Jeffrey Jey, viaggio nel mondo degli Eiffel 65

A volte il caso gioca un ruolo fondamentale nelle nostre vite. Talvolta sono delle piccole coincidenze a cambiare il corso degli eventi e portare a risultati inaspettati e dirompenti. In questa storia sono state proprio una serie di coincidenze a portare alla luce i frutti del grande lavoro di tre talenti che, nel ritrovarsi a lavorare insieme quasi per caso, hanno dato vita a qualcosa di unico nel suo genere. Stiamo parlando degli Eiffel 65, gruppo eurodance torinese che, a cavallo tra gli anni ’90 e 2000, ha letteralmente fatto ballare mezzo mondo. Nel 2010, dopo una “pausa fisiologica” di qualche anno, Jeffrey Jey e il suo compagno di mille avventure Maury (Gabry Ponte, terzo membro del gruppo, aveva lasciato nel 2005) decidono di rimettere in moto la macchina. Oggi, a quasi vent’anni dall’uscita del loro primo singolo “Blue”, il gruppo è pronto a riprendere definitivamente il cammino con l’uscita di un nuovo album, che è stato preceduto qualche settimana fa dall’uscita in anteprima del loro nuovo singolo: “Panico”.

Grazie alla segnalazione di Dario Dissette ho avuto la possibilità di fare una chiacchierata via Skype con Jeffrey Jey, mitica voce degli Eiffel, nonché autore di moltissimi testi. Ho avuto così modo di fare un viaggio nel mondo degli Eiffel 65 e di farmi raccontare alcuni degli aspetti più interessanti, tra passato e presente, della loro avventura nel mondo della musica.

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Potrà sembrare strano ma parte del vostro percorso, prima di arrivare alla nascita degli Eiffel 65, passa anche dalla Cina. Ti va di spiegarci meglio?

“Noi arriviamo alla Bliss (casa discografica torinese) agli inizi della sua vita, quindi parliamo dei primissimi anni ’90. La Cina arriva in un secondo momento, quando Massimo Gabutti, uno dei fondatori della Bliss Corporation, decide di affacciarsi al mercato delle cover e dell’adattamento di alcuni brani cinesi in inglese come mezzo di sostentamento per alcuni produttori. Questa cosa ha creato due grandi benefici: il primo è quello di aver garantito una quantità di entrate stabili per diversi produttori, ma soprattutto ha dato dei mezzi e delle potenzialità ad ognuno di noi che non avevamo prima. Per esempio nel mio caso specifico, a forza di adattare dei testi cinesi in inglese, basandomi sulla sonorità e sulla metrica, ho sviluppato una capacità pazzesca che mi permette di scrivere dei testi in inglese con grande facilità. Stesso discorso per Maury che, a forza di dover lavorare su una base, piuttosto che su un arrangiamento per un brano cinese da riadattare e da mettere sul mercato come brano dance, ha sviluppato dei mezzi incredibili di produzione. Dopo quella parentesi Blue fu poi il fiore di quel periodo lì, da diversi punti di vista. Possiamo dire che il lavoro con la Cina portò poi un risultato incredibile e inaspettato”.

 

Parliamo proprio di Blue, il vostro più grande successo. Come nasce la canzone?

“Be’ intanto la melodia che si sente nel ritornello nasce da un giro di piano che Maury aveva in testa in quel periodo lì. Poi da quello che ricordo, su suggerimento di Massimo Gabutti, di spingere il lavoro artistico di questo brano verso una canzone dance, mi venne chiesto di fare un testo. In quel periodo avevo scritto tre testi per quella canzone. Ai ragazzi dissi: “Guardate, ho tre testi: uno normale, uno un po’ così, e uno completamente fuori di testa”. Loro mi risposero: “Cominciamo a sentire quello fuori di testa”. Ecco, quello era proprio il testo di Blue che tutti conoscono oggi. Ognuno di noi nasce con una propria particolare visione della vita, con un proprio codice attraverso cui filtra tutto. La canzone parla proprio di questo. Mi piaceva l’idea di rappresentare questo codice usando la metafora del colore. Ecco perché nel testo si dice che tutto è blu, non perché sono daltonico ma perché c’è questa idea di avere un filtro con cui poi si fa e si percepisce tutto nella vita. Ci piace tanto l’idea di aver veicolato un concetto così profondo in una canzone che poi alla fine sfoga in un ritornello che dice “Da ba dee, da ba da”, che non vuol dire nulla in nessuna lingua ma che è da un certo punto di vista “internazionale” e spinge le persone verso l’allegria e verso il ballo. Abbiamo veicolato un concetto un po’ profondo nel nostro cavallo di Troia, appunto la nostra canzone allegra”.

