Dario Dissette, i pirati di Sea Shepherd in difesa dei mari

Giugno 1975. A bordo di una nave di Greenpeace, partita per la prima campagna contro le baleniere dell’Unione Sovietica, si trova un giovane primo ufficiale. Il suo nome è Paul Watson. Nel corso della missione l’imbarcazione si imbatte in una baleniera sovietica intenta ad arpionare un gigantesco cetaceo. Neanche il tempo di pensare che Paul Watson e Robert Hunter, un altro membro dell’equipaggio, si lanciano in mare a bordo di uno Zodiac, un piccolo gommone, nel tentativo di frapporsi fra l’arpione e l’indifeso animale. A nulla vale l’eroico gesto. L’enorme cetaceo muore fra le onde sotto lo sguardo di Paul e Robert. Da quel momento Paul Watson deciderà di dedicare la sua vita alla difesa dei cetacei e di tutta la fauna marina. Nel 1977, infatti, lascia Greenpeace per fondare la sua organizzazione, che avrà come stemma un Jolly Rojer, il teschio dei pirati. Nasce Sea Shepherd.
Quasi quarant’anni dopo, la battaglia di quell’associazione non solo non si è ancora spenta, ma è più forte che mai visti i tanti pericoli che il nostro ambiente si trova ad affrontare quotidianamente. Grazie alla segnalazione di Simone Cutri, ho avuto l’occasione di farmi spiegare meglio questa realtà da Dario Dissette, membro e volontario di Sea Shepherd Italia. Via Skype ho avuto modo di farmi raccontare la sua esperienza diretta e le peculiarità di questa associazione di “eco-pirati”.

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In che cosa consiste Sea Shepherd?
“Sea Shepherd è un movimento che nasce nel 1977, fondato da Paul Watson, uno dei più grandi ambientalisti e difensori dell’ambiente che la storia possa vantare. Sea Shepherd è una realtà che si è ingrandita sempre di più, siamo presenti in tutto il mondo praticamente, ogni nazione ha la sua Sea Shepherd, con cui siamo in contatto e da cui si sviluppa il nostro obiettivo, che è la difesa, conservazione e protezione della fauna marina. Ci battiamo contro tutto quello che vorrebbe cancellare e distruggere in qualche modo questo splendido spettacolo che abbiamo nei nostri mari. Questo si riassume in una frase che Paul Watson ha detto: “Se gli oceani muoiono, moriamo anche noi”.

 

So che tu fai parte di Sea Shepherd Italia. Qual è il tuo ruolo all’interno dell’organizzazione?
“Sea Shepherd Italia, che nasce nel 2010, legalmente è una onlus, però sostanzialmente noi facciamo parte di questo movimento globale. Ogni nazione ha il suo organigramma all’interno del quale esistono un direttivo nazionale e i vari coordinamenti. Io sono il coordinatore della regione Piemonte e all’interno di Sea Shepherd Italia sono il P.R., questa cosa che sembra un po’ tamarra (ride, ndr), che in sostanza è colui che si occupa a livello nazionale di tutti gli eventi musicali e culturali legati a Sea Shepherd”.

 

Come ti sei avvicinato a questo movimento?
“Io ricordo una sera d’inverno del 2013, non riuscivo a prendere sonno e guardavo la tv. Ho girato su Rai5 e c’era un documentario, non capivo di cosa si trattasse all’inizio, si vedevano dei delfini. Ecco, quel documentario, che si chiama “The Cove”, non mi ha fatto dormire quella notte, sono stato davvero male.
E’ stato girato da Ric O’Barry; lui da giovane era stato l’addestratore di Flipper, il delfino dei telefilm. Tutto bene fino a quando un giorno questo delfino (bisogna spiegare che i delfini respirano volontariamente, è una scelta quella di respirare, non è un movimento involontario come il nostro) si è lasciato morire tra le sue braccia perché non ne poteva più di quella vita. Da quel momento la vita di Ric è cambiata. Ha iniziato a lottare contro la cattività dei delfini, fino ad arrivare a una località in Giappone, Taiji, che è il principale mercato dei delfini in cattività. Ogni anno, da settembre a marzo, questi pescatori escono in mare sulle rotte migratorie dei delfini fino a quando individuano i branchi, li spingono in una baia, la cosiddetta “Baia della morte”, dove alcuni vengono selezionati per la cattività, gli altri invece vengono uccisi. Lui ha girato questo documentario ed è stato il primo a mostrare al mondo cosa succede lì. Io quella notte, dopo aver visto quelle immagini, non ho chiuso occhio. Poco tempo dopo, durante un viaggio di piacere a Monaco di Baviera, mi sono imbattuto in uno stand con disegnato sopra questo teschio. Incuriosito mi sono avvicinato e quando i volontari mi hanno spiegato chi erano mi si è aperto il cuore. Una volta tornato in Italia ho fatto la domanda e dopo qualche mese sono entrato all’interno dell’organizzazione e poi tutto il resto è venuto da solo”.

