Gianni Merlo, il web journalism e il pericolo dei social network

Una vita passata sulle piste di atletica. Prima in corsia, dove da ragazzo eccelleva nei 400 metri, poi a bordopista, dove, taccuino alla mano, raccontava da vicino le emozioni e i personaggi di uno sport che in Italia, a cavallo tra gli Anni ’70 e ’80, ci ha visto tra i più forti al Mondo. Stiamo parlando di Gianni Merlo, all’anagrafe Giovanni, leggendaria penna del giornalismo sportivo italiano e firma storica de La Gazzetta dello Sport.

 

Come accade puntualmente dal 1972, il prossimo 5 agosto sarà a Rio de Janeiro per seguire la XXXI edizione dei Giochi olimpici. Una costanza e una passione che gli permetteranno di assistere alla 21esima Olimpiade della sua carriera e che lo rendono di fatto una delle voci più autorevoli dello sport internazionale.

 

Grazie alla segnalazione fatta da Christof Innerhofer al termine della sua intervista, ho avuto modo di fare due chiacchiere con lui sulla sua decennale esperienza nel campo giornalistico e sulla trasformazione che l’informazione ha subito in questi ultimi anni. Per farlo, mi ha invitato e accolto nel suo ufficio di Vigevano, dove oggi svolge il ruolo di Presidente dell’AIPS (Associazione Internazionale della Stampa Sportiva). Questa la nostra intervista.

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Oggi, a coronamento di una carriera giornalistica meravigliosa, è una delle firme più autorevoli della stampa sportiva italiana. Si ricorda quando ha capito di voler fare il giornalista?
“Ho capito di voler fare il giornalista intorno ai vent’anni. Prima il mio sogno era quello di fare l’architetto, poi, però, all’università ho fatto legge. All’inizio degli Anni ’70 per fare l’architetto non c’erano molte possibilità se non avevi già uno studio di famiglia. Così ho fatto 4 anni di giurisprudenza e intanto aiutavo mio padre con una rivista di atletica leggera. Allora lo aiutavo senza pensare di diventare giornalista. Poi, visto che scrivevo di atletica e giravo con lui per vedere le gare, ho cominciato ad appassionarmi alla scrittura. Fino a quando il 17 aprile 1971, all’Arena, un amico di mio padre, un giornalista de Il Giorno, che si chiamava Giulio Signori, un grande giornalista molto legato anche a Gianni Brera, ha deciso di prendermi con sè in macchina e di portarmi con lui a Helsinki, dove si disputavano i Campionati Europei di atletica. E’ stato l’anno in cui sono esplosi i talenti di Mennea e Fiasconaro. Dopo questo viaggio, una volta tornato, ho deciso di lasciare l’università. Mi mancava un solo esame, diritto civile. Andai a farlo e poi, anche se avevo già le idee chiare sulla tesi, abbandonai. A quel punto iniziai a fare il giornalista”.

 

Quali sono state le sue prime esperienze? Quali sono i suoi ricordi?
“Ho iniziato come collaboratore per Il Giorno. Nel 1972 ho fatto la mia prima Olimpiade come assistente telecronista della Televisione Svizzera Italiana e, nel frattempo, facevo il “ragazzo di bottega” in tribuna stampa per Gianni Brera. Ho cominciato così. Poi ho fatto l’assistente telecronista alla Rai, fino a quando, nel 1974, si è aperta una posizione per un giovane a La Gazzetta dello Sport. Io ero uno dei giovani sul mercato e mi hanno preso. La mia carriera è finita in Gazzetta come lavoro attivo in redazione nel 2010, adesso continuo a collaborare con loro. Diciamo che la mia vita è stata sempre Rosa”.

 

