Andrea Stella, la forza di un uomo e il suo amore per il mare

Ci sono momenti, nella vita di ciascuno, in grado di segnare nettamente uno stacco con il passato. Veri e propri turning point (o sliding doors, se credete nel destino), in grado di stravolgere il nostro presente, obbligandoci a mettere delle basi per un futuro completamente diverso. È il caso di chi decide di dare un taglio a una vita insoddisfacente, di chi decide di lasciare tutto e partire, di chi decide di cominciare qualcosa di nuovo nella sua quotidianità. Più in generale, è il caso di chi decide.

 

E poi? E poi c’è chi non decide. Chi si ritrova, per un motivo o per un altro, a doversi reinventare la propria vita dall’oggi al domani, per colpa di qualcosa che non ha voluto. E’ la storia di Andrea Stella, classe 1976, vittima di un destino infame.

 

Era l’agosto del 2000 quando Andrea, allora 24enne, neolaureato alla Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Trento, decide di fare un viaggio premio negli Stati Uniti. Una sera, mentre si trovava a Fort Lauderdale, in Florida, resta coinvolto in una sparatoria. Un episodio che cambierà per sempre la sua vita. La diagnosi, arrivata dopo più di un mese di coma, è terribile: paraplegia agli arti inferiori. La vita di Andrea viene totalmente stravolta. Torna in Italia, dove ad aspettarlo c’è la sua quotidianità: la sua famiglia, gli amici e il suo grande amore per il mare. Sarà proprio questo ad accompagnarlo nella sua rinascita. Lui, velista e amante della nautica, sogna di tornare a navigare. A dargli uno stimolo in più è la sua nuova vita su una sedia a rotelle, che, grazie al sostegno della famiglia, lo spinge prima a costruire un catamarano accessibile a tutti, e poi, nel 2003, a fondare “Lo Spirito di Stella”, un’Onlus impegnata attivamente nella promozione dell’abbattimento delle barriere architettoniche.

 

Grazie alla segnalazione di Igor Cassina abbiamo ho modo di raggiungere telefonicamente Andrea, che, dopo due settimane di navigazione in Florida, mi ha concesso una bella chiacchierata. Questa la nostra intervista.

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Andrea, voglio partire dal momento che ti ha cambiato la vita. Cosa ti ricordi di quella sera?

“Ero in Florida da 5 giorni. Era la mia seconda sera a Fort Lauderdale, dove frequentavo una scuola di inglese. Avevo appuntamento con un ragazzo di Napoli. Lui abitava in una zona molto bella, molto centrale. Casa sua era in una strada privata, chiusa, con un ponticello sul mare. Si chiamava Isola di Venezia. Parcheggio l’auto, scendo. Sono in ritardo, quindi vado a bussargli alla porta. Lui, però, è già uscito. Si era spostato lungo la stessa via. Allora non si usavano i cellulari come oggi. Torno alla macchina e vedo quattro persone con il volto coperto da un passamontagna vicino alla mia auto. Mi fermo e uno di questi mi urla qualcosa. Senza darmi la possibilità di capire cosa stia succedendo, mi spara. Cado a terra. Una signora, sentendo gli spari, chiama l’ambulanza. Vengo portato in ospedale, dove vengo operato tre volte nel giro di 24 ore. Ero stato colpito al fegato, a un polmone e un proiettile mi aveva colpito la colonna vertebrale. I medici mi salvano la vita. Dopo 35 giorni di coma indotto, mi hanno svegliato. La diagnosi era di paraplegia agli arti inferiori. Dopo altri 15 giorni negli Stati Uniti, sono rientrato in Italia, dove sono stato portato subito nel reparto di riabilitazione dell’unità spinale dell’ospedale di Vicenza. Ci sono rimasto per quattro mesi. Mi sono trovato da una situazione in cui avevo le possibilità e la voglia di spaccare il mondo a una situazione in cui mi dicevano che avrei dovuto fare cinque ore di palestra al giorno per imparare a spingere la carrozzina. Mi sono trovato con la vita stravolta da un secondo all’altro.”

 

Com’è stata la tua reazione i primi giorni?

All’inizio ovviamente è stato un casino. Mi ripetevo di non volere quella vita. Non accettavo la situazione. Poi però ho iniziato a fare il percorso riabilitativo. Avevo accanto persone che mi aiutavano molto: i miei veri amici, la mia ragazza di allora e i miei genitori. Dopo un po’ di tempo mio padre ha iniziato a chiedermi perché non volessi tornare a fare le cose che mi piacevano. Tra queste c’era la barca a vela”.

 

Hanno mai trovato chi ti ha sparato?

“La polizia ai tempi mi disse che non li avevano presi. Mi dissero anche che probabilmente si trattava di quattro ragazzi sballati, perché provare a rubare un’auto e sparare in una zona così tranquilla e vigilata non è un comportamento da professionista. Mi dissero che probabilmente erano quattro ragazzini fatti di crack”.

 

Mi racconti chi eri prima di quella tragica notte?

