Bertram Niessen, come mangiare oggi con la cultura?

“Per quanto in modo distorto e difficile, in Italia un po’ di soldi continuano a girare sulla cultura, però è anche vero che finiscono spesso nei posti sbagliati; se pensi al settore dei beni culturali, finiscono molto spesso in progetti di conservazione del patrimonio, ma molto meno spesso in progetti di valorizzazione. L’idea è quindi sempre quella di mettere un po’ di stucco sugli affreschi di Pompei, però nessuno pensa mai a come valorizzarli in un’ottica molto più ampia e potenzialmente redditizia”. Senza troppi giri di parole credo che questo passaggio della nostra intervista basti a introdurre la questione fondamentale che questo articolo si è proposto di indagare: come rendere oggi la cultura redditizia? Questa è solo una delle domande a cui Bertram Niessen sta cercando di dare risposta. Docente, autore e ricercatore, fondatore di “cheFare”, associazione culturale non-profit che fonda la sua attività sulla promozione e ricerca di progetti culturali innovativi, Bertram ha incentrato gran parte della sua ricerca sui temi dell’innovazione culturale e sulle possibilità che le nuove forme di iniziative dal basso (start-up, nuove imprese, ecc.) possono portare alla diffusione di un mercato del lavoro incentrato sulla cultura.

Grazie alla segnalazione di Valeria Verdolini, ho avuto occasione di incontrare Bertram in un bar di Milano, dove abbiamo avuto modo di fare un po’ il punto della situazione in Italia e cercare di capire in che modo l’innovazione culturale possa essere una risposta concreta alle difficoltà lavorative nel mondo della cultura.

Niessen00

Cosa intendiamo per innovazione culturale?

“Diciamo che per “innovazione culturale” si intendono almeno tre cose molto diverse fra loro. Credo che una prima definizione interessante abbia a che fare coi mondi del lavoro, quindi si parla di trasformazione delle figure professionali e delle carriere dei lavoratori del mondo della cultura. Il punto chiave è che le carriere degli operatori della cultura vivono di mercati del lavoro assolutamente frammentati e super-precarizzati dal punto di vista contrattuale e in qualche modo stanno cercando di reinventare la propria identità lavorativa.

Da un’altra parte, quando si parla di “innovazione culturale” si parla di innovazione del settore culturale, che è ancora un’altra cosa: innovazione museale, innovazione delle forme di distribuzione, innovazione delle forme d’accesso.

Poi c’è un altro tema ancora, oggi il meno indagato, ma quello che interessa in questo momento più a me, che è l’innovazione culturale intesa come innovazione delle forme simboliche. Quindi ha a che fare con la capacità dei mondi dell’arte e della cultura di adattarsi, non tanto come strutture produttive e distributive, alle trasformazioni sociali e tecnologiche in atto, quanto proprio a diventare capace di sviluppare nuove domande in qualche modo”.

 

Qual è la situazione in Italia?

“Credo che in Italia ci sia un momento molto interessante perché per la prima volta, con un ritardo di almeno quindici anni rispetto ad altri paesi europei, ci si pone la domanda di quali possano essere le trasformazioni possibili nell’ambito delle industrie dell’immateriale. In qualche modo la cosa sta venendo a galla perché è sempre più chiaro che i lavoratori dei settori della cultura e della creatività in realtà non riescono a portare a casa la pagnotta.

Su quali siano le risposte possibili è complesso rispondere. Ci sono alcune posizioni che danno una risposta prevalentemente imprenditoriale; dicono che se manca un mercato del lavoro per questo tipo di cose, bisogna crearlo usando degli investimenti nel finanziamento di nuove imprese, che possano essere in grado di affrontare il mercato in senso globale, producendo valore, ricchezza e posti di lavoro. Allo stesso tempo diciamo che c’è chi porta la questione in altri termini, ovvero l’importanza della cultura in termini di coesione sociale da un lato, e in termini di bene comune dall’altro. Quindi è vero che tutta una serie di forme di produzione culturale non possono essere affidate esclusivamente al mercato. Pensiamo banalmente alla ricerca universitaria. E’ chiaro che non possiamo pensare che sia solo il mercato a sopperire alle necessità. L’altra cosa che è emersa sono le autorganizzazioni dal basso, perché è chiaro che con pratiche come crowdfunding e alcune modalità di organizzazione tramite piattaforme digitali è possibile in effetti produrre, finanziare e distribuire contenuti con una qualità che prima non sarebbe stata possibile per grandi gruppi di persone”.

 Niessen01

Cosa possiamo mettere sotto l’etichetta “culturale”?

“Nella tassonomia che di solito viene data nelle industrie culturali e creative, stanno dentro: le arti performative (danza, teatro ecc.), le arti canoniche (pittura, scultura ecc.), le industrie ad alto valore aggiunto dal punto di vista immateriale (design), l’editoria, tutti i temi legati alla ricerca (università ecc.). Qui poi si apre il grande tema della comunicazione. Quanto e come chi lavora nella comunicazione è realmente un lavoratore del settore culturale? In questo momento quello che è chiaro è che tutte le volte in cui si fa la conta dei redditi, questi sono mostruosamente bassi in modo diffuso in tutta Italia”.

 

Le iniziative dal basso sono aumentate in questi anni? Se sì, che ruolo ha avuto la crisi economica in questo?

“La prima grande conseguenza della crisi è stato il fatto che tutta una serie di industrie culturali tradizionali è collassata o ci è arrivata molto vicino. Per esempio l’editoria a Milano ha ristretto moltissimo i propri numeri. Ci sono figure non più giovani che hanno una professionalità molto avanzata, che magari hanno lavorato come editor per quindici anni nella stessa casa editrice, sviluppando competenze gestionali e progettuali molto avanzate, e che però si sono ritrovate di nuovo sul mercato del lavoro, essendo partiti dalla convinzione che sarebbero rimasti sul posto fisso tutta la vita. Quindi è inevitabile che queste figure si siano rilanciate provando a fare delle start-up, delle associazioni ecc. Questo è un lato. Dall’altro è vero che i giovani si trovano direttamente in un mondo del lavoro che va subito e direttamente in questa direzione”.

 

In Italia molti giovani si specializzano in questi campi. Purtroppo come dicevamo il mercato del lavoro non offre molto. I progetti dal basso possono essere delle strade valide?

“Io penso che in alcuni casi questa possa essere una risposta. Ad esempio ci sono alcune organizzazioni in Italia oggi che stanno lavorando per costruire un mercato legato a queste cose; il punto vero è che in Italia non c’è un mercato di imprese culturali nel senso contemporaneo del termine. Potenzialmente c’è un giro di servizi e di prodotti che possono essere scambiati a vari livelli. Quello che manca è la visione di investimento da parte dello Stato, perché su quello c’è poco da fare. Questa cosa è stata dimostrata bene dall’economista Mariana Mazzucato, ne “Lo Stato innovatore”, una specie di compendio divulgativo di una serie di ricerche che lei ha fatto. E’ un libro che appunto mette in relazione tutta una serie di scoperte tecnologiche centrali negli Stati Uniti, che noi associamo di solito al mondo delle start-up californiane (quindi Steve Jobs, Bill Gates e molti altri); lei dimostra chiaramente come queste scoperte tecnologiche siano in realtà il risultato di investimenti molto pesanti da parte dello Stato in ricerca pubblica. L’Italia non investe. Da questo punto di vista io credo che fino a quando non si cambierà la politica di investimenti sulla ricerca, in generale e sulla cultura nello specifico, non si potrà andare molto lontano”.

Niessen02