J-Ax, periferie, musica e riscatto: la rivincita dei brutti

Descrivere J-Ax e la sua lunghissima carriera in poche righe sarebbe un esercizio che darebbe senz’altro pochi risultati. Dal 1993, con l’uscita del primo album degli Articolo 31 “Strade di città”, a oggi, Ax non si è mai fermato. Una storia, la sua, partita dalla periferia milanese, dove le difficoltà nell’affermare la propria personalità ne hanno costruito il carattere. La vita di provincia, il senso di inadeguatezza, la passione per le “cose da nerd” e per l’America, tutto questo e molto altro si ritrova nella sua musica, la sua più grande compagna di viaggio e allo stesso tempo l’unica strada possibile per inseguire un riscatto. Ecco, J-Ax quella strada l’ha percorsa per più di vent’anni e oggi, con l’uscita dell’ultimo album “Il bello d’esser brutti”, dice di aver avuto la sua rivincita. Il nerd ha vinto sui “bulli della vita”. Il titolo dell’ultimo album spiega proprio questo: non serve più nascondersi, la guerra è finita.

Grazie alla segnalazione di Fabio Rovazzi abbiamo avuto modo di incontrare Ax negli studi di Newtopia a Milano. Seduti comodamente sul divano del suo studio abbiamo avuto modo di farci raccontare il suo percorso partito dalla provincia, le sue motivazioni profonde e il gusto agrodolce della rivincita.

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In alcune precedenti interviste ti ho sentito dire spesso questa frase: “J-Ax è una cosa italiana che possono capire solo gli italiani”. Vuoi spiegarcela meglio e farci capire qual è il background su cui poggia J-Ax?

“Il background è strano e penso unico e irripetibile; quando io sono cresciuto ci fu il boom della televisione, ho vissuto quella rivoluzione. Ho vissuto un momento dove le televisioni private tipo Italia1 rappresentavano qualcosa di veramente rivoluzionario. Quando avevo circa dieci anni Italia1 cominciò a fare le serie americane e quelle robe lì, pensa che impatto. Dopodiché arrivarono le radio private e quindi fu un momento dove io e quelli della mia età eravamo influenzati da cose che non c’entravano un cazzo tra di loro: da una parte avevamo il nuovo, e in quanto giovani avevamo fame di tutte queste cose, il Rock’n’Roll, il rap; dall’altra invece avevamo l’Italia, quindi tutta la nostra cultura nazional-popolare. Noi siamo stati la prima generazione in cui queste cose si sono scontrate. Addirittura non è che fosse tutta così la mia generazione, noi eravamo una piccola parte. Quando dico “noi”, intendo gente che già aveva il computer, i videogiochi, che prendeva le riviste dall’America, non c’era internet ma tu già eri lì. Tutto veniva deformato dal fatto che non parlassimo inglese e dal fatto che questo è un Paese dove prima di internet su certe cose era un po’ la Corea del Nord, impermeabile alle influenze di un certo tipo. Da noi in fondo le sottoculture le abbiamo sempre vissute con diffidenza. Basta pensare alla storia del rap; trent’anni a pigliarlo per il culo prima di accettarlo come qualcosa di serio”.

 