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Hai mai preso parte a delle missioni in mare aperto?
“Pare incredibile (ride, ndr) ma l’anno scorso, esattamente il 12 ottobre, sarei dovuto partire per l’Australia e stare un mese su una nave di Sea Shepherd, ma la sfortuna ha voluto che mi rompessi un piede proprio quel giorno. Ovviamente è saltato tutto, però da lì è partita tutta un’altra storia. Dopo quell’incidente sono diventato responsabile degli eventi e diciamo che mi si è aperto un altro percorso. Ho però partecipato all’unica campagna italiana di Sea Shepherd, che è stata “Operazione Siracusa”, nella quale siamo stati in Sicilia a pattugliare un parco naturale, il parco del Plemmirio. E’ un posto meraviglioso dove la pesca di frodo era un’abitudine consolidata. Abbiamo avuto la possibilità di partecipare a questa operazione e abbiamo fermato tante azioni di pesca illegale. Con l’aiuto indispensabile della Guardia Costiera e della Guardia di Finanza il parco è tornato a essere un parco naturale. Le leggi ci sono, basta solo farle rispettare”.

 

Hai un ricordo particolare che ti porti dentro di quell’esperienza?
“Mi ricordo la sera in cui abbiamo fatto l’intervento più significativo. Era notte e ci trovavamo su alcuni scogli. Avevamo tre postazioni fisse a trenta metri sul mare, sopra questi scogli, visto che le attività di pesca di frodo avvengono spesso la notte. A un certo punto abbiamo visto questa imbarcazione arrivare nel buio totale e lasciare giù alcuni sommozzatori. Da lì è cominciato tutto l’iter per cercare di capire chi fossero, quindi abbiamo contattato le autorità. Sono stati fermati, è stata sequestrata la merce e non hanno pescato nulla. Quello è il ricordo più bello, mi ha ripagato di un anno e mezzo di lavoro con Sea Shepherd”.

 

L’azione di Sea Shepherd è sufficiente a contrastare queste attività illegali?
“Ovviamente le battaglie sono enormi e il tempo si stringe sempre di più. Magari non viene detto spesso ma siamo in una situazione gravissima all’interno dei nostri mari; c’è un sovrasfruttamento delle risorse ormai noto e dichiarato. Qualsiasi studioso potrebbe confermarti che a questi ritmi nel 2048 rischiamo di aver esaurito le risorse ittiche. Se l’azione di Sea Shepherd è sufficiente non te lo so dire al cento per cento. Ti so dire però che serve, se pensi ad esempio alle campagne più famose di Sea Shepherd, che sono quelle in Antartide contro le baleniere giapponesi, quelle per cui siamo stati anche protagonisti di programmi televisivi, in dieci anni sono state salvate 5.000 balene che sarebbero morte altrimenti. Forse la questione più importante è quella culturale. Sea Shepherd fa azione diretta e cerca di contrastare realmente quello che succede, però quello che deve cambiare è la cultura delle persone. Banalmente ti faccio un esempio: non andare più nei delfinari ridurrebbe sul lastrico la tratta dei delfini. Non si può pensare che un animale abituato a fare centinaia di chilometri al giorno possa vivere in una vasca e fare degli esercizi stupidi come fosse un clown. Non è un clown, ha diritto alla libertà come qualsiasi essere vivente. Dei piccoli passi si stanno facendo, certo è che è dura e a volte deprimente ma Sea Shepherd, per riprendere le parole del capitano Watson, è implacabile e non si ferma. Si andrà avanti fino a quando ce ne sarà bisogno”.