Frate Alessandro, la storia del tenore francescano

“Le persone mi chiedono sempre “Cosa vuoi fare? Vuoi andare avanti o fermarti?”. Io rispondo che non lo so. Fino a che Dio lo vorrà io continuerò. Il mio unico desiderio è vedere le persone felici. Quello che conta non è fare per forza quello che ci piace, ciò che importa è rendere e vedere le persone felici”. Questo è Frate Alessandro, perugino trentasettenne, membro dell’Ordine dei Frati Minori, che ha trovato nella musica una compagna e un mezzo per trasmettere “la voce di Dio”. Primo frate nella storia ad aver firmato un contratto con una major discografica, questo ragazzo porta dentro di sé allo stesso tempo una storia di passione sfrenata per la musica e un percorso di ricerca del sé e della fede fuori dall’ordinario.

Grazie alla segnalazione del suo grande amico Giuseppe Bruno Eightabbiamo avuto modo di conoscerlo. Approfittando di un suo concerto a Milano ho avuto modo di incontrarlo durante un’uggiosa mattina milanese. Arrivato col suo saio e il suo amichevole accento umbro, abbiamo trovato un bar dove sederci. Una volta seduti ho avuto modo di conoscere la sua incredibile storia fatta di musica, passione, difficoltà e fede.  frate00

Partiamo subito con una domanda impegnativa. Cos’è la musica per te?

“Be’ sicuramente è una domanda molto profonda perché la musica nel corso degli anni ha cambiato identità nella mia vita. Dal principio è stata una grande compagna di viaggio, poi è stata il mio idolo, è stata l’unico punto di fuga che ho avuto nel periodo più critico della mia vita, quando sono caduto nella filosofia. Ero arrivato a un idealismo esasperato…a Hegel gli pagavo il biglietto del treno (ride, ndr). Ero arrivato a credere che tutto il mondo fosse creazione del mio pensiero. Però la musica sfuggiva da questa cosa, l’arte in generale aveva qualcosa di diverso, oltre l’umano, che non riuscivo a comprendere in questa filosofia. Poi invece quando ho incontrato Gesù le cose sono cambiate notevolmente. Ti dirò che per un periodo la musica era quasi diventata una nemica per me, perché è così vicina a Dio che rischi di confonderla con lui. Poi cinque anni fa ho avuto l’idea chiara riguardo la musica: per me il canto e la musica erano diventati il suono della voce di Dio, un’esperienza spirituale profondissima”.

 

Come ti sei avvicinato alla musica e allo studio della musica nello specifico?

“Io ho sempre avuto grande attrazione e anche attitudine per la musica. Da bambino prendevo delle scatole, i fustoni dell’olio e con dei pezzi di legno facevo la batteria. Ero affascinato da tutto quello che produceva suono. Ascoltavo molti dischi e rimasi colpito in particolare da Bach e Micheal Jackson, che diventarono i miei punti di riferimento. Quando avevo nove anni i miei genitori, vedendo la mia passione, mi mandarono da un maestro di musica vicino a casa nostra. Iniziai a fare solfeggio, cosa noiosissima per un bambino di nove anni. A quattordici anni entrai in un istituto musicale magistrale e lì iniziai a studiare molte materie musicali. L’anno successivo invece decisi di entrare al Conservatorio a studiare organo e composizione organistica. Quello fu l’anno in cui abbandonai la fede. Mi sono accorto che dietro c’era una ricerca, non capivo e volevo capire”.

 