Poi tutto questo l’hai ributtato nella musica…

“In quel senso la mia esperienza è particolare, irripetibile e inesportabile fuori dall’Italia. In dischi come “Deca Dance” ho voluto citare questi periodi non solo con le parole ma anche con la musica. Io sono cosciente che se fai ascoltare quei pezzi a un inglese o a un americano ti dirà “Ma cos’è sta roba”. Non potrà mai capire tutto il background che c’è dietro, che ad esempio quella che sta ascoltando è una citazione dei tempi dell’Italo Disco, e altro ancora. Tanti dei miei pezzi sono inesportabili perché la mia generazione è davvero una variabile impazzita italiana. A me piace pensare che siamo sul bordo di un impero culturale, cioè noi siamo gli ultimi che hanno visto la tv in bianco e nero, che hanno visto le grandi produzioni italiane, abbiamo vissuto un momento dove il nostro cinema insegnava all’America. Del bianco e nero ho dei ricordi vaghi, ricordi di un Paese diverso, poi l’abbiamo visto mutare. Tutte le cose di cui adesso parlano tutti io le ho vissute: Reagan, il momento dove eravamo innamorati di noi stessi, del consumismo, la mia generazione le ha viste tutte quelle cose. Fondamentalmente quello che sto vedendo adesso è la nostra civiltà occidentale che si disinnamora di se stessa e gli italiani non ci capiscono più un cazzo. L’italiano è frammentato culturalmente in quanto negli ultimi dieci anni ha dovuto avere a che fare con cose da cui era stato schermato per tanto tempo. E’ lunga la storia. Chi sono io? Sono uno di quarant’anni che ai suoi tempi era considerato uno strano e diverso, quindi non è che fossi integrato nella mia generazione, non so se fossi avanti o indietro o solamente diverso, però avevo altri interessi. Vivevo in un paese dove ti mettevi il cappellino, perché magari compravi un disco rap e ti piaceva vestirti così, e la gente ti prendeva per il culo per un cappellino, questo Paese è così”.

 

Sappiamo tutti che la tua vita parte dalla provincia. Ne hai viste tante?

“Io le ho viste un po’ tutte. Sono nato a Milano in piazzale Corvetto nel ’72. In quegli anni a Milano esplodevano bombe, c’erano rapine, quindi verso i cinque/sei anni i miei decisero di trasferirsi. Mia mamma subiva una rapina al giorno nel supermercato dove lavorava. Era un periodo in cui Milano era un po’ Detroit (ride, ndr). Praticamente siamo andati a Civesio, una frazione di San Giuliano Milanese, un posto dove ancora si lasciavano le porte di casa aperte. Verso la fine degli anni ’80 ce ne siamo andati a Cologno. Quindi ho vissuto sia la provincia cattolica, dove tutti sanno i cazzi degli altri, la realtà di paese dove il prete ancora conta e dove l’oratorio è il punto di ritrovo. Poi quando ci siamo trasferiti a Cologno ero di fianco alle case popolari; lì ho trovato i tamarri, le risse, i pullman pieni di gente brutta. Diciamo quindi che l’esperienza milanese me la sono fatta un po’ da tutti i punti di vista. Adesso abito a Milano dentro la circonvalla quindi diciamo che non sono più un “giargiana”.

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Cosa ti porti dentro di quel periodo?

“Io me lo vivo, forse perché mischio tutto con i film che vedevo, come fosse stato una specie di high school americano: c’erano gli sfigati, c’erano le ragazze che andavano solo con quelli atletici e con i vestiti giusti. Gli anni ’80, quando avevo dai 10 ai 16 anni, me li ricordo così. Ricordo la sensazione di essere inadeguato, perché non avevo i vestiti giusti o avevo i brufoli. Fondamentalmente, e questo l’ho capito dopo, non ero un maschio alfa, ed è questo che solitamente piace alle ragazze, non è certo il vestito. Ancora oggi, e questo è un retaggio di quel periodo, mi compro quante cazzo di Timberland voglio. Ai tempi erano quattro stronzate a identificarti, adesso si sono diversificate in milioni di capi d’abbigliamento, milioni di status symbol che costano tutti, però i paninari ci sono ancora. Dentro lo siamo un po’ tutti. Io del paninaro ho ancora la parte del feticcio, del vestito, dello Zippo; allo stesso tempo è anche un riappropriarsi di certi simboli e fottere i bulli della vita. Quando dico nel pezzo “La principessa Disney sposa il vecchio punk”, non significa tanto non essere più lo sfigato della scuola ma più che altro aver fatto capire alla cheerleader che sei tu il leader”.

 

Insomma è la tua rivincita.

