Costantino Bongiorno, un laboratorio per realizzare le idee

Stampanti 3D, laser cutters, frese a controllo numerico, utensili di ogni tipo, componenti elettronici, ma anche macchine da cucire e macchine da maglieria. Questi sono alcuni degli strumenti che si trovano da We Make, makerspace in zona Gorla a Milano. Si tratta di una vera e propria officina 2.0, dove ai makers e agli utenti meno esperti viene data la possibilità di imparare e sperimentare le diverse tecnologie messe a disposizione per produrre le proprie idee. Dalla tecnologia indossabile agli orti idroponici, dagli orsacchiotti tecnologici per bambini ai “pallacotteri”; queste sono solo alcune delle idee che hanno preso forma tra queste mura, dove, oltre al trasferimento di abilità pratiche per la realizzazione dei progetti, viene posto fortemente l’accento sulla necessità di condividere le idee e le competenze.

Grazie alla segnalazione di Bertram Niessen ho avuto la possibilità di incontrare, proprio all’interno di We Make, Costantino Bongiorno, co-fondatore del laboratorio. Durante la mia visita ho avuto modo di scoprire la cultura maker e gli aspetti più interessanti di questo ambizioso progetto.

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Costantino, dove ci troviamo?

“Siamo esattamente al livello zero di We Make. We Make è un laboratorio, è un Makerspace, o Fablab che dir si voglia, ed è uno spazio a Milano in zona Gorla che ho fondato un paio di anni insieme a Zoe Romano e altri amici. Questo è uno spazio che dà la possibilità alle persone di realizzare le proprie idee. Il funzionamento di base di questo posto è simile a quello di una palestra, noi però, invece di offrire macchine e attrezzi per i muscoli, offriamo macchine e tecnologie per realizzare oggetti e progetti. Chiaramente, oltre alla “modalità palestra”, c’è anche la possibilità di incontrare persone, di fare progetti insieme e imparare a fare delle cose che non si sanno fare anche grazie alle competenze messe in gioco dagli altri. Un aspetto secondo me fondamentale è il fatto che tutte le persone qua non imparano in maniera astratta le tecnologie ma le imparano facendo e toccando con mano gli oggetti che permettono di creare qualcosa”.

 

Quando, e seguendo quali motivazioni, nasce We Make?

“We Make nasce da un percorso abbastanza lungo. A inizio 2011 ci siamo incontrati io e Zoe insieme ad altri due ragazzi che avevano fondato “Vectorealism” (un service di laser-cutter). L’idea era quella di organizzare un evento “off”, ovvero un evento totalmente autoprodotto e fuori dalle zone del design, durante la settimana del Salone del Mobile. Questo evento, che si è svolto ad aprile 2011, si chiamava “We Fab Days”, perché quello che avevamo notato durante le nostre scorribande sul web era che ancora nel design italiano non c’era praticamente nulla che parlasse di digital fabrication e di queste nuove possibilità per i designer di costruire cose con tecnologie molto potenti ma anche di sfruttare queste tecnologie per fare cose customizzate e altro ancora. Avevamo quindi pensato a questo evento, che è durato tre giorni, in cui si potessero toccare con mano alcune di queste cose. Ci fu un’ottima risposta a livello di partecipazione, nonostante la ricchezza di eventi che si possono trovare durante la settimana del design. Dopo quell’esperienza abbiamo continuato a organizzare eventi e corsi. In realtà però il nostro sogno fin dall’inizio era quello di costruire un laboratorio vero, avere uno spazio che potesse essere aperto tutti i giorni e consentire alle persone di realizzare progetti…ed è quello che abbiamo fatto alla fine (ride, ndr)”.

 

Ci spieghi chi è un “maker”?

“Questa è una domanda da un milione di dollari. Non credo ci sia una definizione esatta. Io nel 2013 e nel 2014 mi sono occupato dell’organizzazione della Maker Faire di Roma e quindi ho dovuto tentare di rispondere a questa domanda. Un maker io lo definisco come una persona che fa delle cose perché gli piace o perché ne ha bisogno, è una persona che usa strumenti analogici e digitali in maniera assolutamente strumentale, un maker non è solo chi usa una stampante 3D. Un maker, rispetto a un artigiano tecnologico o tradizionale, ha una grande voglia di collaborare con gli altri, quello che fa spesso ha una grande attitudine alla condivisione, e questo è un elemento peculiare. Chiaramente lo strumento che usa di più sicuramente è il web, sia per imparare, sia per collaborare”.

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Come nasce questa figura e questo modo di lavorare?

“Di sicuro non è qualcosa che è nato dal nulla, è una realtà che viene fuori dal subcultura haker e dal mondo haker. Già negli Hakerspace, che si chiamavano HakLab, negli anni ’90 e 2000, già c’era questa attitudine della condivisione e di aprire gli oggetti, di utilizzare le tecnologie in modi non esattamente convenzionali. Quindi è una subcultura che nasce da lì. Poi però sono intervenuti degli elementi secondo me interessanti, come anche nella cultura haker dura e pura. Guarda caso le persone che sono state dietro alla divulgazione a un pubblico più mainstream tutto quello che veniva fuori dal freesoftware e dall’haking, sono state Tim O’Reilly e Dale Dougherty che, con delle riviste, hanno scelto di raccontare queste realtà in modo da poterle diffondere”.

