Massimo Oddo, la mia vita dentro, fuori e a bordo campo

Pescarese DOC, classe 1976 e un palmarès che lo proietta di diritto tra i calciatori italiani più vincenti degli ultimi anni. Una carriera partita da lontano, dai campetti abruzzesi della scuola calcio Renato Curi, e culminata sul manto erboso dei più grandi stadi d’Europa. Due in particolare: quello dell’Olympiastadion di Berlino, dove il 9 luglio 2006 ha conquistato con la Nazionale Italiana il Mondiale di calcio, e quello dello Stadio olimpico Spyros Louis di Atene, dove il 23 maggio 2007 con la maglia del Milan ha vinto la Champions League. Dati alla mano, Massimo Oddo è senza dubbio uno dei difensori italiani più forti degli ultimi anni.

 

Terzino destro agile e veloce, dotato di un piede preciso ed educato capace di insidiare i portieri avversari dai calci da fermo, Oddo inizia la propria carriera calcistica nel settore giovanile del Milan. Dopo alcuni anni passati a fare esperienza nelle serie minori, nel 1999 approda al Napoli, in Serie B, aiutando la squadra partenopea a ritrovare la promozione in Serie A. Le sue giocate vengono notate dal Verona, che nell’estate del 2000 se ne aggiudica le prestazioni sportive. Quella del giocatore, in maglia scaligera, è una stagione degna di nota. Nel 2002, quando l’Hellas retrocede in Serie B, la Lazio mette gli occhi su di lui. Quelli di Oddo nella capitale sono 5 anni ad altissimi livelli: 135 presenze e 17 reti che gli valgono anche la fascia di capitano. Nel gennaio del 2007 torna al Milan al termine di un’operazione di mercato dal valore complessivo di circa 8 milioni di euro. Con la maglia rossonera il giocatore conquisterà i titoli più importanti in campo nazionale e internazionale. In Nazionale, invece, ha collezionato 34 presenze, una delle quali contro l’Ucraina, nei quarti di finale del Mondiale 2006, che vide l’Italia trionfare in finale contro la Francia ai rigori.

 

Dopo il ritiro, annunciato il 6 giungo 2012, Massimo Oddo ha frequentato prima il corso per diventare direttore sportivo e poi quello per diventare allenatore. Dal 16 maggio 2015 siede, dopo un’esperienza di un anno alla guida della squadra Primavera, sulla panchina del Pescara.

 

Noi, grazie alla segnalazione di Valentina Mezzaroma, l’abbiamo raggiunto telefonicamente per fare due chiacchiere con lui sul suo passato, sul suo presente e sul suo futuro. Questa la nostra intervista.

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Massimo, tu vieni da una famiglia di sportivi: tuo padre è stato un allenatore e tuo nonno un grande atleta. Com’è stato il tuo approccio al mondo del calcio?

“Ho iniziato a giocare a calcio prestissimo, a cinque anni. Ho cominciato nella Renato Curi, la scuola calcio di Pescara, la mia città. Inutile negare che la passione per questo sport nasce grazie a mio padre. Lui era professore di educazione fisica e contemporaneamente allenava. Per me, che lo seguivo, la domenica era il giorno in cui lo si andava a vedere giocare a calcio. Mi sono subito innamorato di questo sport e si può dire che da cinque anni poi non ho più smesso”.

 

Roberto Civitarese, mental coach dei calciatori professionisti, nella sua intervista ci ha detto che il momento più difficile per un giocatore di solito è l’approdo in prima squadra. Sei d’accordo?

“Assolutamente sì, è inevitabile. Cambia sicuramente l’approccio. Mentre nel settore giovanile hai a che fare con ragazzi della tua età e a livello mentale sei ancora bambino, quando fai il salto in prima squadra ti ritrovi davanti a gente molto più grande di te, con esperienza e cultura diversa. In questo caso anche i semplici discorsi cambiano e ti devi adattare a quella che è una situazione molto diversa. Da un lato ti aiuta a crescere da un punto di vista strutturale e fisico, perché giochi e vai a fare contrasti con persone più forti e più grandi di te, ma a livello psicologico c’è sicuramente un aumento di pressioni”.

 

Nella tua lunga carriera hai vinto tanto, se non addirittura tutto. Quali sono stati i momenti più belli?

“I momenti più belli, ovviamente, coincidono sempre con le vittorie. Sono stati tanti gli apici della mia carriera, ma quattro sono stati sicuramente i momenti più importanti: l’approdo alla mia prima grande squadra di Serie A, la Lazio, il ritorno al Milan dopo dieci anni dalla cessione al Napoli, che è stata per me una sorta di rivincita visto che avevo fatto lì il settore giovanile, la vittoria del Mondiale nel 2006 e la vittoria della Champions League con il Milan. A quest’ultima, poi, sono particolarmente legato perché l’ho vinta da protagonista”.

 

Ci sono stati anche momenti difficili che hai dovuto superare?

