Asnada, l’integrazione passa per lo studio della lingua

Negli ultimi mesi il tema dell’immigrazione, clandestina o meno, è stato uno dei più inflazionati. Complice un’ondata migratoria senza precedenti, le prime pagine dei principali quotidiani nazionali e i maggiori siti d’informazione hanno diviso l’opinione pubblica, accendendo un vero e proprio dibattito attorno alle soluzioni da adottare per far fronte a quella che sta diventando sempre più un’emergenza di carattere mondiale. A dividere maggiormente i cittadini sono state le dinamiche legate al delicato tema dell’integrazione, termine di cui, in più di una circostanza, si è abusato per trovare giustificazione di atti ignobili che con la cultura e l’essere umano non hanno nulla a che vedere.

 

Come fare quindi per permettere a uno straniero di integrarsi al meglio nel tessuto sociale che lo accoglie? Abbiamo provato a farcelo spiegare da Sara Honegger e Margherita Giorgio, rispettivamente presidente e coordinatrice di Asnada, associazione che promuove attività di formazione educativa e di intervento sociale attraverso laboratori espressivo-manuali.

 

“E’ indubbio che molte più persone rispetto al passato desiderino o siano costrette oggi ad arrivare in Europa o, più in generale, nel mondo occidentale. Ma è anche vero che la dimensione emergenziale, con cui peraltro la migrazione viene trattata ormai da molti anni, sia frutto di scelte. A una conferenza un amico ci faceva notare come tutti i rifugiati politici presenti in Italia basterebbero per riempire uno stadio come San Siro. E’ un’immagine molto efficace, che aiuta a riacciuffare un po’ di buon senso. Certo, diversa è la percezione che se ne ha, ma questo dipende in gran parte dal lavoro, davvero poco accurato e approfondito, dei media, che tendono sempre più a procedere secondo schemi di bianco e nero, partecipando alla costruzione di nemici assoluti, secondo lo stile tipico della politica estera statunitense. L’altra cosa che mi sembra importante dire è che l’integrazione è un percorso a doppio senso: non è un percorso che devono fare solo le persone straniere. E’ un percorso che chiama in causa tutti, anche noi italiani che non ci siamo mai mossi di casa” ci tiene a sottolineare Sara.

 

Grazie alla segnalazione fatta da Gina Bruno, abbiamo incontrato sia lei che Margherita alle porte di Milano, in uno spazio dell’ex ospedale psichiatrico Paolo Pini, dove settimanalmente portano avanti le attività della scuola e i progetti a essa correlati. Questa la nostra intervista.

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Cosa vuol dire essere straniero e arrivare in una città come Milano?

Sara: “Arrivare qui per la prima volta vuol dire non conoscere nessuno, spesso non parlare la lingua, non avere un passato qui e quindi fare fatica a immaginarsi un futuro. Capita di sentirsi abbandonati alle proprie forze e alle proprie capacità, ma può anche capitare, se sei un richiedente asilo e per mesi ti viene impedito di lavorare, di cucinare, di essere attivo in qualche modo, di diventare gioco forza un assistito”.

 

Margherita: “ Vuol dire anche fare fatica a costruirsi una familiarità, inteso come affetti, come dinamiche relazionali sociali (gli spazi che si abitano, quello che si mangia, ecc.) e come luogo”.

 

Quali difficoltà hanno le persone che entrano in contatto con voi?

Sara: “Non vorrei cominciare dalle difficoltà. Il lavoro che cerchiamo di fare qui è quello di partire da quello che le persone sanno fare: le lingue che parlano, i mestieri che hanno imparato, gli studi che hanno alle spalle, le capacità e il coraggio che hanno consentito loro di fare viaggi impensabili. Cerchiamo di lavorare sul positivo piuttosto che sul negativo, perché lavorare sulla lingua significa lavorare su aspetti costruttivi della persona. Ci capita anche di seguire alcune persone in difficoltà specifiche, ma non è quello il centro del nostro lavoro. Le difficoltà che hanno le persone che arrivano qui sono sempre le stesse e se alcune sono specifiche dell’essere stranieri, come la difficoltà della lingua, la mancanza della famiglia e il desiderio di ricomporla, la ricerca dei documenti, altre sono identiche alle nostre: trovare un lavoro, cercare di stare bene in salute, avere una casa. Spesso riscontriamo anche la difficoltà di essere visti come persone. Si viene visti sempre solo come stranieri. Oltre al velo e al il colore della pelle, ci sono tanti marcatori di identità che ti segnano e si fa fatica a farsi vedere e conoscere al di là di questa maschera. Dopo un po’ impari a conviverci, ma questo continua a limitare molto le tue possibilità di esprimerti come persona. E’ una cosa su cui bisognerebbe lavorare molto”.

 

Margherita: “ C’è una sfiducia generale nei loro confronti, da parte delle persone con cui si confrontano”.

 

Le persone che si rivolgono a voi da dove vengono?

Sara: “Vengono da tutto il Mondo. Una grande percentuale viene dall’Egitto e dall’Africa sub-sahariana occidentale (Senegal, Gambia, Costa d’Avorio, Mali), qualcuno dall’America Latina, dallo Sri Lanka. Ora abbiamo anche uno statunitense. Due anni fa sono arrivati persino due spagnoli ed erano più in difficoltà di altri, nonostante il passaporto valido in tutta Europa. Nella nostra storia abbiamo lavorato anche con 29 nazionalità in contemporanea. Un panorama socio-culturale vastissimo”.

 

Com’è nato il progetto?