 

 Ho letto che la prima volta che la suonaste non fu un grande successo…

“Quello che noi facevamo in quel periodo era una sorta di “giro di prova” nelle discoteche. Il brano doveva almeno suonare in una discoteca. La sera in cui provammo Blue, la reazione non fu molto buona. Non fu capita. Devo dire la verità, non era semplice inquadrarla. Io stesso facevo fatica a trovarle un contenitore. Non era né house, né tecno, aveva un suono tutto suo. Credo che questa sia una delle sue più grandi forze. Blue poi si è dimostrato un evergreen. Sono passati diversi anni dalla sua uscita, parliamo di diciotto anni fa, ma è ancora fresca come allora, viene ancora ballata nelle discoteche, e quando siamo noi a cantarla dal vivo la reazione è pari o addirittura superiore a quella che era tempo fa”.

 

Facciamo un passo indietro. Come nascono gli Eiffel 65? In che modo vi siete ritrovati a lavorare insieme?

“Diciamo che il nostro è un discorso legato al caso. La casa di produzione della Bliss era formata da una serie di produttori, cantanti e musicisti che ogni volta collaboravano in maniera diversa tra loro, difficilmente si ripresentava lo stesso team di lavoro per un progetto. Nel nostro caso Blue è stato ciò che ha creato il gruppo. E’ stata la scintilla, nonché il motore, che poi ha guidato buona parte della nostra realtà. Nel momento in cui il brano ha avuto successo ci siamo trovati sul palco a rappresentare la nostra canzone col nome Eiffel 65”.

 

Forse non tutti sanno che anche il nome fu un po’ frutto del caso…

“Il nome nasce da un database che avevamo fatto ai tempi. C’era la difficolta, visto che c’erano tanti progetti da sviluppare, di trovare sempre un nome nuovo per ogni progetto. Così abbiamo preso un po’ di idee e abbiamo fatto un foglio Excel dove avevamo scritto tutta una serie di nomi. Per Blue saltò fuori appunto il nome Eiffel, ma solo Eiffel, il numero non c’era in realtà. Il numero nasce da un errore casuale sulla legal copy, che altro non è che un foglio A4 dove ci sono scritte tutta una serie di informazioni su un brano che sta per uscire. Un giorno, nel corso di una telefonata, Massimo Gabutti, mentre questa legal copy si trovava sulla sua scrivania, dovette segnarsi un numero di telefono. Bene, mise un foglio bianco sulla legal copy ma non si accorse che nel segnare il numero le ultime due cifre, 65 per l’appunto, finirono di fianco al nome. Non si accorse di questa cosa e consegnò il foglio al grafico. Il grafico pensò che quel numero fosse un’aggiunta fatta dopo a penna e non chiese nulla a nessuno. Così uscì il disco col nome Eiffel 65. Da un errore ci siamo trovati alla fine con una particolarità nel nome, che involontariamente ci ha aiutato a distinguerci in una buona parte del mondo, visto che tanti erano già i gruppi che avevano scelto il nome Eiffel. Ma col 65 non c’era nessuno. Questo (ride, ndr) ci ha dato la possibilità di essere in qualche modo ricordati”.

 

Con Blue vi è arrivata addosso una fama pazzesca all’improvviso. Com’è stato ritrovarsi di colpo ad avere successo?

