Marco Messina, arrivare a ballare alla Scala di Milano

Da Dirty Dancing a Billy Elliot, sono numerosi i film che ci hanno raccontato storie attinenti al mondo della danza e, anche attraverso la visione di essi, ci siamo potuti fare un’idea di quello che è il percorso, la passione, le emozioni e il lavoro di ballerini professionisti e non. Una realtà che trova la sua espressione, in Italia, in luoghi come il Teatro Alla Scala di Milano, senza dubbio uno dei più prestigiosi palcoscenici su cui esibirsi e obiettivo di molti tra coloro che svolgono questa attività.

A danzare sul palco di questo teatro vi è anche Marco Messina, ballerino della compagnia della Scala con già molti anni di esperienza alle spalle e balletti portati in scena in tutto il mondo.
Grazie alla segnalazione di Simona Atzori ci siamo messi in contatto con Marco e abbiamo avuto una interessante chiacchierata su Skype per parlare della sua storia e, più in generale, della situazione in cui verte la danza in Italia.

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foto Pablo Peron

Ciao Marco, ci racconti il tuo percorso di crescita artistica? Da dove hai iniziato e cosa fai oggi?
“Mi sono avvicinato alla danza abbastanza tardi rispetto all’età in cui solitamente si inizia. A 16 anni infatti ho deciso di mollare gli studi all’alberghiero per dedicarmi a quella che sentivo dentro come una mia grande passione. In realtà non sapevo assolutamente nulla della realtà che poi avrei vissuto, anche perchè io, ai tempi, facevo ballo hip hop e funky e quindi ancor meno conoscevo la danza classica, che è invece quella di cui mi occupo ora. E’ stata ovviamente una scelta rischiosa perchè si trattava di buttarsi in un mondo incerto e ignoto ma, fortunatamente, ho avuto anche il sostegno dei miei genitori che, dopo un’iniziale shock, mi hanno motivato e permesso di fare quello che desideravo. Sai, se me lo avessero impedito, non riesco nemmeno a immaginare cosa avrei potuto fare o quale sarebbe stato il mio lavoro. Ho iniziato quindi con lezioni private al Centro Danza di Venaria e, anche grazie alla mia insegnante, mi sono convinto a tentare di entrare alla scuola del Teatro Nuovo di Torino. Mi hanno preso e così è incominciato il percorso vero e proprio che mi ha portato ad essere, ora, ballerino alla Scala di Milano, dove lavoro da diversi anni”.

 

Cosa ti ha spinto a scegliere la danza?
“Senz’altro, come ti dicevo, sentivo di avere il ballo nel sangue e di voler seguire questa mia passione. In più erano gli anni in cui in televisione si iniziavano a vedere i primi grandi corpi di ballo o i primi reality che avessero a che fare con il mondo della danza. Il mio desiderio era anche quello di potermi esprimere in quel modo, quel mondo televisivo mi affascinava e in effetti è stato anche un po’ grazie a questo che mi sono buttato in questa scelta. Poi la danza classica è arrivata in un secondo momento, anzi inizialmente l’idea di mettere una calzamaglia e dedicarmi a quel tipo di studi non mi affascinava totalmente. La mia insegnante di allora mi ha convinto a tentare e quando ho fatto il primo provino hanno valutato più che altro le mie doti fisiche e le potenzialità; da studiare c’era tanto e in più avrei dovuto recuperare gli anni persi, data l’età relativamente tarda in cui ho iniziato, ma è andata bene”.

 

Quindi, in parte, è stata anche la visione di alcuni programmi televisivi ad avvicinarti. Cosa ne pensi dei Talent Show che hanno a che fare con il mondo della danza? Mi viene in mente un programma come “Amici”.
“Sì, credo che qualsiasi programma o reality che tratti la danza possa potenzialmente essere da stimolo per chi vuole dedicarsi a questa attività. Ci sono aspetti o dinamiche che non condivido, perchè a volte si dà la priorità alla spettacolarizzazione dei sentimenti o allo show piuttosto che all’aspetto artistico ma, di certo, possono essere modi alternativi per avvicinare sia dei potenziali talenti sia un pubblico nuovo. Il livello medio, soprattutto negli ultimi anni, credo si sia alzato e la qualità artistica comincia a diventare buona. Ovviamente non è detto che sia il più bravo a vincere un determinato talent in quanto, come ti accennavo, entrano in gioco degli ingranaggi che non hanno a che fare necessariamente con il talento”.

 

I momenti di maggiore difficoltà nel tuo percorso? Hai avuto degli ostacoli che ti hanno fatto pensare di mollare?
“No, non ho mai pensato di rinunciare o di mollare. Ci sono stati senza dubbio dei momenti difficili ma devo dire che, prevalentemente, riguardavano il mio stato d’animo e il mio mondo interiore Sia i miei insegnanti che i miei genitori mi hanno sempre dato la spinta.
Quello che ho avuto difficoltà a superare è stato qualche momento di sconforto, dovuto anche al fatto che mi sentissi a volte in difetto; recuperare gli anni persi a causa dell’età è stato molto faticoso e difficoltoso.
Una delle prime porte in faccia l’ho presa quando, poco prima di iniziare la scuola del Teatro Nuovo di Torino, ho tentato di entrare nel corpo di ballo di Buona Domenica. Mi dissero che ero bravo e che potevo essere idoneo ma che, per una questione contrattuale, non avrei potuto partecipare alla trasmissione in quanto ero ancora minorenne. Ovviamente è stata una botta molto forte ma poi devo dire che, fortunatamente, già dall’anno dopo le cose sono andate meglio; ho avuto il mio primo contratto nella compagnia della scuola in cui studiavo”.

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foto Sergio Tuccio

Ti ricordi la prima esibizione? E la più emozionante?
“Devo dirti che la mia prima vera esibizione al momento non ricordo esattamente quale sia stata; di certo ricordo l’agitazione e la tensione. Il primo confronto con il pubblico mi spaventava, in più io non avevo mai fatto chissà quanti saggi, quindi si trattava del primo impatto con gli spettatori.
Per quanto riguarda le esperienze più emozionanti, me ne vengono in mente diverse. Sicuramente quando ho ballato dopo Roberto Bolle, in un balletto sullo stile contemporaneo, che è tra l’altro quello per il quale mi sento più portato; poi tante altri momenti, come quando mi sono esibito in televisione insieme a Simona Atzori; un’esperienza molto diversa dal solito ma decisamente bella”.

 

Come sei arrivato alla compagnia del teatro Alla Scala di Milano? Qual è la realtà che hai trovato?
“Sono entrato alla Scala quando, dopo 5 anni passati al Teatro Nuovo di Torino, il direttore del Teatro di Milano mi vide durante un’esibizione e mi propose di fare un’audizione.
Quando vieni preso sei un ballerino aggiunto del corpo di ballo e per i primi tre anni, ogni anno, devi fare un provino per prendere parte agli spettacoli ufficiali; poi puoi tentare, attraverso un concorso, di diventare ballerino stabile e avere un contratto a tempo indeterminato.
Devi faticare e lavorare molto, soprattutto per metterti in mostra e dimostrare le tue qualità; il tempo per fare dell’altro è pochissimo perchè gli orari sono molto impegnativi.
Io, come molti, ho fatto la mia gavetta e, soprattutto agli inizi, è capitato di non partecipare a tutti gli spettacoli della compagnia ma piano piano, con molta umiltà e, ci tengo a dirlo, senza l’aiuto di nessuno, sono riuscito a esprimermi e ad avere anche dei ruoli da solista o da primo ballerino”.