Isola Pepe Verde, un giardino per coltivare nuove utopie

“Lei è all’orizzonte. Mi avvicino di due passi, lei si allontana di due passi. Cammino per dieci passi e l’orizzonte si sposta di dieci passi più in là. Per quanto io cammini, non la raggiungerò mai. A cosa serve l’utopia? Serve proprio a questo: a camminare”. In questa storia, proprio come ci suggerisce lo scrittore uruguaiano Eduardo Galeano, è stata un’utopia, un sogno o se preferite un ideale di vita, che ha spinto i protagonisti di questa vicenda a macinare chilometri. Sto parlano di alcuni abitanti del quartiere Isola di Milano, che insieme hanno dato vita a una realtà unica nel suo genere: Isola Pepe Verde, un giardino condiviso nato dall’operosità di alcuni abitanti che, sentendosi privati dei propri spazi comunitari all’interno del quartiere, in seguito agli stravolgimenti portati dal nuovo progetto urbanistico di Porta Nuova, hanno deciso di creare questo spazio comunitario e innovativo.
Passeggiando per questa zona mi era già capitato di imbattermi fugacemente in questo luogo; uno sguardo veloce all’interno, dove oltre un cancello in ferro battuto si può scorgere uno spazio verde con del mobilio organizzato sotto alcune tettoie, niente di più. Mai avrei potuto immaginare che dentro questo piccolo giardino potesse nascondersi una storia così grande.
Grazie alla segnalazione di Gina Bruno, ho avuto la possibilità di conoscere Mariette Schiltz e Bert Theis, coniugi e artisti originari del Lussemburgo, che hanno dato un forte contributo alla realizzazione di Pepe Verde. Ho avuto modo di raggiungerli, durante una bella mattinata soleggiata, all’interno del giardino per farmi spiegare i dettagli e le radici di questa realtà.

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Dove ci troviamo in questo momento?
Mariette: “Questo è il giardino di Isola Pepe Verde, siamo a Milano in Via Pepe al numero 10. Questo spazio è un ex deposito edile che è stato abbandonato per quasi vent’anni. Quando nel 2007 l’amministrazione comunale di allora aveva privatizzato i giardini tra via Confalonieri e via de Castillia, il quartiere Isola si è ritrovato senza neanche una panchina, non c’era più uno spazio dove incontrarsi. Quei giardini, con la Stecca degli artigiani in mezzo, erano un po’ la piazza del quartiere, erano il punto di ritrovo per gli abitanti della zona. Allora ci siamo guardati intorno per trovare un rimedio e abbiamo individuato questo luogo. Questo era l’unico spazio non edificato e abbiamo preso l’iniziativa chiedendo al comune di darcelo in gestione. In quel momento i giardini condivisi ancora non esistevano; noi, dopo tre anni di feste, raccolta firme e altro, siamo stati i primi a firmare una convenzione, che è stata poi rinnovata due volte dal comune. Adesso abbiamo firmato una nuova convenzione con validità di tre anni”.

 

Quando è cominciato tutto?
Bert: “E’ una storia molto lunga. Prima abbiamo cercato di difendere i vecchi giardini del quartiere, che erano in via Confalonieri, e lì abbiamo cominciato nel 2001. Abbiamo lavorato fino al 2007 per difendere i giardini e la Stecca degli artigiani, un edificio risalente agli inizi del ‘900. Quello spazio è stato tutto utilizzato per la costruzione di parcheggi sotterranei e per le torri di Boeri, chiamate il “Bosco Verticale“. Nel 2007, quando abbiamo perso questo terreno, una parte della gente del quartiere era delusa, perché era stata una battaglia lunga sei anni che di fatto non aveva portato il risultato sperato; un’altra parte di queste persone invece, legate ad alcune associazioni come Isola Art Center, di cui noi facciamo parte, hanno cominciato a pensare a un’alternativa. Qui a Isola Pepe Verde abbiamo cominciato nel 2010, però già in quel momento si erano aggiunte altre persone che non erano state attive durante la difesa dei vecchi giardini, convinte però della necessità di fare qualcosa per dare al quartiere un nuovo giardino. Sono stati tre anni di lavori intensi per avere lo spazio, però adesso siamo dentro da più di due anni”.

