Alessandro Masserdotti, l’interdisciplinarità alla base dell’innovazione

Ci sono un ingegnere elettronico, un ingegnere informatico, un programmatore, un sociologo e uno psicologo. Sembra l’incipit della più classica delle barzellette, ma non è così. E’ l’esempio più lampante della cosiddetta interdisciplinarità, ovvero la commistione di professionalità differenti volte alla condivisione della conoscenza al fine di fare innovazione. Un processo realizzativo che negli anni sta trovando una sempre maggiore applicazione nell’ambito lavorativo, tanto da attirare l’attenzione di numerose aziende multinazionali.

 

Grazie alla segnalazione di Valeria Verdolini ho avuto modo di fare due chiacchiere con Alessandro Masserdotti, co-fondatore di dotdotdot e OpenDot, due realtà che hanno fatto di questa multidisciplinarietà la base su cui costruire un nuovo approccio lavorativo nel mondo della tecnologia e del design. A supportarli, una vera e propria community, capace di condividere con loro le conoscenze settoriali di ciascuno, al fine di giungere a una vera e propria innovazione del prodotto finale.

 

Ho incontrato Alessandro nel suo studio di Milano. Questa la nostra intervista.

 

Alessandro, se dovessi presentarti a chi non ti conosce cosa diresti?

“Una delle provocazioni che utilizzo maggiormente quando devo spiegare chi sono è che faccio giochi per adulti. Per farlo mi avvalgo del supporto di tante persone provenienti da ambiti lavorativi più o meno vicini al mio. Senza di loro non sarei nessuno. L’aspetto che forse mi caratterizza di più, come avrai capito, è questa forte interdisciplinarità, che si rispecchia anche nelle realtà lavorative in cui opero. Il mio è un costante confronto con progettisti, designer, architetti, specialisti della comunicazione, informatici e tanto altro. Se proprio dovessi trovare una definizione, ti direi che sono un interaction designer”.

 

Cos’è l’interaction design?

“E’ una materia relativamente nuova. Si è cominciato a parlare di interaction design a partire dal mouse: quell’elemento fisico che permetteva di interagire in maniera più naturale con i computer, dei veri e propri mostri da linee di codice. Per questo motivo hanno inventato un device fisico, un software con un’interfaccia grafica e un modo nuovo per gestire i file e tutto quello che succede all’interno di un computer. E’ un ambito che ha molte sfaccettature: offre un servizio all’utente, come nel caso del mouse, sostituisce un’interazione ”uno a molti” del testo scritto nel caso dell’informazione e punta a offrire un’esperienza più interattiva. E’ un ambito che più di altri ha bisogno d’interdisciplinarità. Qualsiasi progettista deve tenere conto sempre di due aspetti secondo me: uno è quello di dover rispondere a una necessità, l’altra, che secondo me è la più importante di tutte, è il fatto di avere delle responsabilità nel modificare il comportamento delle persone. Pensando di rispondere a un bisogno, si finisce con il modificare un comportamento. Prendiamo l’esempio di un nuovo piano urbano di una città che sta crescendo: devi riformulare il modo in cui le persone si muovono, ma riformulando il modo in cui queste si muovono stai andando a modificare i loro comportamenti. Diventi di fatto una persona che forgia da un certo punto di vista il comportamento umano. Sono aspetti che mi hanno sempre molto affascinato. E’ il motivo per cui dalla filosofia mi sono spostato in questo ambito”.

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Che percorso formativo hai avuto?

“Io ho iniziato a giocare con l’informatica fin da bambino. Mio fratello maggiore era un grande appassionato di videogame. Io ho imparato a programmare i primi videogiochi con il Commodore 64. Credo che il linguaggio di programmazione oggi sia fondamentale: alle elementari dovrebbero insegnare, oltre all’inglese, anche phyton o qualche altro linguaggio di programmazione. Un nativo digitale è tale se ha qualcuno che lo aiuta a prendere coscienza di ciò che accade dietro a uno strumento che utilizziamo tutti i giorni come il computer. Conoscere l’algoritmo (o come è scritto) è fondamentale. Dopo il liceo ho deciso di studiare filosofia perchè mi sembrava la cosa più interessante, anche se forse era quella che capivo meno. Per formazione personale ho deciso di studiarla all’università, ma alla fine non ho mai abbandonato la passione per l’aspetto tecnologico e informatico. Oggi, circondarmi delle persone che lavorano con me mi ha permesso di unire l’ambito progettuale con quello tecnologico. La maggior parte dei progetti che realizziamo hanno una componente tecnologica molto importante. E’ un ambito molto affascinante che ti aiuta a ragionare a 360 gradi”.

 

Una caratteristica molto forte del tuo gruppo di lavoro è la multidisciplinarietà. Credi che sia un aspetto fondamentale nel mercato del lavoro di oggi?

“Dipende dal lavoro che fai. Ci sono lavori che ancora oggi possono essere fatti in totale solitudine e autonomia. Secondo me le cose più interessanti sono quelle che provengono dalla contaminazione e dal coinvolgimento di più persone. Penso che sia fondamentale coinvolgere persone con background differenti. Un esempio che faccio comunemente, soprattutto se lavori in un ambito innovativo, è che è molto difficile che l’innovazione provenga da un tecnico, ma è molto più probabile che provenga da uno che non è tecnico ma che lavora con tecnici. In questo senso l’interdisciplinarità, la formazione continua e anche interazione con diverse figure professionali in maniera continuativa diventano tratti fondamentali per una buona realizzazione. Per fare innovazione è indispensabile la predisposizione all’ascolto di chi ha un’altra visione della cosa”.

