Emiliano Negri, il web tra bufale, Beppe Grillo e Marò Slug

Il web, questo strano mondo. Noi italiani ci passiamo mediamente 6,7 ore al giorno, di cui 2,5 sono dedicate esclusivamente all’utilizzo dei social (dati presi dal report annuale di We Are Social, ndr). Di fronte a questi dati non si può non rimanere sbalorditi dall’incredibile quantità di tempo che passiamo collegati alla rete. Altrettanto imponente è l’infinito numero di contenuti di ogni genere in cui ci imbattiamo quotidianamente proprio sul web. Qualche mese fa stavo consumando un po’ della mia dose giornaliera di internet, quando a un tratto mi sono imbattuto in un link: “Marò Slug-The Game”. Be’ come non rimanere colpiti da un simile mix? Metal Slug (videogioco cult degli anni ’90), uno dei miti della mia infanzia, reinterpretato attraverso la vicenda dei Marò. Oltre a una bella risata mi sono detto: “Chissà chi si è inventato una cosa simile?”. Ecco, neanche a farlo apposta, qualche mese dopo ho avuto il piacere di incontrare l’ideatore di quel gioco e di molti altri contenuti sul web.

Grazie alla segnalazione dei ragazzi della pagina Facebook Calciatori Brutti, ho avuto l’opportunità di conoscere Emiliano Negri, ragazzo toscano che, attraverso la produzione di contenuti per il web, è riuscito a trasformare la sua passione in un lavoro. Ho incontrato Emiliano in un bar di Milano. Oltre a esserci presi un aperitivo abbiamo avuto modo di fare una bella chiacchierata sulla sua esperienza nel mondo web e su quello che significa vivere oggi questa realtà.

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Chi è oggi Emiliano Negri?

“In questo momento della mia vita, fra le altre cose, sto collaborando con un’agenzia di comunicazione qui a Milano, alla quale sono arrivato grazie a tutto quello che ho fatto sul web in questi anni. Di conseguenza quello che facevo prima come hobby mi ha portato a fare quello che faccio adesso per lavoro. Diciamo che sul web ci cazzeggiavo, o almeno una parte era il cazzeggio, che probabilmente è la parte per cui son più conosciuto, anche se poi è stato un qualcosa che ha permesso a qualche azienda di vedere in me un potenziale”.

 

Nel tuo caso il web si è trasformato in un’opportunità seria. Com’è stato possibile secondo te?

“Io sono dell’idea che il web apra molte possibilità. Soprattutto le persone giovani, che sono fondamentalmente nate sul web o con un computer in mano, possono e devono sfruttare questo mezzo. Ci sono tante possibilità che non vengono sfruttate, ci sono un sacco di persone che non sanno che potrebbero sfruttare tante cose che il web offre. Nel mio caso è stata una successione di eventi, vari progetti che ho fatto insieme ai miei amici, in questo modo ho fatto drizzare le orecchie a qualche azienda. Io ho cominciato a fare sul web quello che pensavo fosse simpatico e divertente per me, cose che ho sempre fatto. Per esempio alle elementari mi divertivo a fare i fotomontaggi delle mie amiche con la foto di classe, poi sul web mi è venuto naturale farlo e pubblicarlo su Facebook, cosa che tra l’altro è piaciuta alla gente”.

 

Tu come ti definisci all’interno del web? Che figura sei?

“Come ti dicevo il web dà tante possibilità e una di queste è far ridere, che è la cosa che mi viene naturale fare. Sul mio profilo scrivo solamente quello che fa ridere me, infatti a volte lascio passare un mese senza scrivere nulla perché magari non ho niente di interessante da dire. Poi ci sono tutta un’altra serie di progetti, sui quali non metto il nome perché portano tutta un’altra serie di vantaggi. Non saprei neanche io bene come definirmi. Magari mi definirei una persona che conosce il web. Sulla Nazione mi hanno intervistato e mi hanno chiamato “Campione di link”. Ancora oggi i miei amici mi prendono in giro perché effettivamente è abbastanza imbarazzante. Quindi di sicuro non mi definisco “Campione di link” (ride, ndr)”.

 

Quando ti sei approcciato per la prima volta a questo mondo?

“Io ho avuto internet per la prima volta a 19 anni e la prima cosa che feci fu aprire una pagina Facebook, stupidissima, che si chiamava “Battute tristi istiganti al suicidio”. Questa pagina raggiunse 70.000 fan in due settimane, poi un ragazzo mi contattò e mi disse: “Guarda, voglio comprare la tua pagina”. Da lì cominciai a capire che poteva esserci anche una parte economica rispetto alla mia attività sul web. Io comunque avevo iniziato perché volevo fare battute, quelle tristi che però riescono comunque a strapparti una risata. La prima cosa che invece aveva fatto il giro, non so neanche per quale motivo, era stata una locandina falsa. Mi era venuta l’idea di fare una locandina falsa del McDonald’s, nella quale l’azienda McDonald’s sosteneva di voler aprire un negozio nel paese dove abitavo; insomma tutti avevano cominciato a parlarne, anche imprenditori e ristoratori che si preoccupavano per questa futura apertura. Dopo un po’ avevo rivelato la natura della bufala e da lì ho cominciato a farne sempre di più”.

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Come è nata questa “passione” per le bufale?

“Come ti dicevo tutto è nato da cose che mi sono sempre divertito a fare. La prima bufala che realizzai fu durante il periodo del Gangnam Style, era una notizia su dei cani ubriachi che ballavano appunto il Gangnam Style, proprio una cavolata, che però venne pubblicata su una pagina e da lì era stata poi ripresa da tutti con una facilità disarmante. Era un articolo falso di giornale, giornale cartaceo, in realtà un fake che avevo creato con Photoshop. Un altro articolo che avevo scritto aveva tutte le prime lettere che insieme formavano la frase “Emi colpisce ancora”, sempre per il gusto di dire “Ah ci siete cascati”, poi queste non sono nemmeno bufale, sono notizie che non fanno del male a nessuno”.

 

Grazie alle bufale hai avuto modo di farti un’idea sul problema delle notizie false che possono girare sul web?

“E’ un problemone che anch’io ho a cuore. Secondo me è uno dei problemi maggiori sui social. Il problema deriva dal prendere tutto per buono. E’ veramente banale creare un sito oggi, ci vogliono cinque minuti, scrivere un articolo te ne porta via dieci, e tutto questo può girare tempo un minuto, perché se si innesca la viralità è finita. Mi viene in mente un articolo, “Immigrato violenta la figlia. Padre gli taglia le palle e gliele fa ingoiare”, che aveva fatto 170.000 condivisioni, un numero pauroso. Pensa che l’articolo più condiviso, secondo una ricerca che era stata preparata dal Fatto Quotidiano sugli articoli più condivisi, ne aveva 150.000 di condivisioni. Questo mostra come una cosa fatta in dieci minuti possa fare più numeri di articoli scritti da testate riconosciute. Mi viene in mente una frase di Dario Fo che dice: “Prima gli imbecilli parlavano al bar, adesso invece parlano a milioni di persone””.