Olga Campofreda, la vita oltremanica di una cacciatrice di storie

Ventinove anni tra qualche giorno, un amore viscerale per la scherma e un debole per la grammatica italiana. E’ il profilo di Olga Campofreda, giovane italiana originaria di Caserta, che oggi vive a Londra, dove frequenta un dottorato di ricerca in lettere italiane e insegna scherma a un gruppo di adolescenti francesi in una palestra di South Kensington.

 

Lei, come tanti altri ragazzi della sua generazione, non ama definirsi un cervello in fuga, quanto piuttosto una persona in grado di individuare una realtà, l’Inghilterra appunto, dove inseguire il proprio sogno.

 

Grazie alla segnalazione di Samuele Maffizzoli, ho avuto modo di conoscerla e parlare con lei su Skype. Quello che n’è venuto fuori è una piacevole chiacchierata sugli interessi, le motivazioni e i progetti futuri di una ragazza determinata, capace di fare della sua passione una professione. Questa la nostra intervista.

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Olga, sei giornalista, scrittrice, schermitrice, insegnante d’italiano. Tu come ti descriveresti a chi non ti conosce?

“Io sono una cacciatrice di storie. Amo la gente e amo interagire con le persone. Sono curiosa. Mi piace fare domande, informarmi, infilarmi nelle vite delle altre persone per ricavarne la storia. Questo mi accade come insegnante, come giornalista e come allenatrice. Il filo rosso che collega queste attività è la pedagogia, il modo di approcciarmi alle esperienze altrui in modo discreto e con grande empatia. Oggi vivo a Londra, dove svolgo un dottorato e insegno italiano agli adulti all’Istituto di cultura e scherma ai ragazzini in una palestra. Sono due modalità di approccio differenti: con gli adulti ti rapporti alla pari, con gli adolescenti invece è più complicato: devi rassicurarli, devi entrare nelle loro fragilità, devi dimenticare te stesso e le tue ambizioni per andare invece a stimolare le loro. Sono due lavori bellissimi e gratificanti”.

 

Quali sono i tuoi interessi e le tue passioni?

“Sono una grande appassionata di storie di pirati. Questo è un tratto fondamentale della mia vita: storie di viaggi e di pirati. Mi ha portato a prendere scelte molto azzardate nel corso degli anni. Amo L’isola del tesoro di Stevenson. E’ uno dei primi libri che ho letto. Quando due anni fa mi si è presentata l’occasione di andare a Plymouth, nel Devon, nel sud dell’Inghilterra ho visto che quello che mi si stagliava di fronte era un posto piratesco: sul mare, famoso per i pirati di Cornovaglia che hanno una tradizione secolare in quella zona. Ho accettato il lavoro. Sono stata lì sei mesi a insegnare scherma in un college. Ho accettato perché mi sentivo parte di una tradizione e di una cultura che amavo. Razionalmente non aveva senso andare lì. Chi lascerebbe Londra? È stata colpa della mia attitudine che spesso mi dice di mettermi sempre in gioco e crearmi degli ostacoli anche quando non ci sono. Colpa dei pirati (ride, ndr). La mia passione più grande, quindi, come avrai capito è la letteratura. Mi piace molto anche la musica, in particolare il Rock and Roll e il Rock psichedelico degli anni ’60. Amo trovare dei locali dove andare a ballare. Mi piacciono, anche, i film che ho già visto, quelli con belle colonne sonore in particolare. Perché quelli già visti? Li trovo confortanti. E’ rassicurante vedere storie che già sai come vanno a finire. Così puoi concentrarti davvero sul film, senza farti prendere dalla suspance del finale”.

 

Quale genere di Letteratura ti interessa?

