Jack & Lo Smilzo, due facebookers on the road

All’apparenza possono sembrare agli antipodi. Uno alto, moro e fisico asciutto; l’altro più basso, biondo e palestrato. Ad accomunarli, però, oltre ad una fraterna amicizia, c’è la passione di voler raccontare attraverso i propri video le vicende quotidiane di un’intera generazione: la loro. Stiamo parlando di Jack & Lo Smilzo, all’anagrafe Giacomo Sapienza e Antonio Nicholas Ricci, due ragazzi torinesi di 26 anni che hanno trovato nei social network, in particolare in Facebook, uno dei canali in cui indirizzare tutta la loro straripante creatività.

 

Grazie alla segnalazione di Cristofer Stuppiello, fondatore dell’impresa di produzione video Magari Too, ho avuto modo di fare due chiacchiere con loro su Skype. L’intesa e la simpatia contagiosa che contraddistingue Giacomo e Antonio, che nell’intervista chiameremo giustamente Jack e Lo Smilzo, ha fatto il resto. Questa la nostra chiacchierata.

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Sul web tutti vi conoscono come Jack & lo Smilzo, ma nella vita di tutti i giorni chi sono Giacomo e Antonio?

Jack: “Una cosa che abbiamo sempre cercato di fare è quella di mantenere, nei nostri video, un’identità coerente con quello che siamo nella vita di tutti i giorni. Abbiamo cercato di usare il web come specchio di noi stessi. Noi alla fine siamo quello che si vede nei nostri video. Il che non è sempre una cosa positiva, anzi. L’idea di girare video è nata dalla voglia di dire davanti a una telecamera quello che ci dicevamo tutti i sabato sera. Volevamo condividere il nostro modo di pensare cercando di dare uno spaccato della nostra generazione, offrendo la nostra chiave di lettura. Io non sono uno a cui piace mettere in evidenza ciò che ci distingue dagli altri. Sarò qualunquista, ma mi piace trovare quei lati che ci accomunano. Mi piace trovare quello che si reitera quotidianamente nella vita di tutte le persone. E’ proprio questo ciò che cerchiamo di portare sul web, la consapevolezza che quello che accade a noi è esattamente quello che accade a tanti altri ragazzi della nostra età. Io nella vita faccio il produttore musicale. Oggi la musica è il mio lavoro. Invece come hobby studio Scienze Politiche (ride, ndr)”.

 

Smilzo: “Io, invece, sono esattamente come traspare dai nostri video: non so fare una minchia. No, scherzo. Faccio il fisioterapista e nella vita metto a posto le persone, tra cui Jack, che non fa sport, fa la guerra! Sono diventato il massaggiatore ufficiale di tutta la nostra compagnia di amici. Con Jack, invece, realizziamo i video che carichiamo su Facebook, in cui cerchiamo di far trasparire la vita della nostra generazione”.

 

Quali sono i vostri interessi e le vostre passioni?

Smilzo: “La nostra grande passione è lo sport. Noi ci ammazziamo letteralmente di sport. Io se non faccio attività fisica per un giorno mi sento un fallito cronico. Appena ho un momento mi metto le scarpe da corsa, le cuffiette e vado a correre”.

 

Jack: “Le mia passioni più grandi, invece, sono la musica, i film e le serie tv. Per queste ultime, tra l’altro, ho una teoria tutta mia: hai presente il tipico salotto dell’800? Con il pianista che suona e i borghesi che parlano dei libri letti? Ecco, le serie tv sono i libri del XXI secolo. Sono quello di cui parli con qualcuno quando non sai cosa dire. Io la vedo così. Poi io sono un secchione, amo leggere e studiare. Una volta a settimana mi prendo del tempo per me stesso e vado al cinema da solo. Un’altra nostra grande passione è viaggiare. Un piacere che abbiamo scoperto a 18 anni, quando abbiamo fatto un interrail per mezza Europa. Durante il percorso ci siamo accorti che non ce ne fregava un cazzo di vedere le città: a noi piaceva solo viaggiare. Abbiamo fatto 12mila chilometri in un mese girando mezzo continente e passando un giorno in una città diversa. L’anno dopo abbiamo fatto l’altra metà che ci mancava”.

