Nadia Furnari, sconfiggere la mafia con la cultura

Roma, 26 luglio 1992. Una ragazza di 17 anni si lancia dal balcone di casa, dal settimo piano di uno stabile di viale Amelia, 23. Il suo nome è Rita Atria. Sul suo diario personale gli inquirenti trovano queste parole:

 

“Ora che è morto Borsellino, nessuno può capire che vuoto ha lasciato nella mia vita. Tutti hanno paura ma io l’unica cosa di cui ho paura è che lo Stato mafioso vincerà e che quei poveri scemi che combattono contro i mulini a vento saranno uccisi. Prima di combattere la mafia devi farti un auto-esame di coscienza e poi, dopo aver sconfitto la mafia dentro di te, puoi combattere la mafia che c’è nel giro dei tuoi amici, la mafia siamo noi ed il nostro modo sbagliato di comportarsi. Borsellino, sei morto per ciò in cui credevi, ma io senza di te sono morta”.

 

Rita, per chi non lo sapesse, è stata una testimone di giustizia italiana. Figlia di Vito Atria, mafioso della cosca locale morto in un agguato, visse fino al 1991 accanto al fratello Nicola, anch’egli mafioso, captando e raccogliendo da lui tutti i dettagli delle dinamiche mafiose della città di Partanna, nel trapanese. Dopo la morte del fratello decide di seguire le orme della cognata, Piera Aiello, diventando una testimone di giustizia. A raccogliere le sue deposizioni è Paolo Borsellino, nel quale Rita trova un secondo padre. Dopo la strage di via D’Amelio, in cui il magistrato perde la vita, Rita si sente abbandonata e decide di togliersi la vita a soli 17 anni.

 

Milazzo, inverno del 1994. Due studentesse, Nadia Furnari e Santina Latella, decidono di dar vita all’Associazione Antimafia Rita Atria. L’obiettivo principale, fin da subito, è quello di promuovere una cultura della legalità e della libertà, attraverso attività e manifestazioni volte a sensibilizzare i più giovani. Per farlo, prendono in prestito il motto diventato famoso all’indomani delle stragi di mafia, in cui perdono la vita i giudici Falcone e Borsellino:

 

“Non li avete uccisi: le loro idee camminano sulle nostre gambe”.

 

Grazie alla segnalazione fatta da Paola Ottaviano, avvocato impegnata attivamente nella lotta al MUOS di Niscemi, ho avuto modo di fare due chiacchiere proprio con Nadia Furnari, fondatrice e oggi a capo del direttivo dell’Associazione. Questa la nostra intervista.

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Nadia, com’è nato il vostro impegno nella creazione dell’Associazione?

“Mentre frequentavo l’Università a Pisa ho avuto modo di conoscere due persone che mi hanno colpito molto: il capitano dell’Aeronautica Militare Mario Ciancarella (la persona che ricevette, dopo la strage di Ustica, la telefonata contenente il messaggio “Siamo stati noi, siamo stati noi!” dal radarista di Poggio Ballone, Mario Dettori) e Sandro Marcucci (pilota che indagò sull’episodio). Ho conosciuto entrambi in occasione di una manifestazione politica: io facevo parte del movimento La Rete, loro del Movimento Militare dei Democratici. Marcucci morì il 2 febbraio del 1992 e noi dell’Associazione, dopo 21 anni, siamo riusciti a far riaprire il caso, perché siamo convinti che sia stato ucciso. Sempre nel ’92 ci furono le stragi di mafia. Fu un anno cruciale per me. Per la prima volta mi resi conto di essere siciliana (sono nata in provincia di Milano da genitori emigrati). Dopo la strage di Capaci organizzammo un’iniziativa per parlare dell’accaduto, a cui partecipò anche il giudice Nino Caponnetto, padre del pool antimafia e colui che, all’indomani della morte di Rocco Chinnici, andò in Sicilia a portare avanti il suo lavoro. In seguito organizzammo incontri anche con le donne siciliane, tra cui Michela Buscemi, Letizia Battaglia e alcune madri di Plaza de Mayo. Questo fino alla strage di via D’Amelio. Il 27 giugno 1992 a Palermo ci fu una grandissima manifestazione nazionale per dire no alla mafia. Io arrivai in città per l’occasione e vidi le immagini delle macchine coinvolte nella strage di Capaci. Non me le dimenticherò mai. Quelle immagini diventarono un impegno. Dopo due anni di preparazione, in cui mi sono nutrita di foto, volti e parole proposi alla mia amica Santina di fare qualcosa. Lei accettò e così quelle parole impresse sullo striscione esposto all’indomani delle stragi (“Non li avete uccisi: le loro idee cammineranno sulle nostre gambe”) diventarono un impegno nel creare qualcosa che potesse coinvolgere gli altri studenti e gli altri ragazzi per avviare un progetto di sensibilizzazione nelle scuole”.

 

Perché avete scelto di farlo nel nome di Rita Atria?

“Abbiamo scelto il nome di Rita perché lei è il simbolo della nostra lotta. Rita si uccise per colpa di una società che l’ha lasciata sola, per colpa di uno stato che non l’ha protetta e per colpa della mafia. A 17 anni, dopo la morte di Paolo Borsellino, è stata abbandonata. Rita è la testimonianza che la vera vittoria che si può ottenere contro la mafia è far sì che i loro figli passino dalla nostra parte. Perché un bambino che nasce in una famiglia mafiosa deve per forza essere mafioso? Per noi metterci sotto il suo nome era un modo per incoraggiare chi voleva uscire da quegli ambienti e fargli capire di non essere solo. Rita Atria, nel suo ultimo tema all’esame di stato, scrisse: “per combattere la mafia andate tra i ragazzi che vivono dentro la mafia e dite loro che fuori c’è un mondo diverso”. Noi l’abbiamo preso come testamento. Chi cresce in quel contesto non sa che fuori c’è un altro mondo. Rita lo scoprì perché volle fortemente studiare. Fece addirittura degli scioperi con la madre per convincerla ad andare a studiare a Sciacca. Lei ce l’ha fatta: ha studiato e ha capito. Ecco perché abbiamo deciso di dare il suo nome all’Associazione”.

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Molti dicono che la mafia oggi abbia il colletto bianco. Si muore ancora per mafia?

“Assolutamente sì. Bisogna però capire cosa si intende per mafia. Se pensiamo che la mafia sia quella con la coppola e la lupara ci sbagliamo. Io non ho mai creduto che uno stato potesse essere in mano per 43 anni ad un analfabeta che mangia cicoria e ricotta. Come ci insegna Umberto Santino nei suoi libri, la mafia ha una capacità di trasformarsi e insinuarsi negli ambienti politici e sociali, dove esiste una situazione economica e di potere di controllo del territorio. Si muore di MAFIE. Con stragi e pistole? No, hanno cambiato metodo. Si lavora più sull’isolamento. Si muore per scelte di mafia. Quando una persona muore perché crolla un pilone e si scopre che quello è stato fatto con cemento depotenziato da un’azienda che opera in attività contigue alla mafia, non è una morte per mafia? Non c’è solo il pizzo o chi ti punta contro una p38. Chiunque uccide i miei sogni, la mia speranza, i miei diritti, la mia dignità, la mia libertà di azione e il mio pensiero, per me è mafia. Noi come Associazione non abbiamo mai parlato di mafia rifacendoci alla definizione del codice penale. Ci siamo sempre rifatti a una serie di scelte che vincolano, condizionano e costringono la gente a una determinata vita, circoscrivendo e limitando le libertà democratiche”.