“Sto facendo un dottorato in letteratura italiana, quindi sto leggendo tutti libri che mi servono per la mia ricerca. Sto lavorando sul romanzo di formazione. Sono molto interessata ai libri che parlano di giovinezza, del passaggio da questa all’età adulta e l’analisi di questo percorso. Al momento sto leggendo Agostino di Moravia e la domanda che mi torna continuamente riguarda l’esistenza di un possibile Giovane Holden italiano. Come la giovinezza in un Paese e in un continente vecchio come l’Europa può essere interpretata rispetto a un continente giovane come l’America? La mia lettura del finale di un’opera come quella di Salinger, mi convince che la giovinezza sia eterna. Diventa un modo di essere più che una fase della vita. Con la mia ricerca sto cercando di vedere se in Italia esista un corrispettivo. Agostino mi sembra ancora un po’ disorientato sinceramente”.

 

Il Giovane Holden e l’eterna giovinezza. Ma non è che hai paura di invecchiare?

“No, paura no. Ti racconto questa cosa. Io vengo da una famiglia molto numerosa. Le domeniche a tavola sono sempre state particolarmente affollate. Quando avevo 7/8 anni c’era questa mia cugina molto bella, di nome Anna, che quando compì 18 anni cominciò a portare a casa i suoi fidanzati. Noi lo chiamavamo il fidanzato da tavolo. Era l’unica tra le cugine alla quale era concesso portare il ragazzo a casa. Aveva 18 anni, ma a me sembrava grandissima. Tra me e me pensavo: “quando avrò 18 anni sarà permesso anche a me sedermi al tavolo dei grandi e portare il mio fidanzato da tavolo”. Desideravo una vita da adulta. Poi ho fatto 18 anni e ho cominciato a notare che restavo sempre al tavolo dei piccoli. Questo è il simbolo della mia continua rincorsa alla vita adulta. Riesco a mascherarla col portare sempre i tacchi. Il loro rumore quando cammino mi fa sentire adulta. Se non li indosso mi sembra di avere 16 anni. Non ho paura di invecchiare: io ho voglia di invecchiare. Ecco perché festeggerò i miei 29 anni tra qualche giorno. Mi piace l’idea del tempo che passa, perché rappresenta una cosa nuova”.

 

Cosa vuol dire oggi voler fare la scrittrice?

“Mi prendi in un momento abbastanza delicato. Non scrivo moltissimo. O meglio, scrivo molto, ma essere scrittore, in Italia, vuol dire scrivere romanzi o storie inventate. Comunque finzione. Io credo che ci siano talmente tante storie intorno a noi, belle, interessanti e assurde che mi sentirei una traditrice a inventarne delle nuove. Voglio isolare delle storie belle, assurde, e raccontarle in un modo che sia facilmente trasmissibile. Vorrei creare questo grande archivio di storie vere che altrimenti andrebbero perdute nella vita quotidiana. In questo momento della mia vita mi sto appassionando molto alle storie di tutta questa gente che arriva a Londra con un sogno e che, piano piano, nella rat race (la lotta alla sopravvivenza quotidiana) perdono la passione che li aveva trascinati fino a qui. Non affondano, ma restano a galla. Io sono una di loro. Tutti ci siamo dentro. Londra ha ritmi così frenetici, così intensi che a un certo punto il tempo scorre e tu, che volevi fare il fotografo, l’attore, il cantante o lo scrittore, ti accorgi di non aver dedicato il giusto tempo al tuo desiderio. Questa è una cosa che mi interessa tanto: la sopravvivenza di questi sogni. Sto cercando le storie giuste, sto intervistando un po’ di persone. Le regole della mia scrittura in questo momento sono: Rubare e conservare”.

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In un tuo racconto spieghi le difficoltà del convincere gli altri che scrivere può essere un mestiere. Quanto c’è di autobiografico?