“Momenti bassi ce ne sono sempre nella carriera di un calciatore. Forse addirittura tutti gli anni. Sicuramente all’inizio, dopo 2/3 anni in prestito dal Milan, quando ero giovane e girovagavo per l’Italia giocando anche relativamente poco, devo confessarti che ho pensato di smettere. Non riuscivo a esplodere e ci sono stati momenti in cui ho pensato di prendere un’altra strada. Un altro momento particolarmente negativo, questo più recente, da cui mi sono ripreso un’altra grande rivincita è stato il ritorno al Milan dopo il prestito al Bayern Monaco. Dopo il secondo anno in rossonero venni ceduto in prestito alla squadra tedesca. Il Milan fece altre scelte e io andai in Germania. Avevo 32 anni e a Monaco giocai tanto e bene. Il Bayern, anche complice un infortunio, al termine della stagione non mi riscattò e io rientrai al Milan da ultima ruota del carro. In quel momento non ero più utile alla causa del Milan. Tuttavia, nonostante fossi in attesa di trovare un’altra collocazione, rimasi lì e giocai sempre. Sono momenti belli perché riesci a ritrovarti e a riprenderti le tue rivincite”.

 

Quest’anno sono in programma gli Europei. Come vedi l’Italia?

“Devo essere sincero: non la vedo bene. In questo momento il calcio italiano è indietro rispetto a tante altre nazioni. Non è più la Nazionale di una volta, con quella forza che solo la maglia azzurra sapeva trasmetterti. In questo momento ci sono tante altre nazionali davanti a noi. In più, si sono aggiunti recentemente diversi infortuni di giocatori importanti. L’Italia, nonostante sia un’ottima squadra e sia gestita da un grande allenatore, non credo possa arrivare fino in fondo”.

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Il paragone con la Nazionale che nel 2006 vinse il Mondiale è inevitabile. Qual era il segreto di quel gruppo?

“Indiscutibilmente c’erano valori tecnici importanti. Se vinci il Mondiale non puoi non essere forte. C’erano grandi campioni con grande esperienza, anche in campo internazionale. Forse è proprio questo quello che manca in questo momento alla Nazionale. La nostra forza è stata soprattutto il gruppo. Venivamo da Calciopoli. Era un momento delicato per il calcio italiano. Pochi, dopo lo scandalo, credevano nelle sorti positive della Nazionale. Noi ci siamo uniti, come spesso accade nei momenti difficili, e abbiamo trovato un’amalgama molto più forte. Eravamo un grande gruppo. Non c’era gente che remava contro e non c’era gente con interessi particolari: in quel momento contava solo la Nazionale. Avevamo solo voglia di dimostrare il contrario di quello che la gente pensava. La nostra voglia, unita ai valori tecnici, ci ha portato a trionfare”.

 

Quest’anno abbiamo visto alcuni calciatori lasciare il mondo del calcio giocato (come Toni) e altri avere qualche problema con il prosieguo della propria carriera (come Totti). Cosa vuol dire per un calciatore smettere di giocare?

“Secondo me non si può imporre a un giocatore di smettere. Anzi, probabilmente la cosa più brutta per un calciatore è quando te lo impongono, quando non lo decidi tu. Io, fortunatamente, ho smesso essendo consapevolmente di doverlo fare. È stata una mia decisione. Avrei potuto tranquillamente continuare. Non dico ad alti livelli, ma se avessi voluto avrei continuato ancora. È stata comunque una scelta mia quella di lasciare, perché non avevo più gli stimoli per continuare a giocare con squadre piccole. Non è presunzione, ma quando giochi per una vita con grandi squadre e sei abituato alle comodità (charter, treni veloci e trasferte organizzate) poi, quando ti sposti in società minori, come mi è capitato a Lecce, cominci a sentirlo. Una trasferta a Udine, partendo il venerdì e tornando il martedì, dopo anni di trasferte tra Campionato e Champions League diventava abbastanza pesante. Ho sofferto un po’ questa cosa il mio ultimo anno a Lecce. In ogni caso, in quel momento sentivo di dover smettere, di avere una certa età e di non riuscire più a dare il massimo. Ho scelto io di fermarmi e quindi ho sofferto parzialmente di questa cosa. La parte più brutta per un calciatore, però, è quando sei costretto a smettere perché non ti rinnovano il contratto o perché nessuna squadra è interessata a te. Per quanto riguarda Totti, io credo che nessuno debba dirgli cosa fare. Deve sentirsi lui. Se lui vuole continuare è giusto che continui. È giusto che se vuole continuare alla Roma, la società continui a contrattualizzarlo, anche solo per quello che rappresenta per la storia di Roma. Se lo merita per tutto quello che ha fatto. Lui, però, deve essere consapevole di non essere più quello di prima e capire che ci sono i giovani che ti passano davanti. Non c’è niente da fare. Questo non vuol dire che sei più scarso, ma il tempo passa per tutti. Puoi continuare a fare bene come sta dimostrando in queste partite, però deve capire che le sue presenze devono essere centellinate perché fisicamente non sei più quello di prima. Bisogna essere molto intelligente in questi casi, perché si possono inconsciamente creare danni alla società e all’ambiente, soprattutto se sei Totti e se c’è di mezzo la Roma”.