Sara: “Asnada è nata da un mio desiderio e dall’incontro con Marco Carsetti, fondatore di Asinitas a Roma, l’associazione sorella da cui noi veniamo. Il loro modo di lavorare mi è sembrato da un punto di vista sociale molto efficace. Da un punto di vista personale, era un progetto che rispondeva a tanti pezzi della mia formazione e della mia vita che, in questo modo, avevano la possibilità di essere coniugati in un’unica attività. Quindi abbiamo iniziato a lavorare insieme per portare le pratiche qui a Milano. In seguito il progetto è cresciuto e abbiamo iniziato ad avvalerci della collaborazione di tante persone, tra cui Margherita, che è arrivata 4 anni fa ormai. Siamo sempre state un gruppo femminile. Con il reclutamento di diverse personalità abbiamo acquistato vari punti di vista che ci sono serviti molto. L’obiettivo era quello di costituire una scuola dove la lingua fosse ricostruita insieme, a partire dall’esperienza e dai significati che ognuno voleva dare alla propria vita qui e adesso. Non una lingua che si apprendesse con un libro di testo, ma che si basasse e si costruisse sulle esperienze che si fanno qui insieme. Una lingua che risponde alle storie di ognuno”.

 

Voi, prima di questo progetto, che percorso avete fatto?

Margherita: “Io avevo lavorato nell’ambito di alcuni servizi rivolti agli stranieri, sia come insegnante di minori stranieri nelle scuole del territorio, sia come volontaria all’interno del Naga – Har, centro diurno rivolto a richiedenti asilo e rifugiati. Qui, oltre ad esserci una parte dedicata all’accoglienza, c’era una scuola di italiano e altri ambienti, più o meno strutturati, dove le persone potevano semplicemente passare il tempo. Non dimentichiamoci che molte persone che sono arrivate qui da poco dormono in luoghi dove durante il giorno non è possibile stare. Ci occupavamo anche di fare attività di sportello, con tutta la sfera di orientamento ai servizi, supporto legale, traduzione e interpretariato. Dopo questo periodo ho avuto il desiderio di rendere questa esperienza la mia professione. Così ho scoperto Asinitas. Ho fatto un anno di formazione a Roma, poi sono tornata qui e ho incrociato Asnada, che nel frattempo aveva già un anno di vita”.

 

Sara: “Io, invece, vengo da esperienze tutte diverse. Sono stata giornalista fino qualche anno fa. A un certo punto della mia vita ho riscontrato un forte interesse letterario, che si è incrociato con un’esperienza nel mondo del sociale e del volontariato. Dopo una parentesi in una scuola della provincia milanese, in cui ho coltivato anche la mia passione per la pedagogia montessoriana, ho incontrato Marco Carsetti. Così tutti i miei interessi hanno finito per confluire in un unico progetto: Asnada”.

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Qual è l’obiettivo che vi ponete con Asnada?

Sara: “Cambiare il Mondo (ride, ndr). Con scarsissima ambizione vogliamo fare questo. Se scendiamo poi da questo obiettivo irraggiungibile e utopico, il nostro fine primario è quello di costruire contesti di incontro e di ascolto attraverso l’insegnamento della lingua. Fare della lingua, come dice sempre Margherita, un luogo di accoglienza. Proviamo a dimostrare che si può convivere e produrre pensiero nonostante le diversità. Anzi, facciamolo proprio grazie a queste. E’ impoverente stare tra simili. In modo più specifico, ci interessa dimostrare che si può fare scuola in modo diverso, costruendo una comunità, relazioni tra persone, dando spazio alle soggettività, a ciò che ognuno di noi è. Abbiamo anche un progetto per minori che si chiama Isola del Tesoro. E’ un’esperienza che è partita l’anno scorso e che diventa via via sempre più stabile. E’ un progetto di scuola molto bello e significativo, che coinvolge ragazzi adolescenti di differente provenienza giuridica e sociale: ci sono quelli che vengono chiamati minori non accompagnati (quelli che sono qui senza famiglia) ma anche ragazzi che sono arrivati per ricongiungersi con i genitori”.

 

Margherita: “ Ci piacerebbe fare in modo che questa varietà possa uscire dal cerchio più stretto della scuola, raggiungendo una collettività che ha un immaginario molto statico e limitato dell’immigrazione. Vorremmo che il lavoro fatto qui venisse portato fuori. Dare spazio a narrazioni e voci che spesso sono sopite o non hanno spazio. Come fate voi”.

 

Che rapporto si instaura con le persone con cui entrate in contatto?

Sara: “Noi siamo una scuola di lingua, non abbiamo una presa in carico delle persone da un punto di vista globale. Ci capita di mantenere i contatti con persone che, per motivi differenti, hanno instaurato con noi legami d’interesse che vanno al di là dell’anno di scuola. Capita che alcune persone tornino, ma non abbiamo come obiettivo e come funzione quella di accompagnare le persone in tutte le fasi della loro vita. Non è il nostro ruolo. Da un paio d’anni cerchiamo di instaurare rapporti con altre realtà, fungendo da ponte, in modo che la scuola, il primo cerchio, possa essere il punto di partenza verso percorsi che coinvolgono gli studenti in altre realtà. Un esempio è il Giardino degli Aromi. Non c’è un accompagnamento al di fuori. E’ una cosa che viene lasciata un po’ ai singoli. Cerchiamo, piuttosto, di sostenere le relazioni tra loro, in modo che anche quando la scuola non c’è (pur rimanendo un punto di appoggio e di riferimento per molte persone) resti questo legame di amicizia e di mutuo sostegno. Al di là della nostra presenza”.