Oggi l’informazione è cambiata molto. Crede che questa digitalizzazione sia un vantaggio o uno svantaggio da un punto di vista qualitativo?
“Quando c’è un progresso o un’evoluzione del genere umano, non possiamo parlare di vantaggi e svantaggi. Diciamo che adesso sembra tutto più semplice rispetto a prima. Quando noi siamo cresciuti, fare il giornalista era ancora quella carriera dove vivevi in un mondo pittoresco, viaggiavi, ti inventavi la sopravvivenza. Allora, per esempio, andavi nell’est europeo e per telefonare da questa parte non era così facile. C’erano le cosiddette “rovesciate”, cioè le call & call: chiamavi il centralino e poi dovevi stare quattro ore in albergo ad aspettare che ti richiamassero. Se perdevi quella possibilità il servizio non lo mandavi. Il pezzo poi lo scrivevi a macchina o lo dettavi. Era tutto molto più complicato. Anche per quanto riguarda le fotografie: c’erano i fotografi che andavano molto spesso a sviluppare le fotografie negli unici posti con acqua corrente ed elettricità: ovvero i bagni. Era una vita completamente diversa. Era un’informazione certe volte accurata, altre volte meno. C’era molto più spazio per la fantasia. Era un po’ uno storytelling. Non c’era una televisione così aggressiva e c’era sempre una parte nascosta da raccontare. Oggi si cerca di far vedere tutto: dallo spogliatoio, alla doccia, fino a quando vai a casa e baci tua moglie. Allora c’era la possibilità di raccontare la realtà, regalando al lettore una fantasia maggiore. Oggi purtroppo il web sta uccidendo l’approfondimento culturale. Però fa parte del futuro e non possiamo farne a meno. Io non dirò mai “si stava meglio quando si stava peggio”, io dirò “adesso siamo in una nuova evoluzione e dobbiamo cercare di adattarci per vivere bene con queste nuove soluzioni”. Il giornalismo è cambiato. Prima il giornalista scriveva sulla macchina e aveva un rapporto personale con il tipografo, oggi questo non esiste più. Ormai si fa tutto sul computer. Noi eravamo costretti a disegnarci le pagine con la matita. Sviluppavamo una maggiore capacità di comprendere come poi dovevi fare il giornale. Oggi sta diventando tutto asettico. Ti presentano una pagina, devi fare tredici battute ed è finita lì. Nei corsi per giornalisti che facciamo in giro per il Mondo insegniamo a fare i video, a registrare gli audio, a essere operativi online, l’importanza della carta stampata e delle fotografie. Sono cinque lavori in uno. Un tempo erano cinque lavori diversi. Oggi un giornalista deve diventare un poligrafico, disegnando la sua pagina graficamente e mettendoci dentro il contenuto. A livello qualitativo si rischia molto”.

 

Passiamo ai Social Network. Lei li usa? Secondo lei sono una possibilità o una penalizzazione per l’informazione?
“In redazione erano tutti molto sorpresi perché io mi sono adeguato subito. E’ inutile che facciamo la guerra guardando il passato: io devo guardare al futuro. Anche se ormai non sono più verde, mi adeguo a quello che c’è. Se non sei sui social non sei in edicola? Sotto certi aspetti è vero, purtroppo i giornali non hanno ancora trovato la formula giusta. Con questa storia che tutto dev’essere gratis, tutti parlano tanto, ma alla gente come diamo da mangiare? Tutti fanno bei discorsi sulla libertà. Ci sono movimenti che nascono contro i giornali e perché? Per mandare tutto sulla rete, perché poi sulla rete tutti possono dire tutto. Facebook è uno strumento destabilizzante e anticulturale come ce ne sono pochi al Mondo. Ci sono un sacco di cose inventate e pericolose. E’ un posto dove la cultura non esiste più. Io lo uso anche per informarmi, è vero. Seguo alcuni amici giornalisti per vedere cosa seguono e per rendermi anche conto di un certo andamento. Evito di mettere cose mie, se non raramente”.

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Quali consigli si sente di dare a un ragazzo che oggi vuole fare il giornalista?
“Gli consiglierei di capire cosa significa fare il giornalista moderno. Ci sono dei problemi etici da imparare. Con l’AIPS sulla rete abbiamo creato un grande premio internazionale che si chiama Pearl Award. Ha vinto un giornalista, salvo poi scoprire che aveva fatto il copia e incolla di alcune cose. Questo dimostra la superficialità di un giornalista. Il primo invito che faccio a un giovane è quello di capire che tipo di giornalismo vuole fare. Nel ramo che scegli devi farti la cultura sufficiente per poter essere all’altezza. Non puoi pensare di fare il giornalista tuttologo, bisogna fare una scelta ben precisa. Poi bisogna studiare, approfondire, fare esperienza ed essere in grado di usare ogni tipo di strumento. Noi facciamo dei corsi per giornalisti organizzati in questo modo: andiamo su un grande avvenimento per due settimane. Portiamo 10 giornalisti da 10 paesi diversi. La lingua base è l’inglese. Con noi portiamo anche 2/3 mentors. I ragazzi seguono l’avvenimento e fanno una scuola sul campo. Il progetto sta dando ottimi risultati, perché molti di loro quando sono tornati ai loro giornali hanno fatto dei passi da gigante. La base, però, è sempre culturale: non sarai mai un buon giornalista se non hai una base culturale di livello. Prima parlavamo di Brera. Era un uomo di cultura. Studiava continuamente. Adesso il web ci sta portando via tanto tempo per studiare”.