 

Come si inserisce la vecchia Stecca degli artigiani in questa storia?
Mariette: “Noi come Isola Art Center per cinque anni, fino al 2007, abbiamo occupato il secondo piano della Stecca e l’abbiamo dichiarato centro d’arte. In quel momento Milano non aveva uno spazio per l’arte sperimentale e ancora oggi non ce l’ha, quindi c’era un grosso interesse a Milano per questa realtà. La nostra idea sarebbe stata quella di tenere e ristrutturare quello spazio per farne un centro per l’arte e per il quartiere. Sarebbe stato un nuovo tipo di centro d’arte. Gli spazi per gli artisti non sarebbero stati separati da quelli adibiti al pubblico, gli artisti avrebbero invece potuto lavorare insieme agli abitanti”.

 

All’epoca gli organi di informazione avevano trattato le vostre rivendicazioni?
Bert: “In realtà nel momento chiave del confronto nel 2007 siamo stati esclusi dalla comunicazione dei giornali; mentre prima alcuni giornali, come ad esempio Repubblica, sembravano entusiasti della nostra realtà, col passaggio di Stefano Boeri da sostenitore della Stecca ad architetto ufficiale di Hines è cambiato tutto. Non ci hanno più né intervistato né dato la parola. Tutta la stampa era a favore di quello che stava succedendo, non doveva più esserci una voce fuori dal coro. Il comitato di quartiere era perso perché non poteva più esprimersi, questo è stato drammatico”.

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Quali sono stati secondo voi gli effetti del progetto Porta Nuova sul quartiere Isola?
Bert: “Noi all’inizio non avevamo compreso molto bene il progetto di Porta Nuova, ma di fatto è un progetto di gentrificazione. All’inizio abbiamo visto le volumetrie ma non sapevamo cosa ci sarebbe stato dentro, invece all’interno adesso si trovano solo appartamenti di lusso e uffici di standard alto (ad esempio Google). Questa cosa ha un impatto molto forte sul vecchio quartiere, che è storicamente popolare. Ogni piccola bottega di artigiani che chiude fa posto a un ristorante o un bar in funzione degli impiegati che lavorano qui adesso. Una parte dei vecchi abitanti se n’è già andata e altri ancora se ne andranno”.

 

Perché avete sentito la necessità di creare uno spazio come Pepe Verde?
Bert: “In questo quartiere sono rimaste delle persone povere che non possono andare ogni fine settimana al mare o in montagna, allora uno spazio come questo diventa molto importante, perché qui puoi venire, stare nel verde, rilassarti, puoi coltivare delle cose, puoi organizzare la festa di tuo figlio perché magari a casa non hai abbastanza spazio. E’ una necessità sociale per il quartiere. La nostra è una realtà in evoluzione. Il comune ci ha vietato di fare lavori strutturali, non possiamo scavare, proprio perché questo spazio è ancora edificabile nei piani. Noi siamo precari qui, la nostra lotta è quella di riuscire a rendere permanente questo giardino condiviso.

 

Quali sono stati i passi che hanno portato alla trasformazione di questo spazio così come lo vediamo oggi?
Mariette: “Abbiamo subito capito che se avessimo voluto fare giardinaggio, ci sarebbe servita l’acqua, infatti quando siamo arrivati non c’era. Il comune ci aveva dato lo spazio ma non avevamo né luce né acqua. Quindi abbiamo subito pensato alla possibilità di raccogliere l’acqua piovana dalle grondaie e mettere dei pannelli solari.

 

Bert: “Be’ il primissimo passo in realtà, prima di ricevere il via libera dal comune, è stato quello di prendere in gestione lo spazio verde qui di fronte, la scarpata che va sul cavalcavia. Per noi era molto importante non solo parlare, ma cominciare a fare qualcosa di concreto per dimostrare che le nostre intenzioni erano serie, e quel primo passo è stato importante in questo senso”.

 

Mariette: “Un’altra cosa che abbiamo fatto, prima ancora di entrare qua dentro, è stato lanciare delle “bombe” di semi oltre il cancello(ride, ndr). Poi tutte le altre cose sono arrivate un po’ spontaneamente”.