Tiziano Bonini, il mondo della radio tra passato e presente

La radio è sempre stata una delle realtà per me più affascinanti. Riuscire a intrattenere un pubblico, con il solo uso della voce, e coinvolgerlo con racconti e storie è una delle arti più complesse e ammirevoli. La magia della radio, a volte, quasi ci fa dimenticare che dietro a quella voce esistono persone in carne ed ossa che lavorano, con impegno, per proporre contenuti di ogni sorta. E le figure che lavorano in radio sono tante, dagli autori agli speaker, da chi si occupa della programmazione musicale a chi ne segue la regia.

Grazie alla segnalazione di Bertram Niessen, abbiamo avuto modo di intervistare, tramite Skype, Tiziano Bonini, che la radio la vive e la conosce da molto tempo; non solo infatti è autore di “Pascal”, programma in onda su Radio2, ma è anche ricercatore e docente di comunicazione radiofonica presso l’Università IULM di Milano. Con lui abbiamo cercato di capire quali meccanismi e quali realtà si nascondono dietro a quella famosa “voce” che ci intrattiene quando il pulsante “on air” si accende e le trasmissioni iniziano.

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Ciao Tiziano. Uno degli obiettivi di questo magazine è quello di raccogliere storie personali che possano essere, per i lettori, esempi di realtà differenti e, speriamo, anche strumenti utili per chi volesse intraprendere percorsi analoghi a quelli raccontati. Ti va quindi, partendo proprio della tua esperienza, di raccontarci quello che fai e come ci sei arrivato?

“Direi che l’attività principale di cui mi occupo è quella di ricercatore in media studies all’università e di docente allo Iulm di Milano. Quella secondaria, anche se da molti anni è diventata abbastanza centrale, è il lavoro in radio. Nello specifico attualmente collaboro come autore del programma “Pascal” in onda su Radio2 alle 19.00, con la conduzione di Matteo Caccia. Per quello che riguarda la mia esperienza in radio, mi sono avvicinato a questa realtà all’incirca attorno al ’99-2000, a Siena, quando, seguendo i miei interessi e le mie passioni, avevo iniziato con la radio dell’università, che tra l’altro è stata la prima radio universitaria italiana. Poi, una volta arrivato a Milano per proseguire i miei studi in scienze della comunicazione, ho cominciato a collaborare con Radio Popolare e qualche volta mi sono occupato dell’assistenza alla regia di alcuni programmi della Radio Svizzera-Italiana. Parallelamente ho sempre portato avanti la mia attività in università, prima con gli studi e poi con un ruolo da ricercatore. Ho fatto la mia cosiddetta “gavetta” e diverse esperienze nel settore in ruoli diversi, da redattore ad autore. Quando ti piace una cosa cerchi di avvicinarti alle persone che sanno farla e capire da loro i meccanismi, le idee, le dinamiche; ho cercato di imparare da dentro la professione che mi piaceva”.

 

Secondo te, che conosci e vivi il mondo della radio da diversi anni, quali sono stati i cambiamenti più significativi? La nascita e la diffusione di altri media, come tutti gli innumerevoli social network, hanno influenzato il modo di fare radio?

“Non vorrei fare il solito discorso su come è cambiata la radio, quello che faccio anche ai miei studenti. In generale però la radio, come tutti gli altri mezzi comunicativi, cambia e si adatta. Di certo i social hanno fatto sì che si modificasse il rapporto con gli ascoltatori e si arrivasse a un confronto sempre più diretto tra chi fa radio e chi la segue. Per quanto riguarda la mia esperienza, ad esempio, in un programma come “Pascal”, che racconta storie personali segnalate dagli ascoltatori, la partecipazione al programma è molto importante e il contatto con essi, anche attraverso i social, è decisamente molto stretto e di grande rilievo. Bisogna pensare che, analogamente ad altre realtà, chi segue un programma radio, e di conseguenza chi ci lavora, si sente un po’ parte di una tribù, di una comunità, con interessi e gusti simili, ritrovabili nei contenuti che il programma stesso propone, dalla selezione musicale agli argomenti trattati dagli autori e dai conduttori. E’ comprensibile quindi che i social siano un modo per mantenere ancor più solido il rapporto e il confronto tra chi si sente parte di una stessa comunità o, in questo caso, di un programma radio”.

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E per quanto riguarda la proposta musicale? Non ci sono stati dei cambiamenti a seguito della nascita di servizi come Spotify o Deezer che, di conseguenza, danno ancor più la possibilità di ascoltare la musica che si vuole ed essere liberi di muoversi tra i contenuti che più ci piacciono? La radio come ne ha risentito?

Sai, esistono tanti tipi di radio, certamente le radio musicali soffrono degli altri mezzi per accedere alla musica. Non c’è più la necessità che sia la radio a proporre musica e si fa fatica a capire come adattarsi. Un valore aggiunto può essere quello di un’attenta selezione musicale che l’ascoltatore non trovi facilmente altrove, che faccia un po’ da guida in questo senso. Un esempio è quello di Apple che ha creato Beats 1 e ha preso da BBC 1 uno dei conduttori più in vista, proprio per offrire una maggiore “curation” ai propri ascoltatori in streaming; quel famoso valore aggiunto. Poi sai, in Italia l’accesso alla rete è ancora molto limitato, gran parte della popolazione non può usare il web, di conseguenza è un discorso ancora in fase di sviluppo e di cambiamento. Oltre a ciò, come ti dicevo, non ci sono solo radio musicali. Quella che faccio io è una radio di narrazione dove la musica ha un ruolo di contorno, di inquadramento o sottolineatura di qualche stato emotivo all’interno del racconto”.

 

Parlando sempre della rete e dello streaming, come vedi la realtà delle web radio in Italia?

