Igor Cassina, il futuro di una leggenda oltre la sbarra

Una vita passata a volteggiare sulla sbarra, un palmares ricco di trofei, una voce nell’enciclopedia della disciplina che porta il suo nome. Tutto questo e tanto altro è Igor Cassina, “Bilo” per gli amici, ginnasta brianzolo che tra la seconda metà degli Anni ’90 e i primi Anni 2000 ha fatto sognare il mondo sportivo italiano a suon di avvitamenti. Insieme a Jury Chechi, per più di dieci anni, è stato uno dei pilastri della nazionale maschile di ginnastica artistica. Una carriera sublime, culminata nel 2004 con la vittoria della medaglia d’oro alle Olimpiadi di Atene, ottenuta grazie a quello che d’ora in poi verrà conosciuto da tutto il mondo della ginnastica come il “Movimento Cassina”.

 

Nel 2011, però, il ritiro. Le difficoltà di un atleta a dire basta, la consapevolezza di doversi reinventare, l’intelligenza del saperlo fare nel modo giusto.

 

Ho avuto il piacere di fare due chiacchiere con Igor grazie alla segnalazione di Christof Innerhofer, suo grande amico. Questo è quello che ci siamo detti.

 

Igor, partiamo dal presente. A quattro anni dal tuo ritiro, di cosa ti occupi oggi?

“Oggi sono un allenatore. Sono ufficialmente passato dall’altra parte della “sbarra”. Seguo nelle vesti di direttore tecnico la Pro Carate, una società brianzola con una tradizione ultracentenaria. Sono qui da due anni e seguo tutti gli atleti, dai più piccolini fino alla squadra maggiore. Recentemente abbiamo vinto il primo titolo nella storia di questa società: il campionato italiano della massima categoria”.

 

La tua passione per la ginnastica è nata un po’ per caso. Cosa ti ricordi dei primissimi allenamenti?

“Quando ero piccolo ho cominciato ad avvicinarmi allo sport grazie al judo. Il mio essere troppo vivace e la mia totale avversione nell’indossare il judogi, però, hanno fatto sì che smettessi quasi subito. A quel punto sono entrato in contatto con la realtà della ginnastica grazie a mia sorella Mara e da lì ha avuto inizio il mio percorso. Dei primi tempi ricordo la gioia di poter saltare sul trampolone, sui tappeti, nella buca e sugli attrezzi. Quella è stata la parte che mi ha dato quell’entusiasmo che poi mi ha accompagnato giorno dopo giorno nella mia carriera”.

 

Cosa spinge un bambino ad avvicinarsi a uno sport come la ginnastica e non a discipline più comuni come calcio o basket?

“Io vivo a Meda, in Brianza. Qui abbiamo una bella tradizione per questo sport. Un bambino qui da noi si può avvicinare alla ginnastica in tante occasioni: perché i genitori lo portano in palestra o perché guardando la tv si può rimanere affascinati da un atleta. Nel mio caso è stata mia sorella a iniziarmi alla disciplina. Lei già praticava la ginnastica e si allenava in una palestra molto bella di Meda. Questa serie di fattori ha fatto sì che io prendessi questa strada. In questi ultimi anni questo sport sta acquistando più visibilità rispetto a prima, ma ovviamente non arriverà mai ai livelli del calcio”.

 

Non hai mai nascosto che nella ginnastica il tuo idolo fosse il sovietico Dmitrij Bilozercev (da cui deriva “Bilo”, il tuo soprannome). Ma quali sono le altre tue passioni e a quali altri modelli ti sei ispirato nella tua carriera?

“Io sono un grandissimo fan di Valentino Rossi. Lo seguo da quando ha iniziato a portare a casa i primi successi, nella 125. Nella vita ho sempre avuto un debole per la velocità, il rischio e nelle moto ho sempre ritrovato tutto questo. Lui, poi, è un personaggio fantastico. Mi piaceva molto il suo modo di esultare dopo una vittoria. Sono stato diverse volte al Mugello e a Misano. Quest’anno, poi, sono stato a Tavullia (città del pilota, ndr) a seguire l’ultima gara del motomondiale. Ti posso raccontare un aneddoto. Ho avuto la fortuna di conoscerlo in occasione di una gara. Sono andato nel suo box per portargli una sbarra che aveva costruito mio padre. Mi sono emozionato veramente tanto. Quando sono uscito, casualmente, mi ha chiamato mia mamma per chiedermi come stesse andando la mattinata. Non nego che mi stava scendendo una lacrimuccia quando le ho raccontato dell’incontro. Ho sempre avuto un’ammirazione particolare per lui. Nonostante abbia spesso incontrato personaggi noti, attori, sportivi e politici, lui è l’unico che mi ha trasmesso un’emozione così forte”.

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Nel 2011 hai pubblicato un comunicato in cui, definendoti appagato e soddisfatto, annunciavi il tuo ritiro. Qual è stato il momento più bello e significativo della tua carriera?

“Tralasciando la vittoria della medaglia d’oro ad Atene 2004, direi la vittoria al campionato italiano assoluto di Trieste. Avevo 17 anni e sono stato il primo atleta junior nella storia a vincere questa competizione. Ho gareggiato con atleti che avevano già preso parte a campionati del mondo e olimpiadi, ma alla sbarra ho vinto io. Quello è stato il risultato più importante, il momento in cui ho capito che se avessi continuato così avrei potuto fare qualcosa di buono”.

 

Nel 2010, invece, ti sei laureato in Scienze Motorie. Non sono molti gli sportivi che, a un palmares di tutto rispetto, accompagnano un diploma di laurea. Perché hai voluto farlo?

“Quando ho intrapreso il percorso in Scienze Motorie, l’ho fatto perché nel mio futuro intravedevo che il fatto di conseguire una laurea potesse darmi qualche possibilità in più a fine carriera. Lo sappiamo tutti che il futuro è una sorpresa continua. Ho pensato che un attestato fosse fondamentale per garantirmi la possibilità di continuare a fare ciò che amo anche dopo l’attività agonistica. Senza laurea non avrei mai potuto insegnare educazione fisica in una scuola italiana in America, per esempio. Non l’ho fatto per soddisfazione personale, ma per avere nozioni sufficienti per approcciarmi al mondo lavorativo in maniera completa. Oggi posso trasmettere in un contesto scolastico quello che ho imparato. Da un paio di settimane, per esempio, sto collaborando con l’Università Cattolica, dove, insieme ad altri atleti, facciamo lezioni pratiche e teoriche”.

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