Giovanni Zoppoli, la ricerca pedagogica e il Mammut di Scampia

Ci troviamo a Scampia, 10 chilometri a nord del centro di Napoli. Qui, nell’estrema periferia del capoluogo campano, il quadro sociale è storicamente drammatico. Il quartiere, costruito tra gli Anni ’70 e i primi Anni ’90, è stato uno degli scenari più sanguinosi delle recenti guerre di camorra. Le strade, per decenni, hanno ospitato i traffici illegali della criminalità organizzata, rendendo la frequentazione di alcune zone estremamente pericolosa.

 

A complicare la situazione sono i dati diffusi dalla Regione Campania: il quartiere, tra i più popolosi della città e teatro di un forte abusivismo, presenta uno dei tassi di disoccupazione più alti d’Italia (circa il 61,5%). Gli istituti scolastici della zona presentano ingenti problemi strutturali, accompagnati da un alto tasso di dispersione e inadempienza scolastica.

 

Gli enti locali, chiamati a riqualificare l’intera area, per anni hanno vissuto notevoli difficoltà, che hanno finito per limitarne il raggio d’azione, vincolandone i risultati. Tuttavia dal 2006, grazie al piano di trasformazione urbana “Napolinord”, istituito dalla giunta Iervolino, l’area è in netta ripresa.

 

Grazie alla segnalazione di Sara Honegger e di Margherita Giorgio di Asnada, ho avuto la possibilità di fare due chiacchiere telefonicamente con Giovanni Zoppoli, tra i fondatori (e oggi coordinatore) del Mammut di Scampia, il centro ricerche nato a Napoli nel 2007 con l’obiettivo di sperimentare nuove forme di didattica, relazione di cura e partecipazione urbana, che in dieci anni ha coinvolto più di 10mila persone.

 

Questa la nostra intervista.

 

Giovanni, raccontaci qualcosa di te.

“Mi chiamo Giovanni Zoppoli e sono co- fondatore e coordinatore del Mammut di Scampia. Mi occupo da anni di ricerca/azione pedagogica a partire da marginalità urbane. Si può dire quindi che io venga dal mondo della formazione. Dopo la laurea ho accumulato diverse esperienze, sia in campo redazionale, dove ho collaborato con il quotidiano “Alto Adige” e con le riviste “Lo Straniero” e “Zazà due”, sia in alcuni centri sociali e associazioni, con cui ho lavorato, per esempio, nei campi rom di Napoli e Bolzano. Questo mio background mi ha portato poi, nel 2007, a dar vita al Mammut, che ho fondato insieme ad alcuni compagni di viaggio dell’Associazione di promozione sociale Compare, nata nel 1997”.

 

Ti ricordi com’è nato il tutto?

“Il Mammut è nato a seguito di alcune richieste mosse dalla Regione Campania nel 2007. In quel periodo l’amministrazione era in grande difficoltà per la cosiddetta guerra di camorra. La regione e la città di Napoli, in particolare, facevano acqua da tutte le parti, così ci chiesero di pensare a un progetto su Scampia. Da questo input nacque il Centro Territoriale Mammut, creato insieme ai redattori e agli operatori che nel corso degli anni avevamo conosciuto tra nord, centro e sud Italia. Io all’epoca mi ero trasferito a Bolzano, dove, come ti dicevo, lavoravo come maestro e prestavo servizio presso la Caritas in alcuni campi rom. Ritornai a Napoli per seguire il progetto e per riprendere in mano la situazione del lavoro che si stava cominciando a fare a Scampia con il Mammut”.

 

Se dovessi spiegare cos’è il Mammut a chi non l’ha mai sentito nominare, come lo faresti?

“Il Mammut lo descriverei innanzitutto come un centro di ricerca/azione. So perfettamente che questa definizione non è facilmente comprensibile, ma è sicuramente quella più adatta. Nel dettaglio, quello che cerchiamo di fare è di fatto colmare il gap che si è creato tra le dissertazioni accademiche e le parole dei politici e la realtà. Loro sono bravissimi a pontificare, a fare leggi, a scrivere libri, ma quello che gli manca fondamentalmente è il contatto diretto con la realtà. Non parlo della realtà come concetto generale, parlo della realtà di chi lavora sul campo, quella vissuta dagli operatori, dai maestri, dagli insegnanti, dagli educatori, che, purtroppo, a volte nella realtà ci si infognano tanto la conoscono bene. Il Mammut nasce per questo: per rimettere insieme pensiero e azione, valore e pragmatismo. L’obiettivo è quello di bonificare le vecchie concezioni”.

