Simone Pappalardo, tra didattica musicale e paesaggi sonori

Il termine musica “elettronica” è spesso travisato o utilizzato erroneamente e molti nemmeno saprebbero spiegare quanto l’elettronica abbia influenzato la musica negli ultimi anni. Oramai la sua diffusione è enorme, e la sua fruizione varia nei mezzi e nei luoghi, ma cosa vuol dire veramente “creare” e produrre musica elettronica? Non basta premere il tasto play per essere un dj o un performer, nonostante chi non conosce questa realtà potrebbe commettere l’errore di pensarlo. La scena della musica elettronica è invece complessa e varia, caratterizzata da molte sfumature, realtà diverse e figure che portano il loro contributo con percorsi originali e idee creative nuove. Tra queste troviamo sicuramente Simone Pappalardo, ingegnere del suono, insegnante e artista, con cui ho avuto modo di parlare su Skype grazie alla segnalazione di Maurizio Giuca. Con lui abbiamo viaggiato nel mondo della musica elettronica, spaziando tra la didattica, le performance live e l’autocostruzione di strumenti musicali con materiale di scarto.

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Simone, di cosa ti occupi e come ti sei avvicinato alla tua professione?

“Principalmente sono due le attività che seguo: la prima riguarda la didattica al conservatorio, l’altra invece è legata più all’aspetto creativo, mi riferisco in particolare a installazioni sonore e concerti. In più per le mie performance costruisco io stesso molti degli strumenti musicali che utilizzo; alcuni sono quasi delle sculture perché mi piace anche modellarli e delinearli nella forma e nell’aspetto estetico. Ad avvicinarmi a questo tipo di realtà, forse, è stato in primis il teatro, in particolare il teatro sperimentale; mi sono ritrovato ad esempio a collaborare con dei danzatori e a utilizzare strumenti o macchine per il teatro stesso. Sono entrato poi in Conservatorio a Roma, studiando musica elettronica e ho quindi avuto modo di approfondire ulteriormente il discorso legato alla costruzione di strumenti musicali e all’utilizzo di apparecchiature per la produzione musicale”.

 

Come costruisci i tuoi strumenti musicali e che tipologie di materiali utilizzi?

“In realtà mi capita di avere un’ispirazione più tecnica e una più creativa. Dal punto di vista tecnico mi capita di lavorare con dei circuiti e di avere il desiderio di mettere mano a tali circuiti così da sperimentare e sintetizzare nuovi suoni. L’ispirazione dettata della creatività è legata invece al semplice desiderio di voler riprodurre o ascoltare un determinato suono e cerco, di conseguenza, di pensare a forme e mezzi per arrivare a tale risultato. Utilizzo molto materiali poveri, come possono essere quelli riciclati; mi piace pensare che questi oggetti possano diventare qualcosa di diverso, che possano acquisire una vita nuova”.

 

Quanto è diffusa l’attività di costruzione di strumenti musicali artigianali fatti su misura pe se stessi?

“Sai, costruire uno strumento musicale è un’attività personale, perché in qualche modo ti racconta e ti rappresenta. Credo che, in realtà, esista una tendenza a trovare il proprio suono, a sperimentare e creare qualcosa di nuovo da proporre anche durante concerti o performance. Ovviamente poi dipende anche dal mercato, dalla reazione del pubblico. Non sempre a volte viene compreso quello che si propone, soprattutto quando ci si rivolge a un orecchio meno allenato. Io la vedo un po’ come per la poesia; difficilmente attira il grande pubblico o spesso non viene capita da tutti, però è necessaria, e se non ci fosse se ne sentirebbe la mancanza. Ecco, questo vale anche per il discorso della sperimentazione nel campo della musica elettronica. Non tutti la digeriscono o la capiscono però è necessaria appunto per sviluppare e innovare il campo artistico”.

 

 Se dovessi definire la tua musica, come la descriveresti?

“In realtà spero che non sia spiegabile, o meglio, che non debba essere io a definirla ma sia la musica stessa a farsi capire. Nel momento stesso in cui dovessi trovarmi a spiegare un’opera, si tratterebbe di una sorta di fallimento perché metterebbe in luce un’incapacità di comunicare quello che si vuole attraverso l’arte stessa. Poi credo anche che, nonostante si possa parlare di una musica più “complessa” o più “sperimentale” appunto, si debba cercare di ascoltarla senza ragionare in termini di suddivisione in generi o categorie radiofoniche, bisogna lasciarsi trasportare. Così facendo saremmo facilitati nell’apprezzarla durante l’ascolto, senza dovere catalogare a tutti i costi quello che si sente.

Io ho lavorato spesso con i bambini e i bambini stessi hanno un’incredibile capacità di lasciarsi trasportare, di immaginare immagini, colori e situazioni legate alla musica che stanno ascoltando”.

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La musica elettronica, nelle sue diverse declinazioni, è oramai anche un fenomeno di massa e ha raggiunto una diffusione notevole. Secondo te tale diffusione ha favorito quella che è invece la sperimentazione e un’attenta ricerca sonora? Oppure si tende a seguire la moda e riproporre quello che già funziona e che un mercato mainstream può richiedere?

“Diciamo che questi sono anni un po’ particolari, considera anche le possibilità e i mezzi che tutti possono avere per produrre un pezzo con poche attrezzature e a costi ridotti. Negli anni ’50 un oscillatore era un lusso che poteva permettersi quasi solo la grande stazione radio o pochi altri, ora con un computer da 300 euro puoi utilizzare infiniti oscillatori. Io questo allargamento nelle possibilità di produzione e anche di fruizione di musica elettronica non lo posso vedere negativamente. Io faccio il docente e gli studenti stessi si sono avvicinati a questa realtà anche grazie ai nuovi mezzi, magari soltanto appassionandosi a quello che sentono in un club o in radio e poi cercando di approfondirne la conoscenza e lo studio. Non ci vedo quindi un rischio o un aspetto negativo in tutto ciò, soprattutto se hai consapevolezza di quello che utilizzi e non sei passivo di fronte a un macchinario, a un hardware o a un software ma, invece, ne sei padrone e sai quello che stai creando”.