“E’ una realtà esistente ma ancora molto limitata per diversi motivi: un po’, come ti dicevo, per la scarsa accessibilità alla rete stessa e al fatto che siamo un paese poco alfabetizzato dal punto di vista dell’utilizzo delle nuove tecnologie; poi perché l’utilizzo principale che si fa della radio in Italia è quello tradizionale in FM, soprattutto la si ascolta in macchina; un po’ invece per un discorso di sostenibilità dal punto di vista economico. Molte di queste radio sono inoltre di nicchia, propongono dei contenuti destinati a uno specifico gruppo di persone interessate. Per non parlare di web radio prettamente musicali, dove proporre un qualcosa di diverso e originale diventa sempre più complesso, discorso analogo alle radio musicali tradizionali. Io credo che potremo assistere a una vera rivoluzione solamente quando fare radio in streaming diventerà anche economicamente sostenibile; quando un servizio come Spreaker, che permette a tutti di trasmettere in diretta o di creare un proprio podcast, consentirà a più persone di crearsi una propria rete di fan e di ascoltatori solida e guadagnare da questo, tramite sponsor, pubblicità o altro, come avviene poi anche nella radio tradizionale, sarà un buon segnale in questo senso. C’è chi già lo sta provando a fare, ci sono alcuni conduttori che dalla radio tradizionale sono passati a fare i propri programmi in streaming. In America ci sono già diversi casi ma qui in Italia è più complesso e più lento, per i motivi già citati e anche per una questione prettamente demografica”.

 

Che un artista poco conosciuto o un brano meno noto vengano trasmessi da una grande emittente radiofonica è un evento abbastanza raro e che difficilmente ci aspettiamo. Quale meccanismo fa sì che si preferisca trasmettere qualcosa di già consolidato e noto? Come mai la proposta delle grandi emittenti radiofoniche è sempre così legata a un certo tipo di musica “mainstream”?

“Credo che in generale questo sia un discorso delle industrie culturali in Italia. Perché i libri più venduti sono quelli di Fabio Volo? Perché i film che vanno per la maggiore sono la commediola o il cine-panettone di turno? Quando si parla di grandi numeri, radio nazionali e private che obiettivo hanno? Devono ovviamente portare il maggior numero di dividendi per gli azionisti e non ci si può permettere di rischiare, non si possono perdere ascoltatori. Bisogna allora mettere qualcosa che piaccia a tutti indistintamente, optare per una selezione musicale che vada bene a molti. Non si è affermato un modello economico sostenibile per un programma tematico; e certamente le radio hanno contribuito, nel passato, a crearlo e ora si adattano ad esso. E’ un po’ un cane che si morde la coda. In comunicazione si parla di “teoria della coltivazione”: se “coltivi” il pubblico per anni facendogli ascoltare Ramazzotti, tendenzialmente in molti, nel tempo, lo accetteranno, si abitueranno e si aspetteranno quello”.

 

Allora chi può fare innovazione e spezzare questo meccanismo?

“Be’ certamente non le aziende private che non possono rischiare. Dovrebbe essere quindi il servizio pubblico, che può permettersi di perdere qualche punto per rappresentare qualcosa di nuovo, per rinnovare e rappresentare una minoranza. Pensa alla BBC che, negli anni ’90, cambiò la programmazione e iniziò a passare soltanto artisti inglesi emergenti creando, di fatto, l’ondata del brit-pop. Certamente ora è diverso, se si volesse cambiare qualcosa a livello di massa si dovrebbe insistere per anni. In Italia è ancor più complesso perché c’è un sistema che in parte deve guardare al servizio pubblico e in parte al privato; è un sistema che vive anche di pubblicità e non può permettersi di perdere ascolti. E’ un meccanismo perverso ma non si tratta di nulla di nuovo, in più è anche un discorso prettamente culturale. Se siamo il paese europeo con il più basso livello di istruzione superiore è ovvio che questo si ripercuota anche in termini di gusti e coscienza artistica. E’ quindi normale che, con tutto il rispetto, si preferisca Tiziano Ferro ai The Smiths. Fa parte del nostro DNA culturale”.

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Per quanto riguarda la libertà di espressione in radio, ci sono particolari limitazioni o censure?

“Sai, la radio rispetto alla televisione è meno esposta, c’è meno pressione. Non c’è quello stress legato agli ascolti che è valido invece per una realtà televisiva; un po’ perché, ad esempio, i dati relativi agli ascolti arrivano dopo 3 mesi e non il giorno dopo la trasmissione, un po’ perché in radio si lavora in modo diverso e il pubblico stesso e più volatile. Poi certamente chi fa programmi che trattano argomenti di attualità politica avrà pressioni maggiori e regole più ferree da questo punto di vista ma per me, che mi occupo e mi sono sempre occupato d’altro, non c’è stata mai una censura imposta. Semmai si può parlare di un’autolimitazione nelle scelte dei contenuti e di quello che racconti, in base al tuo pubblico e a quello che si aspetta dal tuo programma. Si tratta però di una scelta autorale e legata al format. Noi, per esempio, storie molto tristi, che non lascino nemmeno un piccolo frammento di speranza, evitiamo di metterle”.

 

Grazie Tiziano, passiamo ora ai tuoi Twig. Quali storie vuoi segnalarci?

“Vi vorrei segnalare il nome di Matteo Caccia, conduttore con il quale lavoro al programma “Pascal” su Radio2. Come seconda vi suggerisco Sara Zambotti, anche lei conduttrice radiofonica molto brava che, tra l’altro, segue il programma Caterpillar sempre su Radio2. Infine vi farei il nome di Luca Camisasca, musicista, grafico e fondatore di label musicali”.