“In realtà non hai molto tempo per pensare a quello che ti sta succedendo, devi chiaramente abituarti all’idea che la tua vita rispetto a prima è cambiata, ci sono moltissimi impegni, moltissimi viaggi da fare, tanti aerei da prendere, tante circostanze in cui devi stringere i denti. Gli assistenti di volo diventano tuoi amici, perché a forza di volare finisci per conoscerli tutti, le compagnie aeree diventano come pullman che prendi per andare all’università e ti trovi su diversi palchi in giro per il mondo a vedere gli effetti di quello che hai creato. Poi ci sono altre circostanze che ti rimangono impresse per sempre nella memoria. Ti faccio un esempio stupido: eravamo a Los Angeles nello stadio dei Dodgers per un festival radiofonico e c’è stato un momento in cui, mentre stavo in piedi con le braccia incrociate, avevo alla mia sinistra Bon Jovi che parlava col cantante dei Goo Goo Dolls e alla mia destra Lenny Kravitz che parlava con una sua chitarrista. Io mi sono girato e li ho visti, ho pensato: “Wow Lenny Kravitz! Wow Bon Jovy!…Ma io che cazzo ci faccio qua!?” (ride, ndr)”.

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Adesso riguardandoti indietro cosa vedi?

“Be’ ci sono state cose che abbiamo fatto che sono state davvero impressionanti, abbiamo preso una quantità imbarazzante di aerei, visto tantissimi posti pazzeschi. A guardare indietro e vedere tutto quel movimento mi rendo conto che effettivamente c’erano cose davvero importanti in ballo e noi non ce ne siamo neanche resi conto. Quando vivi a quei ritmi lì non può non essere così. Noi difficilmente accettavamo la parola “riposo” o “pausa”. Il sonno mediamente non superava le due/tre ore a notte ed è stato così per quasi due anni”.

 

Come dobbiamo immaginarci Jeffrey Jey da ragazzo? Come ti sei avvicinato alla musica?

“In realtà io nasco in una famiglia dove da parte di mio papà sono tutti musicisti. Tutti, nessuno escluso. Per tutta la vita mio padre ha cercato di influenzarmi verso la musica ma io non ne volevo sapere nella maniera più assoluta. Nonostante questo ho sempre avuto un grande amore per la musica. Una scena divertente di me, a sei anni con una chitarra in mano, mentre salto e ballo sul divano ascoltando una canzone di Rod Stewart, ti fa capire un po’ l’effetto che la musica aveva su di me. Il vero amore per la musica però in me nasce con la tecnologia. Un giorno un mio amico mi invitò a casa sua perché voleva mostrarmi una cosa. Arrivato da lui vidi il Commodore 64 che in qualche maniera stava guidando una tastiera e la faceva suonare. Ecco, io ho sempre avuto un amore smisurato per la tecnologia. Questa cosa ha sbloccato in me tutta una serie di meccanismi”.

 

Tutti però ti conoscono per la voce. In che modo ti sei lanciato sul canto?

“Il canto è una cosa che è arrivata molto dopo. Avevo circa sedici anni. Tutto è nato mentre ero in Sicilia: stavo ascoltando nelle cuffie una canzone di George Micheal, e senza quasi neanche accorgermene canticchiavo. Una mia amica che era lì rimase stupita: “Cavolo, sai che hai proprio una bella voce!”. Io non ero affatto convinto. Ci ha messo un mese per convincermi per registrare la mia voce in modo da potermi riascoltare. Fatta la registrazione, l’ho fatta sentire a mio padre, e lui: “Questo sei tu?”, “Sì papà, ti piace?”. Mi ha rincorso per tutta la casa (ride, ndr). “A quest’età mi dici che hai questa voce? L’avessi saputo prima ti avrei iscritto alla scuola di musica o al Conservatorio!”. Diciamo che quella fu una mezzoretta divertente in casa, con cose che volavano mentre mia mamma cercava di fermarlo (ride, ndr). Poi l’amore per la discoteca arriva perché, grazie a un mio amico, ho cominciato a lavorare in alcune discoteche della Sicilia. Così ho avuto la possibilità di fare il vocalist, però non come lo immaginiamo oggi, quello che in realtà facevo era cantare sulle canzoni, facevo una serie di spettacoli da dentro la console stessa cantando”.