“Inizialmente pensavo che dire di essere una scrittrice suonasse come una parolaccia. Dovevano essere gli altri a dirlo di me. Poi ho capito che non doveva essere così. Uno è quello che fa. Io scrivo ogni giorno: perché non devo dire di essere una scrittrice? Poi ci sono le altre interpretazioni, per esempio “sei quello che ti fa guadagnare”. Dobbiamo essere noi i primi a dire di noi stessi quello che siamo e quello che ci sentiamo di essere. Dobbiamo dare noi la chiave agli altri per interpretarci, altrimenti saremo sempre interpretati secondo i loro punti di vista ed è frustrante. E’ una visione un po’ ridicola. Mi piace vivere in questo mondo un po’ goffo e paradossale, in cui devo sempre lottare contro la generazione precedente, in particolare quella dei miei genitori, che mi volevano medico e sposata a 25 anni. Siamo noi che decidiamo cosa essere. E’ difficile essere uno scrittore e campare di quello. E’ fantastico per chi ci riesce. Oggi, con tutta la serenità del mondo, ti dico che sei uno scrittore se ciò che scrivi ti fa guadagnare e sei uno scrittore se scrivi ogni giorno. Qual è la differenza? Solo il conto in banca”.

 

Cosa consiglieresti a un giovane che si avvicina al mondo della scrittura?

“Di parlare tantissimo con le persone, di divertirsi e cacciarsi in situazioni paradossali, perché poi gli verrà automaticamente voglia di raccontarle. L’approccio con la materia prima dev’essere questo: sporcarsi la vita. Non starsene in casa. Bisogna mettersi in gioco, vedere posti, incontrare persone”.

 

Cosa ti ha spinto in Inghilterra?

“Il dottorato (ride, ndr). Io ho sempre amato l’Inghilterra: i Beatles e il punk inglese. Londra per me è sempre stata un’isola felice alla quale ho guardato con desiderio e ammirazione. Ho attraversato un momento difficile in Italia: ho provato a propormi per vari dottorati nelle Università italiane ma purtroppo o per fortuna non sono andati. Ero talmente triste in quel periodo che passavo le mattinate a mandare curriculum e a passeggiare su Google Street View. Sono stata ad Acapulco, Dubai, New York. Passeggiavo e dicevo a me stessa di non voler stare qui. Dovevo fare qualcosa per cambiare. Mi sono sentita come nella prima pagina di Moby Dick, quando a un certo punto Ismaele dice che è quando si comincia a seguire i cortei funebri e si avverte la presenza di una certa malinconia che è giunto il momento di mettersi in mare. L’ho preso alla lettera e ho mandato una proposta di dottorato di ricerca a Londra, alla UCL. Mi sono trasferita qui dopo 2/3 mesi come visiting student. Ho fatto tre mesi di corsi di letteratura. In questo periodo, mentre aspettavo tutti i documenti per fare l’application definitiva, sono andata in questa palestra di scherma dell’università presso cui avevo fatto domanda. Non facevo scherma da 4/5 anni. Mi sono rimessa in pedana ed è risalita tutta la voglia di rimettersi in gioco. E’ stato un pomeriggio incredibile. Duelli all’ultimo sangue da cui sono uscita vincitrice e con diverse proposte di lavoro. Ho iniziato a fare l’insegnante di scherma e mi si è aperto un mondo. In Italia avevo praticato la scherma, collezionando un terzo posto alle Nazionali, qualche allenamento con gli Azzurrini e una serie di vittorie in campionati regionali e interregionali. Ma qui è stato diverso. Ho cambiato il modo di approcciarmi. Quei 4 anni di lontananza mi hanno fatto capire che la scherma è il mio mondo. Adesso insegno in una palestra di un club di francesi a South Kensington, Escrime Academy. Seguo i ragazzi. Per ognuno la lezione è diversa. E’ come un confessionale. Mi raccontano di loro e io elaboro delle strategie in pedana diverse a seconda dell’indole di ciascuno. Mi diverto a motivare i più timidi e a calmare quelli più aggressivi. Qui in Inghilterra è tutto molto più professionalizzato e professionalizzante”.