Roberto Civitarese, viaggio nella mente dei calciatori

“Una 500 con il serbatoio pieno batterà sempre una Ferrari senza una goccia di benzina”. Così Arrigo Sacchi, considerato dagli esperti uno dei migliori allenatori della storia del calcio, è stato solito ripetere più volte nel corso della sua carriera. Un mantra (è proprio il caso di dirlo) volto a sottolineare l’importanza delle motivazioni, in un calcio che sembra sempre più preferire un approccio gestionale rispetto a uno prettamente tattico.

 

Un mondo, quello del calcio, che siamo soliti vedere sotto una lente goliardica e festosa, ma che, con il tempo, ha finito con il sottoporre a forte stress e pressione gli addetti ai lavori. In primis i calciatori, sempre più giovani e sempre più caricati di aspettative. Periodi no e infortuni, poi, finiscono il più delle volte con l’alterare la serenità dell’atleta, che rischia di sprofondare in un vero e proprio vortice di emozioni che possono compromettere il rendimento durante la gara.

 

È proprio in questi momenti che entra in gioco Roberto Civitarese, mental coach di professione, considerato nell’ambiente tra i più stimati specialisti dell’allenamento mentale dei calciatori professionisti. Fabio Borini, Lorenzo De Silvestri, Riccardo Saponara e Leonardo Pavoletti sono solo alcuni dei giocatori che si sono rivolti a lui nel tentativo di riprendere in mano la propria carriera.

 

Grazie alla segnalazione di Max Sardella, ho avuto modo di incontrare Roberto al Westin Palace di Milano, che, come mi ricorda lui stesso, è stato teatro in passato di molti movimenti di mercato, tra cui quello di Mario Balotelli sull’asse Italia-Inghilterra. Questa la nostra intervista.

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Roberto, ci racconta come sono stati i suoi inizi da un punto di vista professionale?

“Io nasco professionalmente all’inizio degli Anni ’90 come consulente finanziario, attività che ho svolto per grandi gruppi fino al 2004. In quell’anno, dopo essermi dimesso, ho deciso di aprire un mio studio indipendente. In pratica mettevo le mie competenze e la mia esperienza del settore a disposizione del risparmiatore in cambio di una parcella. Non avendo, però, più un gruppo forte alle spalle che mi formava, per soddisfare il mio desiderio di restare costantemente informato e aggiornato da un punto di vista comunicativo, ho iniziato ad appassionarmi alle neuroscienze. Ho conosciuto così alcuni corsi di formazione legati allo sviluppo dell’individuo e alla programmazione neurolinguistica. Frequentando quei corsi ho acquisito competenze nuove, che prima, in qualità di manager, non avevo. Mi sono appassionato, ho approfondito, ho letto e studiato e alla fine ho iniziato a utilizzare queste tecniche per aspetti personali e professionali”.

 

Com’è stato il suo approccio al mondo del calcio?

“Il calcio è sempre stato una mia grande passione. Non avendo i piedi buoni, ma volendo comunque restare in quel mondo, a 16 anni decisi di fare l’arbitro. Un’avventura durata quattro anni, che però non solo mi ha permesso di togliermi qualche soddisfazione personale, ma anche di imparare bene il regolamento. Cosa che mi sarebbe poi tornata utile più avanti, quando ho cominciato a fare il dirigente accompagnatore per il settore giovanile del Piacenza, allora in Serie B. Utilizzavo le tecniche che imparavo per trasferire alcuni concetti ai ragazzi che avevano difficoltà a fare gol, erano tristi o si abbattevano in occasione di un evento negativo. Questo fino a quando la passione per il calcio e per lo sviluppo dell’individuo, accompagnate da quanto appreso nei corsi, non sono diventate una cosa sola”.

 

Chi è un mental coach?

“Mental coach è un termine oggi molto diffuso, ma posso garantire che, grazie ad alcune verifiche fatte con alcuni giornalisti di prima fascia, l’ho coniato io. Prima del 2009 infatti, quando decisi di abbinare il mio nome a questo tipo di professione, non esisteva nulla in Italia sotto questa voce. Per trovare le parole giuste mi rivolsi a un mio amico, Marco de Veglia, esperto di brand position. Lui mi disse che nonostante non gli piacesse, a furia di ripeterlo, in 5 anni avrei visto il mio nome associato a quella figura. Così è andata. Il mental coach è un allenatore della mente. La difficoltà però non è capire chi è un mental coach, ma capire cosa si intende per mente. La motivazione, lo stato d’animo, la pancia, il cuore, gli affetti partono tutti dal sistema neurologico, che ha una struttura che può essere alimentata. Questo è quello che faccio io: aiuto l’atleta ad alimentare quello che lui ha già dentro di sé. Gli fornisco degli strumenti e delle tecniche attraverso cui lui può sviluppare al massimo il suo potenziale. Non è psicologia, quella è un’altra cosa. Lì c’è un terapeuta che cura una patologia. È la stessa distinzione che c’è tra chi progetta una casa e la ristruttura”.

 

Quando e come è diventata la tua professione?

