge. La sua non è stata un’avventura politica a lieto fine. Secondo te cosa non è andato in quell’esperienza?

“Dal mio punto di vista è stata una grande scelta quella di Enrico Letta di aver pensato e creato una struttura come il Ministero dell’Integrazione, che aveva l’obiettivo di avere una regia unica delle tematiche legate al mondo dell’immigrazione e dell’integrazione. Quello che ha giocato un brutto scherzo a questa esperienza è stato un problema politico all’interno del partito che in quel momento era a capo del governo. La cosa peggiore, a mio parere, è stata il mancato rinnovo di quel ministero. Uno stato come l’Italia, in prima linea su questa tematica, ora manca di una struttura importante. I fenomeni migratori non si autogovernano. Ci vuole una voce unica che regoli questo fenomeno entro i confini italiani. Spezzettare i poteri vuol dire dividere le responsabilità”.

Foto Roberto Monaldo
Foto Roberto Monaldo

Che ruolo ricoprivi all’interno dello staff?

“Avevo un duplice ruolo. Quello di partecipare a un tavolo con i vari ministeri sul tema della violenza sulle donne (abbiamo fatto anche un protocollo a riguardo) e quello relativo alla problematica legata al delicato tema dei minori stranieri non accompagnati. Purtroppo abbiamo fatto il possibile. In un anno sarebbe stato difficile fare di più. Era di vitale importanza continuare quell’esperienza, anche con un altro governo”.

 

Credi che in materia di immigrazione e integrazione l’Italia stia facendo il massimo?

“Non credo affatto. In Italia non c’è una legge sull’immigrazione. Le ultime leggi sono troppo vecchie. Il mondo nel frattempo è cambiato radicalmente. Bisogna avere il coraggio di fare una legge unica, non direttive o integrazioni di norme, serve un testo unico che affronti questa realtà. Non pensiamo di dover creare qualcosa. L’immigrazione è già parte integrante della nostra società. Le persone sono già qui. Bisogna organizzare quello che c’è e migliorarlo per il bene di tutti. Altro capitolo sono i profughi che arrivano in questi giorni”.

 

Spesso l’Italia viene utilizzata come terra di transito per il resto d’Europa. Credi che debbano essere prese delle misure anche a livello continentale?

“Assolutamente sì. L’Europa si sta affannando dietro a un problema che non è un’emergenza. Sono anni che le persone si spostano. Il problema è che non si riesce a prendere in mano il problema in maniera organica. Ci sono tante proposte valide a livello europeo, ma nessuno vuole prendere in mano la situazione perché è impopolare, l’immigrazione è un argomento che fa perdere voti. Si costruiscono muri, ma il più delle volte le persone scappano perché cercano diritti e vedono nell’Europa qualcosa di più di un semplice piatto caldo. A livello continentale serve un task group che si occupi di questa tematica in modo esclusivo”.