 

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Per farlo avete scelto anche un luogo simbolo di Scampia…

“Assolutamente sì. Il Mammut nasce in Piazza Giovanni Paolo II, sotto le colonne di un grande porticato a sei colonne che gli abitanti del quartiere, per le sue forme, chiamano O Mammut. Questa era la piazza della droga, dove i tossici venivano a farsi. Era considerata la piazza del male, da cui tutti dovevano fuggire. Con i bambini delle scuole, in questi anni, abbiamo cercato di bonificare (ecco che torna come termine) l’immaginario della piazza, cercando di incidere anche sul modo che queste scuole hanno di fare didattica”.

 

In che modo?

“Cerchiamo di cambiare la città cambiando la scuola e viceversa. La nostra convinzione è che la scuola non debba più essere considerata un’isola e che per cambiare davvero bisogna smetterla di guardare solo il proprio ombelico. Bisogna rimettere al centro i bambini e i ragazzi. Questo ci ha portato a lavorare sul campo con molte attività all’interno del centro di Scampia e di quella piazza di cui ti parlavo. Ci siamo incontrati, confrontati e alleati con molte maestre, di Scampia sì, ma anche di Bologna, Pistoia e Milano. L’obiettivo, come ti dicevo, è quello di potenziare qualcosa di vivo e attivo che già esiste nel dna della scuola”.

 

Quali aspetti della scuola mirate a cambiare?

“Innanzitutto, il programma che ci ha permesso di lavorare nelle scuole si chiama “Il Barrito del Mammut”, accompagnato anche da un giornale, “Il Barrito dei piccoli”, che quest’anno abbiamo rilanciato sia in versione digitale che cartacea. Le scuole con cui siamo entrati in contatto stanno cercando di modificare sia l’ambiente interno (ogni scuola ha scelto un’aula da cambiare), ma anche di lavorare sull’esterno. Il tema di ricerca degli ultimi due anni è quello dell’intreccio tra didattica e salute. Lavorando con i bimbi e le maestre è emerso negli ultimi anni questo tema molto forte: la scarsa capacità da parte della scuola di produrre salute, sia dei territori che degli individui. Questo approccio mancato ha reso inevitabilmente l’istituto scolastico un posto da dove adulti e bambini hanno voglia di scappare. Tutto quello che era il patrimonio della pedagogia attiva, da Montessori a Steiner, è andato perduto. Oggi è tutto molto tecnico e burocratico. In quest’ultimo anno stiamo lavorando molto su questa concezione di scuola come luogo di produzione della salute del territorio e degli individui. Si può fare se si torna a porre il focus su un aspetto fondamentale: quello del riprendersi la voglia di rischiare”.

 

Ovvero?

“Senza il rischio non c’è vita. Quello che sta succedendo alla scuola è un esempio che si può anche allargare ala società. E’ tutto scivolato nella routine di procedure standardizzate. Il rischio è scomparso. Se non si corre il rischio che qualcuno possa farsi male si toglie la possibilità di farsi del bene. Questo è proprio quello che stiamo sperimentando con la nostra ultima campagna “Risvegliamoci in cortile”. Nelle scuole di Napoli, ma non solo, le strutture ospitano cortili o spazi interni. Il problema, però, è che spesso i bambini non scendono, restano dietro i banchi in classe. Questo perché i genitori, gli insegnanti, i presidi hanno il terrore che i bambini in questi spazi possano farsi male, possano toccare cose sporche. Questo è l’emblema di una vecchia pedagogia, secondo cui il bambino è un incapace e, in quanto tale, deve essere guidato e pilotato in ogni attimo, altrimenti rischia di diventare un suicida o un assassino. Questa è la morte di ogni sviluppo. Va contro il principio che sposiamo noi, secondo il quale se non c’è esperienza non c’è apprendimento e senza il rischio di farsi male non c’è la possibilità di farsi bene. Purtroppo oggi la scuola è diventata questo: banchi e fiumi di carte”.

 

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