 

Smilzo: “Cerchiamo di essere sempre in movimento. La nostra passione più grande è avere una passione. Siamo terrorizzati da una vita noiosa e per questo cerchiamo di fare ogni cosa”.

 

Cercate di trasporre questa filosofia anche sul web? Il risultato finale è marginale rispetto a quello che provate mentre realizzate i vostri progetti?

Jack: “In parte sì. Se ci fai caso sul web abbiamo fatto ogni cosa: dagli esperimenti sociali ai video virali passando per le parodie. La trasposizione del nostro modo di essere sul web sta un po’ lì: nel non fermarsi mai e cercare di essere qualsiasi cosa. Focalizzandoci troppo su un determinato aspetto della vita ce ne perderemmo altrettanti molto interessanti. E’ la costante ricerca di qualcosa di meglio che ci muove, come nel libro Due di Due di Andrea De Carlo”.

 

Credete che l’approccio al mondo del web debba avvenire con uno scopo preciso?

Jack: “Assolutamente sì. Pensa che il nostro primo obiettivo, che forse poi si è un po’ perso nel tempo, era quello di scriverci un libro. Abbiamo trascritto tutti i nostri post dal 2008 a oggi, annotando di come cambiava il nostro modo di rivolgerci al pubblico. Il tutto si può dire che è nato come un grande esperimento sociologico. La sociologia è una mia grande passione e ho cercato di trasmettere anche ad Antonio questo approccio empirico. All’inizio, per farti un esempio, facevamo video vestiti da Iene, in cui andavamo in giro a far fare cose alla gente per vedere fino a che punto si sarebbe spinta vedendo una persona vestita così. Lo sfondo sociologico è sempre stato una costante”.

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Come vi siete conosciuti?

Jack: “I nostri genitori si conoscevano da prima che nascessimo, ma la leggenda narra di una partita di calcio all’età di 8 anni a Ulzio, sopra Torino. Poi ci siamo persi di vista fino ai 14 anni, quando abbiamo iniziato il liceo insieme. Da lì in poi non ci siamo più lasciati”.

 

Perché avete scelto Facebook e non Youtube per caricare i vostri video?

Jack: “Inizialmente Youtube era la piattaforma perfetta per quello che volevamo fare noi. Aveva la monetizzazione, quindi si poteva guadagnare anche qualcosa grazie alle visualizzazioni. Abbiamo iniziato aprendo un canale lì. Ai tempi Facebook non prevedeva ancora che si potessero caricare video. Un giorno, poi, quando è stato possibile, abbiamo provato a metterne uno sul profilo di Antonio (inizialmente lo usavamo per caricare lì i nostri contenuti) e ci siamo accorti che le possibilità di avere una buona viralità crescevano esponenzialmente. Anche molto più di Youtube. Poi ovviamente la crescita di Facebook, che ha scelto di diventare anche una piattaforma di sharing di filmati, l’ha fatta diventare la piattaforma perfetta per noi. Youtube, invece, ha regole diverse: serve coltivare un pubblico per esempio e il video può avere caratteristiche diverse. Insomma, ci siamo accorti con il tempo che a noi Youtube interessava marginalmente”.

 

Smilzo: “Ogni social network ha delle regole precise. Serve conoscerle bene tutte per poter sfruttare i suoi vantaggi al 100%. Noi ci siamo concentrati su Facebook, cominciando a studiarne le dinamiche. Buttarsi su Youtube voleva dire entrare in un mondo diverso, per cui non eravamo preparati”.

 

Jack: “Anche nel mondo musicale è così: quando entri in una grande etichetta, ti chiedono come sei messo sui social. In genere quello che conta di più è Facebook, poi Instagram e infine Twitter. Se ti approcci a un social senza conoscerlo poi fai la fine di quei 70enni che usano Facebook e ti scrivono in bacheca “grazie per l’amicizia”. No, non si fa! Ecco io, per esempio, quando uso Snapchat mi sento così: come un 70enne su Facebook”.