“Il passaggio è stato semplice. Consigliato da questo mio amico, mi sono fatto praticamente da coach da solo. Mi sono chiesto quale fosse il mio obiettivo e mi sono risposto che volevo lavorare professionalmente nel mondo del calcio. Quindi, a questo punto, il mio target di clientela non poteva più essere lo sportivo in generale, ma il calciatore professionista. Da qui nasce il mio payoff: il mental coach dei calciatori professionisti”.

 

Lei tende a rivelare i nomi dei giocatori che si rivolgono a lei?

“Di solito sono i giocatori che lo dicono. Magari in occasione del raggiungimento di risultati importanti. Avviene quasi uno sdoganamento. All’inizio, se un giocatore è in difficoltà nella sua carriera crede che rivelare di essere supportato da un mental coach possa renderlo debole agli occhi degli altri. È un fattore culturale”.

 

I giocatori che si rivolgono a lei con che obiettivo lo fanno?

“Tendenzialmente ci sono due categorie di calciatori che si rivolgono a me. Quelli che arrivano dal settore giovanile o che sono in Lega Pro e/o Serie B e vogliono fare il salto di qualità e quelli che sono affermati ma stanno attraversando un momento di mancanza di risultati e vogliono ritrovare la loro convinzione. Quando arrivano da me raccontano il loro disagio, ma il più delle volte non hanno le idee chiare sugli obiettivi. Spesso li confondono con i desideri. I ragazzi più giovani devo dire che sono più aperti. Forse perché hanno meno da perdere”.

 

C’è qualcosa che per un calciatore è più difficile superare rispetto ad altro?

“Per i calciatori, in generale, il passaggio dal settore giovanile alla prima squadra è il più difficile. Lì abbiamo una caduta del 90-95%. Sono tanti i talenti che non riescono a fare il salto nel mondo degli adulti. Noi possiamo dare la colpa alle organizzazioni, federali o societarie, ma la realtà è che spesso sono ragazzi che non hanno una struttura mentale predisposta. Vedo cose, da un punto di vista mentale, nei settori giovanili che mi fanno rabbrividire. Poi, devo dire che c’è anche chi ce la fa perché ha una struttura mentale che va al di là: chi arriva da una famiglia di un certo tipo, chi ha la sua storia o chi ha un percorso di vita che lo porta a superare difficoltà e ostacoli che si creano con l’ambiente”.

 

Si è mai rifiutato di lavorare con qualcuno?

“Rifiutato no. Ci sono state situazioni in cui non ci siamo piaciuti e le cose non sono andate avanti”.

 

Recentemente sono emerse su tutti i giornali alcune tecniche che il motivatore di Bonucci avrebbe utilizzato con lui: pugni, pastiglie all’aglio e altri usi discutibili. Sono queste le tecniche di cui parlava prima?

“Parto dal presupposto che il professionista che lavorava con Bonucci ha dichiarato di non essere un mental coach, ma un motivatore. Per me si tratta di una cosa completamente diversa. Il motivatore è colui che ti aiuta a far crescere la tua motivazione. Lui sosteneva di utilizzare alcune tecniche indiane, la numerologia e altre tecniche. Io faccio un altro mestiere. Utilizzo tecniche che derivano dalla programmazione neurolinguistica adattate a questo ambiente. Ho il mio protocollo e per questo motivo ogni tanto organizzo dei master di formazione”.

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Lei ha rivelato che sogna un mental coach per ogni giocatore, ma che ogni calciatore deve essere formato a utilizzare le tecniche apprese in autonomia. Non è un controsenso?

“Il calciatore può anche utilizzare le tecniche su se stesso, ma le deve acquisire da qualcuno. E’ come il caddy nel golf. Uno può giocare senza caddy, si porta le sue mazze e decide quale usare. Averlo, però, ti toglie il pensiero di doverti portare le mazze e poi ti consente di concentrarti unicamente sul tiro, senza pensare a nulla. Il caddy, come il mental coach, ti conosce, sa quello che ti serve in quel momento e te lo da subito. È un processo molto più rapido. In 7 anni ne ho visti di calciatori!! Gente su cui nessuno avrebbe scommesso e poi sono arrivati a grandi livelli. Penso ad Aresti, portiere del Pescara, con il quale ho lavorato anche quando era senza contratto, Pavoletti, che faceva fatica a trovare una squadra in Lega Pro (e oggi si parla di una convocazione in Nazionale), Lorenzo De Silvestri, che 2 anni fa stava smettendo di giocare a calcio, Petagna, che quest’estate ha dichiarato che per lui il calcio significa felicità e che se deve soffrire è pronto a smettere subito”.

 

Quanto dura il rapporto tra lei e il calciatore?

“Può durare anche tutta la carriera. Più che la durata del nostro rapporto, è importante la consapevolezza del giocatore dei propri mezzi. Quando un giocatore si sente arrivato non sente più il bisogno di migliorarsi e quindi può sentire di non avere più bisogno. Un altro caso è quando il calciatore riconosce di aver appreso sufficienti tecniche e vuole provare a fare da solo. A volte subiamo l’ostruzione dei procuratori, che hanno paura di perdere il controllo del calciatore”.