 

Da (e con) queste caratteristiche è nato, nel 2004, dotdotdot. Ci spieghi di cosa si tratta?

“Noi 4 fondatori e altre persone abbiamo cominciato a collaborare circa 6/7 anni prima, quando eravamo ancora all’università, organizzando feste danzanti, che all’epoca venivano chiamate rave party. Mentre qualcuno iniziava le prime esperienza lavorative, qualcuno era all’università e qualcuno la stava finendo, abbiamo cominciato a organizzare feste danzanti, happening artistici e incontri che duravano anche intere settimane. Ne abbiamo diversi e con un buon turnover di artisti. Tutti nel circuito indipendente dei centri sociali. Ci piaceva divertirci e prenderci cura di tutti gli aspetti del progetto: dall’organizzazione al coinvolgimento di altre figure professionali, dall’allestimento alla comunicazione. Quindi, a un certo punto, più o meno intorno ai 28 anni, abbiamo deciso di provare a farlo anche per conto terzi e non solo per divertirci. La cosa curiosa è che noi fino ad allora non avevamo nemmeno scelto un nome. Avevamo un logo, che era quello dell’obbligo per l’utilizzo degli occhiali”. Non ci eravamo mai preoccupati di fare self branding e di promuoverci. Proprio per questo motivo ci abbiamo messo mesi a trovare un nome. Poi, quando è stato il momento di consegnare il primo progetto, tra i tanti nomi in ballo, abbiamo deciso di non sceglierne nemmeno uno, finendo con il chiamarci “…” (in inglese dotdotdot). La prima volta che ci siamo trovati a dover dire a un cliente perchè ci chiamavamo così, non volendo dare l’impressione di non essere in grado di scegliere (quando da quel momento in poi dovevamo scegliere per lui), abbiamo risposto che era legato al fatto che realizzando prodotti interattivi, per noi la fine di un progetto coincideva con l’utilizzo da parte dell’utente. I puntini di sospensione sono diventati da simbolo di totale incertezza a simbolo della fine della realizzazione dei nostri progetti”.

 

Di cosa vi occupate?

“Siamo un gruppo di progettisti dove vige una forte multidisciplinarietà. Realizziamo progetti creando interfacce o modi di interagire con lo spazio, gli oggetti e i prodotti nel modo più semplice e intuitivo possibile. Il 90% delle volte utilizzando la tecnologia, che è il media attraverso cui noi realizziamo oggetti o progetti. Uno dei lavori di cui vado più fiero è la realizzazione del Museo per la Fondazione Archivio dei Diari, una fondazione di Pieve Santo Stefano (Arezzo). E’ una fondazione meravigliosa che raccoglie i diari degli italiani dal 1985 ad oggi. Ne hanno più di 7mila. Li archiviano, li digitalizzano e li rendono disponibili alla consultazione. E’ molto conosciuta da registi, storici e ricercatori. Loro volevano costruire un museo per rendere il loro progetto visibile e fruibile a tutti, non solo per chi avesse un particolare fine lavorativo. Ci hanno chiesto se volevamo realizzare questo museo per loro. Come spesso ci capita, siamo andati sul luogo più di una volta per conoscere da vicino questa realtà. E’ un museo in progress: ad oggi sono state realizzate due installazioni e ora ne stiamo realizzando una terza. Abbiamo creato il primo archivio, che di fatto è una grossa libreria piena di cassetti. Ognuno contenente un diario. Quello che n’è venuto fuori è un prodotto dinamico: l’interazione familiare dell’aprire un cassetto per far scattare un evento informativo-digitale, la voce di un attore che racconta la storia, i fogli del diario che cadono dentro al cassetto. Il tutto arricchito dalla bella metafora della casualità: l’archivio è strutturato in ordine alfabetico, quindi storie molto diverse tra loro potevano essere una accanto all’altra (come il diario del fascista vicino a quello partigiano o i diari di due amanti epistolari estremamente lontani). Abbiamo lavorato su un’interazione delle storie, in modo che di notte i diari potessero muoversi e comunicare tra loro”.

 

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Nel 2014, dieci anni dopo, è nata l’esperienza formativa di OpenDot. Di cosa si tratta?

“Una delle sue caratteristiche fondamentali di Opendot è la formazione basata sul concetto della condivisione del sapere. E’ un fablab, un luogo fisico che funziona esattamente come una web-community. Ci abbiamo messo un pò di tempo per decidere di aprirlo, ma alla fine l’abbiamo fatto. Fin da subito abbiamo iniziato a mischiare l’ambito progettuale e quello elettronico, al fine di seguire un tipo di approccio molto aperto, opensource. Quello che io conosco di programmazione, per il 99% l’ho imparato dalle community, il primo luogo dove è richiesta una condivisione della conoscenza. Fin da subito abbiamo cercato di prendere questa logica. Siamo riusciti a seguire progetti molto grossi e spesso grazie all’aiuto di professionisti provenienti da ambiti molto diversi. Nella community hai una diretta percezione delle competenze e della disponibilità di una persona. La cosa “strana” della web-community è che io delle persone con cui mi interfaccio spesso non conosco né l’aspetto nè il loro vero nome, ma solo il loro nickname. Questo forse ti aiuta a conoscerle meglio come persone, in quanto devi fare affidamento in toto sul loro aspetto professionale e umano. Noi con Opendot per il 50% facciamo ricerca e per l’altro 50% facciamo progetti. Ovviamente uno le due cose sono strettamente legate”.