“Avevo 24 anni, mi ero appena laureato. Ero un ragazzo normale, senza nessun problema apparente. A scuola ero sempre andato bene pur non studiando mai troppo. Tuttavia riuscivo sempre: non sono mai stato rimandato o bocciato. Ero in un momento molto positivo della mia vita, in cui dovevo cominciare a lavorare. Quel viaggio rappresentava un po’ il mio ultimo momento di svago prima di entrare nel mondo del lavoro. Dovevo iniziare in un grosso studio di diritto internazionale. Insomma ero abbastanza gasato da quello che sarebbe successo nella mia vita lavorativa da lì a poco, però prima mi volevo dedicare a questo viaggio”.

 

Dopo un fatto del genere che, come dicevi tu, ti ha stravolto la vita, in cosa hai trovato la forza di andare avanti?

“In realtà, all’inizio pensi alle cose peggiori. Pensi di farla finita perché quella situazione non ti piace, quella non è la tua vita. Poi, però, dovendo affrontare semplici scelte quotidiane, come banalmente può essere il gusto della pizza, inizi a trovare la forza di affrontare i problemi in maniera semplice e senza porti troppe domande sul senso ultimo della vita. Partendo dalle piccole cose e spacchettando il grande problema del non poter più camminare, mi sono concentrato sul tornare a fare le mie cose. Pian piano il mio pensiero è passato dal volermi ammazzare al voler cercare sempre nuovi stimoli. Oggi vivo benissimo, ma la mia serenità è passata inevitabilmente attraverso un graduale cambiamento per tornare alla normalità. Devo dire che però non c’è stato un turning point. Ho trovato la forza di rimboccarmi le maniche in una serie di cose: per esempio le persone che mi sono state vicino, che mi hanno fatto capire che si possono fare tantissime cose pur stando su una sedia a rotelle”.

 

Tempo fa abbiamo intervistato Simona Atzori che ci ha raccontato di quando, durante un suo viaggio, un uomo le ha chiesto se ce l’avesse con Dio per quello che le è capitato. A te è mai capitato di prendertela con Dio o col destino?

“Come ti dicevo, no non mi sono mai fatto troppe domande sul perché mi sia capitato. All’inizio ho pensato ad ammazzarmi perché era una situazione difficile da superare, poi però per fortuna non ho mai sviluppato questo senso di rabbia. Un episodio che mi ricordo risale a quando sono tornato in Italia dopo la sparatoria. Arrivato al reparto dell’unità spinale di Vicenza, esco dall’ascensore e mi trovo davanti un frate che mi fa: “ah tu sei Stella!!”, rispondo “Sì, sono io”, e lui ribatte: “ah, Dio ti ha scelto”. Ecco, lì per lì mi sono detto che il suo “capo” poteva fare anche altro il giorno dell’incidente. Non è che quella frase in quel momento ci stesse proprio bene. Poi magari, con il tempo, ha trovato un suo senso, ma comunque non ho mai sviluppato questo senso di rabbia. Si va avanti e poi si scopre, piano piano, che si possono fare un sacco di cose fighe”.

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Tu viaggi spesso. Quali sono secondo te oggi le difficoltà più grandi per una persona disabile? E come si approcciano i diversi Paesi alla questione?

“La differenza che c’è tra l’Italia e l’estero, secondo me, è dettata dalla conoscenza del discorso relativo alle barriere architettoniche. Quelle culturali, ovviamente, sono le più difficili da abbattere. In un caso di disabilità motoria le barriere fisiche sono un impedimento molto grande, perché vuol dire non poter andare in giro, non poter fare alcune cose da soli e quindi aver sempre bisogno di qualcuno che ti accompagni, nonostante tu voglia sentirti autonomo e indipendente. Per farti un esempio, io vado spesso in vacanza a Miami, dove mi hanno sparato, ma il senso di libertà che provo nell’andare in giro, nell’arrivare in aeroporto, nell’affittarmi un’automobile, nel decidere la posizione dei comandi, nell’andare in un ristorante piuttosto che in un altro perché mangio bene e pago il giusto e non perché posso entrare da solo o andare ai servizi. Questo è importantissimo. Ci sono delle differenza abissali con l’Italia. Vivremo anche in un Paese storico, però per rifare un marciapiede non ci vuole chissà che. Ero a Milano due settimane fa per andare al consolato americano. Mi sono trovato a scendere dall’auto e dover saltare giù da marciapiedi di 30 centimetri con le strisce lì davanti. E pensare che ha preso anche il premio città più accessibile d’Europa. Questo, però, rende un casino la vita per una persona che è su una sedia a rotelle ma anche a un anziano che ha difficoltà di movimento o a una mamma che deve spingere il passeggino. Si possono fare tante cose per migliorare l’accessibilità di una città a tutti. Questo secondo me è molto importante, perché anche chi non ha problemi inizia a percepire che anche una persona con disabilità può muoversi indipendentemente in una situazione ambientale favorevole. Questo sì che abbatte le barriere culturali. Poi ci sono altre problematiche di carattere economico, di persone che hanno bisogno di assistenza e di uno Stato che riduce le risorse invece che aumentarle. Questi sono altri problemi ancora. Quelli di cui mi occupo io sono fattori ambientali, relativi all’abbattimento di barriere per creare situazioni in cui una persona possa essere più autonoma e indipendente possibile”.