 

Credete che sia un obbligo morale per chi ha un certo seguito sui social veicolare un messaggio sociale?

Jack: “Assolutamente sì. Per me quando disponi di un grande pubblico è un tuo preciso dovere riuscire a dare uno spunto di riflessione interessante. Non si può fare sempre e solo roba che tiri sul web, altrimenti si finisce per diventare delle prostitute 2.0. Alla lunga è una condizione che potrebbe finire con l’intrappolarti. Non è questione di prendere una posizione, è questione di un ragionamento che deve essere alimentato da chi ha la fortuna di avere un seguito. Chi viene definito un opinion leader ha il preciso dovere di cercare di dare uno spunto positivo. Se hai voce in capitolo e diffondi un messaggio negativo sei una testa di cazzo che, piuttosto, farebbe bene a non schierarsi e a stare zitto. Generare odio e paura, come ci insegnano i recenti fatti di cronaca, ci stanno facendo vivere in un mondo in bianco e nero come Pleasantville. Io, come tanti altri, per esprimere al meglio la mia creatività ho bisogno di sentirmi libero. Ho bisogno di vivere in un mondo a colori”.

 

Parliamo di musica, la grande passione di Jack. Che rapporto hai con il tuo lavoro?

Jack: “E’ una passione che non so contestualizzare. So che mi ha fatto cominciare proprio Antonio, che poi ha smesso. Quando avevamo 15/16 anni stavamo andando a Firenze e lui aveva questa chitarra che gli aveva regalato la sua ragazza. Ha suonato Smoke on the water per tutto il tempo. Alla fine ho provato a suonarla anche io, scoprendo di non essere minimamente portato. Dopo un po’, però, questa passione mi ha preso l’anima. Forse inizialmente è nata come canale di espressione, come qualcosa che mi consentisse di buttare fuori tutto quello che avevo dentro. Ora, dopo dieci anni, posso dire che la musica, oltre ad essere una passione, è il mio lavoro. Sono andato via di casa abbastanza presto. Mio padre mi diceva di lasciar perdere con la musica, che non ero il figlio dei Beatles. Alla fine, invece, ce l’ho fatta. Non mi ha aiutato nessuno eppure oggi vivo di questo. Per me la dedizione e il sacrificio fanno tutto. Non credo nel talento innato. Per me è sopravvalutato. Per anni ho fatto musica anche 10 ore al giorno: la notte mentre lavoravo e di giorno mentre studiavo. Alla fine ci sono riuscito, pur non avendo nessun talento in particolare, te lo assicuro. Mi sono applicato e con costanza ci sono riuscito. Come diceva Steve Jobs: “Bisogna unire i puntini”, a un certo punto qualcosa torna. Guarda Shade: è da quando ha 15 anni che gira l’Italia facendo battaglie di freestyle e a 25 anni ha vinto MTV Spit. La perseveranza, la costanza e il metodo premiano molto più del talento secondo me. Poi chissà, forse è proprio questo il talento: crederci sempre. In questi ultimi anni ho avviato questo rapporto con la musica che è diventato sempre più un rapporto come direttore artistico, che è quello che faccio con Shade. Insieme a un altro ragazzo (Daniele Giuggia, ndr) nel 2013 ho creato Drops To Zero. Oggi, tra le tante cose che abbiamo fatto, abbiamo prodotto proprio il disco di Shade, Clownstrofobia, che racconta la paura di rimanere intrappolato nella parte di chi è obbligato a far ridere. Come il freestyler appunto”.

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Cosa sono le TDC, di cui fa parte anche Antonio?

Smilzo: “Le TDC (Teste De Cazzo, ndr) è il nostro collettivo, la nostra famiglia. Quello che troviamo tutti i giorni qui in studio, dove ognuno tira fuori la propria forma artistica”.

 

Jack: “E’ una sorta di contenitore di 9 personaggi (Shade, Blue Virus, jack & Lo Smilzo, Drops To Zero, Rew, Dipa, Sfolla e Jeremiah Payson). Tutti hanno il proprio ruolo, il proprio lavoro. Ognuno in studio porta il proprio contributo e il proprio apporto a livello artistico”.