E’ interessante però che le persone ti abbiano conosciuto per la voce…

“E’ strano perché il canto è l’ultima cosa che è entrata nella mia vita a livello musicale e adesso è anche quella predominante. Io sono entrato al Conservatorio a studiare canto quando già ero studente di organo e composizione. Non avevo voce però c’era bisogno di riempire le classi di canto. Ho fatto l’esame e sono finito ottavo in graduatoria su dieci, con voto sei. Insomma sono entrato proprio al pelo. I primi anni non andarono molto bene. Nel frattempo erano due anni ormai che mi ero convertito e avevo ricevuto la vocazione, il Signore mi aveva chiamato a seguirlo. Quindi a diciannove anni iniziai il cammino per entrare in convento. Lasciai il corso di organo per avere più tempo da dedicare alla preghiera e portai avanti solo canto, anche se non avevo un minimo di passione. Ho portato avanti canto finché, a ventuno anni, il mio direttore spirituale mi ha dato il via libera per entrare in convento. Insomma dovevo ottenere il diploma il prima possibile. Ricordo che era gennaio del 1999, cantavo un’aria “Tu mancavi a tormentarmi crudelissima speranza e con dolce rimembranza vuoi di nuovo avvelenarmi”…diceva tutto di quello che stavo vivendo. La cantavo malissimo, non avevo la voce. La mia insegnante non voleva presentarmi all’esame. Allora cominciai ad allenare tantissimo la respirazione, correvo e cantavo lungo le colline del mio paese. Così mi sono fatto il fiato. Un giorno di aprile stavo cantando un’aria del Mefistofele di Boito “Giunto sul passo estremo”. Al momento dell’acuto, canto questa nota e la mia insegnante si blocca e mi fa: “E’ perfetta. Ti è uscita la voce lirica!”. E’ stato solo per poter entrare in convento che ho fatto questo miglioramento, quindi posso dire che la voce è stata frutto della vocazione”.

 

In che modo è entrata la fede nella tua vita?

“Parlavo prima del mio idealismo sfrenato. Quando tu pensi che tutto intorno a te sia frutto del tuo pensiero, persone comprese, sei completamente solo. E’ tristissimo. Io ero pronto a fare tutte le esperienze della vita. Dovevo provare di tutto perché era l’unico modo per conoscere me stesso. Sono andato vicinissimo a delle esperienze che mi avrebbero devastato completamente. L’ultima esperienza che rimaneva era la morte. Una volta che hai capito che i tuoi sensi parlano solo del tuo “Io”, l’unico modo per superare questo gradino e conoscere qualcosa di più è la morte. Ero pronto a suicidarmi. Non per disperazione ma per conoscenza. Era terribile. Era una forma di follia la mia, perché la filosofia spinta a un radicalismo di questo tipo ti porta alla pazzia. A quel punto è subentrata la tristezza. Ero abituato ad andare a camminare in mezzo ai boschi del mio paese, lì mi ritiravo a riflettere. Mi stendevo nei prati, guardavo la natura, sentivo i profumi del bosco. Mi ricordo che un giorno ho fatto questa preghiera a Dio: “Se veramente esisti, dammi un segno della tua presenza”. In quel momento si è presentato Gesù, ed è stato sconvolgente”.

frate01

Quando dici “Ho incontrato Gesù” cosa intendi esattamente? Quanto ti ha cambiato quell’esperienza?

E’ stata un’esperienza mistica. Se Gesù si incarnasse qui ora e venisse a salutarmi direi che sarebbe molto meno reale di quello che ho vissuto. Ero in un’altra dimensione. Io dico di essere stato alle porte del paradiso. Ero rapito in un’altra dimensione dove Gesù era reale e dove il mondo intorno a me ha assunto un altro colore. Ero al centro di un amore eterno e infinito, è stato come risvegliarsi da un incubo. Dopo quell’esperienza sono cambiato da così a così. Questo era successo verso maggio del 1995. Sono andato avanti fino a che ho desiderato vivere solo per Dio”.

 

Come mai hai scelto proprio i Frati Minori?

“Pochi mesi dopo quell’esperienza, verso gennaio del 1996, mi capitò di vedere un film su San Francesco. Fu fulminante e mi dissi: “Voglio vivere come lui”.

Ne parlai con Amedeo, un mio amico che era in classe con me. A noi piaceva andare in giro per monasteri e chiese e lui andava spesso a Santa Maria degli Angeli; insomma ha cominciato portarmi lì e ho avuto modo di conoscere un po’ i frati. Poi a diciannove anni, quando si trattava di dover finire la scuola, dovevo decidere cosa avrei voluto fare dopo la maturità; ero indeciso tra filosofia, psicologia o teologia. Poi alla fine ho detto: “Devo tagliare la testa al toro, sono tre anni che penso di volermi fare frate. O questa fantasia se ne va, oppure si realizza”. Insomma andai a parlare con un frate e questo mi disse: “Vediamo se è veramente vocazione o se stai solo cercando di fuggire”. Mi mise alla prova e dopo due anni di cammino sono entrato in convento”.