 

Tu ti definisci un maker?

“Sì…anche sul mio profilo di Twitter ho scritto “maker”.

 

Ti va di raccontarci qual è stato il percorso che ti ha portato dove sei oggi?

“Diciamo che sono arrivato qui in un modo abbastanza particolare. Intanto non sono un designer, non sono un artista, ma nel 2008 comunque mi sono imbattuto in Arduino (scheda elettronica utilizzata per creare prototipi, ndr), che ho conosciuto attraverso alcuni siti internet che frequentavo ai tempi. Io sono laureato in ingegneria meccanica e in quel periodo stavo continuando la magistrale in ingegneria energetica, stavo studiando delle cose che non riuscivo a toccare, non vedevo la parte pratica. Arduino in realtà, oltre a vederlo applicato in situazioni strane per fare cose artistiche o installazioni e invenzioni, mi ha fatto comprendere come potessi programmarlo per capire le equazioni differenziali di secondo grado. Allora decisi di comprarlo, insieme a un mio compagno di casa, e subito dopo averlo comprato vidi sul form di Arduino che Massimo Banzi, il co-fondatore del progetto, aveva organizzato un incontro che si sarebbe tenuto a Milano. Sono andato lì come novellino però non volevo perdere la possibilità di conoscere lui e altre persone. L’incontro andò molto bene e da lì cominciammo a pensare di organizzare degli incontri mensili per poter vedere e incontrare persone che “facevano cose strane con l’elettricità”, sia designer che musicisti, artisti ecc. Da lì in poi ho cominciato questo cammino. Infatti pochi mesi dopo ho mollato l’università e ho cominciato a lavorare con Massimo a progetti di interaction design”.

 

Qual è la situazione italiana? Il mondo dei maker e dei makerspace è conosciuto o no?

“Non conosco perfettamente la situazione italiana però provo a raccontartela dal mio punto di vista. Ti spiego l’operazione che abbiamo fatto. Fortuna ha voluto che su i temi che stavamo portando avanti, Massimo ha incontrato Riccardo Luna, un giornalista mainstream che in quel periodo dirigeva Wired Italia e attraverso lui abbiamo proposto alla Camera di Commercio di Roma di cominciare a organizzare degli eventi su questi temi. Prima ci fu un evento nel 2012, dove ho contribuito sia come speaker, sia come organizzatore, poi abbiamo avuto le due Maker Faire a Roma che sono stato il momento in cui veicolare ad un pubblico molto ampio e su canali vari, le parole “maker” e “makerspace”, le stampanti 3D. Insomma abbiamo avuto la possibilità di cercare di far capire questo mondo, anche se è un mondo molto ampio che non si riesce a descrivere facilmente in tre parole. Quindi ti dirò che rimane un mondo, nonostante tutte le attività e eventi organizzati dal 2012, e soprattutto un argomento di nicchia. Perché un argomento di nicchia secondo me? Perché non è qualcosa da consumare, non sono dei temi che sono facilmente consumabili. Sono cose che richiedono un certo tempo per essere approcciate, questa è una difficoltà che vediamo in tutte le attività che facciamo; non ultima difficoltà la si riscontra sul mercato: non è facile trovare persone che decidano di utilizzare questo posto e non è facile trovare persone che abbiano voglia o bisogno di costruirsi qualcosa”.

 

Come funziona la produzione dei pezzi a We Make? Producete anche su larga scala o solo pezzi singoli?

Ci sono cinquanta sfumature di grigio…Sicuramente le tecnologie che utilizziamo qua dentro non sono delle tecnologie di produzione, sono delle tecnologie di prototipazione. Va anche detto però che le tecnologie di produzione digitali sono facilmente “scalabili”, ovvero se io progetto un oggetto che può essere stampato con questa stampante 3D, poi se lo mando a un service industriale si può stampare comunque; la stampa 3D per esempio in questo momento non è ancora una tecnologia di produzione ma può essere utilizzata per fare delle piccole produzioni, nell’ordine dei mille pezzi”.

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Non molto tempo fa si diceva che la stampa 3D sarebbe diventata il nuovo metodo di produzione…

“Sì io non ci ho mai creduto in realtà, secondo me lo si diceva per motivi diversi. In realtà i cambiamenti produttivi avvengono sempre non con una sostituzione totale delle vecchie tecnologie, ci sono piuttosto dei meccanismi di competitività economica che determinano il cambiamento tecnologico. Questo in alcuni campi specifici sta accadendo. Ad esempio il rasoio usa e getta ha un’efficienza di produzione con le tecnologie tradizionali incredibilmente più alta rispetto ai costi di una nuova tecnologia di produzione. Il settore della produzione di pezzi di ricambio per gli aerei, invece, è un settore in cui la tecnologia di stampa 3D ha un prezzo competitivo e quindi ci sono davvero tantissime sfumature da considerare e che variano a seconda dei diversi prodotti e ambiti di produzione”.