“La rivincita dei nerds” è uno dei miei film preferiti. Un altro film che mi ha spiegato come stanno le cose nella vita è Animal House, che chiaramente ti dice che bisogna scegliere fra due estremi. Io all’epoca vedevo gli altri miei coetanei che non litigavano coi genitori, che non avevano conflitti, andavano mediamente bene a scuola, avevano già la fidanzatina, insomma avevano già le loro cosine a posto. Io c’ho impiegato quarant’anni per mettere le mie cose a posto. Poi però quando sono andato a Milano per me è stata una bomba. A Milano erano tutti come me. Togliendomi da quel piccolo centro dove erano tutti perfettini, andando a Cologno Monzese, per me è stata una boccata d’aria. Io ho fatto i primi due anni di scuola all’omnicomprensivo di San Giuliano Milanese, quella era una scuola gigantesca, era impossibile tenere sotto controllo tutti, c’era gente che a venticinque anni era ancora alla scuola superiore e ti facevano brutto. Pensa al bullismo senza youtube, ai tempi raga era guerra (ride, ndr). Quando ero adolescente c’erano i tossici di eroina, c’erano i bulli a scuola, c’erano rapine, tu dovevi renderti invisibile in mezzo a tutte queste cose, riuscire a sgattaiolare. Io mica ero uno che sapeva averci a che fare con ste cose, tentavo di rendermi invisibile come in tutte le storie dei nerd che avete letto. Tutte cose che comunque poi ti segnano. Grazie al cielo c’è stato questo perché altrimenti non saprei di che cazzo parlare nei dischi!”

 

Ce l’avevi il sogno americano quando eri piccolo?

“Noi sognavamo tutti l’America, non ci fossimo stati noi probabilmente non ci sarebbe stato il successo di molte americanate. Ce l’hanno venduta, ci hanno venduto una retorica, un’immagine dell’America che di fatto non c’è. La figata è che quando uno ci crede alle cose le rende vere. Lo dico infatti in un vecchio pezzo degli Articolo31: “Zero miracolo italiano, realizzato il sogno americano a Milano”. Il sogno americano non è fondamentale che esista o meno, o che sia mai esistito, è importante che sia tu a farlo esistere nella tua filosofia. Il sogno americano è un ideale, è come essere un patriota italiano”.

 

C’è stato un momento nella tua carriera in cui hai sentito il bisogno di staccarti dal personaggio ed essere solo Alessandro?

“Ormai ho lasciato cadere negli anni le varie differenze. Crescendo ho cominciato a parlare come Alessandro dentro i pezzi. Oggi sono la stessa persona, fuori, dentro. Dal momento che il modo in cui sono nella vita reale è diventato per qualche ragione mainstream, non ho più bisogno di farmi fotografare dal profilo migliore, al mio pubblico e al pubblico in generale non gliene fotte un cazzo, mi hanno preso per quello che sono, non ho bisogno di essere in posa, o di nascondere il fatto che mi faccio le canne, o nascondere il fatto che la penso in un certo modo. Mi hanno dato la licenza di essere quello che sono”.

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In alcuni casi però non si deve cercare di mostrare il proprio lato migliore, o comunque moderarsi sotto certi aspetti?

Più che altro durante alcune interviste, nelle apparizioni pubbliche, però nella musica sono tutta un’altra storia. Ti dirò che mi è successo con Maria Salvador, che non avevo previsto come singolo. Quando ho finito il disco tutti mi chiedevano di far uscire Maria Salvador e io lì mi sono censurato dicendo che non avrei voluto far sentire in radio che io mi faccio una canna davanti al finanziere per far vedere chi comanda nel quartiere. Questa non era una comunicazione che volevo fare alla gente che non compra i miei dischi. Alla gente che non compra i miei dischi invece volevo dire che la canna ha fatto passare l’ansia alla nonna. Quindi sono stato io a cambiare la versione, le radio volevano quella originale, non gliene fregava nulla. I fan invece non avevano capito, pensavano che fosse un mio modo per vendermi e invece non hanno capito che è stato un modo per prendermi la responsabilità di quello che ho detto o fatto. Ti dico la verità, a me fa impressione vedere questi bambini piccoli che cantano Maria Salvador, è stata una cosa che non avevo minimamente previsto, che è fuori completamente dal mio controllo. Spero che i genitori di questi bambini gli spieghino che alla fine del pezzo si dice “ogni vizio è una condanna”.