Davide Parisi, guardare negli occhi l’immigrazione

A ognuno di noi è capitato di vedere almeno una volta le immagini degli sbarchi a Lampedusa, dei centri d’accoglienza, dei treni presi d’assalto in Ungheria dai profughi siriani per raggiungere la Germania, delle tragedie in mezzo al mare e quant’altro. Ad accompagnare queste immagini abbiamo sempre trovato parole come “flussi”, “esodo”, “sbarchi”, “invasione”, insomma tutti termini che ci ricordano le enormi proporzioni di questa realtà che chiamiamo immigrazione. Tutto questo ci ha abituati a pensare questo fenomeno in termini numerici, enormi masse di persone senza nomi e senza volti che attraversano le nostre frontiere. Poi però ci sono alcune persone che entrano in contatto diretto con i protagonisti di questa realtà, scoprendone i volti, le storie, i sogni e le paure. Tra questi troviamo senz’altro gli operatori che lavorano nella mediazione culturale, quelle figure che intervengono nell’accoglienza dei migranti, nel tentativo di fornire loro gli strumenti necessari per inserirsi e cavarsela in un contesto nuovo come quello italiano.

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Grazie alla segnalazione di Gina Bruno, ho avuto l’occasione di incontrare Davide Parisi, mediatore culturale con una ricca esperienza maturata nell’accoglienza e nell’assistenza ai migranti. Seduti a un tavolo di un bar davanti alla Stazione Centrale di Milano, uno dei luoghi simbolo dell’immigrazione del capoluogo lombardo, abbiamo fatto una bella chiacchierata sulla sua esperienza da mediatore, con l’obiettivo di mettere in luce l’utilità ma anche le difficoltà che la mediazione culturale incontra giornalmente nel relazionarsi faccia a faccia con i protagonisti di questo fenomeno.

 

Esattamente qual è il ruolo della mediazione culturale all’interno del fenomeno immigrazione?

“La mediazione permette alle parti coinvolte di entrare in dialogo; parti coinvolte che nel contesto milanese sono l’associazione o l’ente istituzionale e i cittadini migranti. La mediazione dovrebbe rappresentare uno strumento di facilitazione per entrambe le parti: dovrebbe da una parte facilitare l’utente migrante nella comprensione delle comunicazioni e delle dinamiche che lo interessano; dalla parte opposta, ed è una parte che spesso viene trascurata, dovrebbe aiutare gli operatori ad avere più elementi, più strumenti per conoscere l’utente, conoscere dinamiche che l’utente migrante non precisa nemmeno perché dà per scontate. Dovrebbe rendere meno estranee due realtà, l’utenza da una parte e l’istituzione dall’altra”.

 

Tu come sei arrivato a lavorare nella mediazione?

“E’ stato un innamoramento linguistico. Un giorno, durante una partita a scacchi con un ragazzo tunisino, questo ha avuto la brillante idea di insegnarmi le prime tre parole arabe, e da lì è partito l’innamoramento. Ho lasciato gradualmente il mio percorso di studi in ambito artistico e mi sono messo sotto con lo studio dell’arabo, che porto avanti tuttora, e che rappresenta un po’ la mia lingua forte nell’attività della mediazione, è un po’ la mia particolarità. Ho avuto esperienze principalmente nei paesi arabi dell’Africa: Egitto, Marocco, Tunisia e Sudan. Al momento seguo quattro progetti. Un progetto è fisso e lo sto svolgendo in Stazione Centrale, ci occupiamo di accoglienza di cittadini senza dimora, italiani e stranieri, anche se per il 70% sono cittadini stranieri. Poi gli altri progetti riguardano la provincia di Milano, sempre nell’ambito dell’accoglienza di stranieri, soprattutto richiedenti asilo, quindi profughi da poco sul territorio”.

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Quali sono le difficoltà che si possono incontrare nel rapporto con i migranti?

“Una delle difficoltà principali nell’interazione con persone migranti è quella di mettersi attorno a un tavolo e rivedere la progettualità e le aspettative che hanno. Un primo esempio potrebbe essere la storia di un giovane ragazzo del Gambia, di 19 anni, che ho conosciuto in stazione Centrale qui a Milano. Lui parlava solo il bambara, che è una lingua locale del Gambia, e conosceva qualche parola in inglese. Col suo povero inglese, lui, che dormiva per la strada e non aveva ancora né un documento né nessun tipo di relazione qui sul territorio, ha avuto come richiesta quella di fare un provino per giocare nel Milan. Tralasciando la mia scarsa conoscenza del mondo del calcio, in ogni caso mi sembrava decisamente fuori dalle possibilità reali. Lo sforzo è quindi quello di portare i sogni di una persona a un livello di realtà, e non sempre è così facile e immediato. E’ una fatica anche un po’ frustrante quella di riportare con i piedi per terra una persona che ha rischiato la vita e si è indebitata per venire qui. Questo ragazzo del Gambia, per esempio, ha capito e ha seguito le mie indicazioni. Per prima cosa doveva mangiare, senza cibo sarebbe stato difficile fare anche solo una corsa di dieci minuti. L’ho invitato a farsi accogliere in un centro d’accoglienza. Col passare dei mesi ha iniziato a giocare a calcio nell’oratorio vicino al centro d’accoglienza in cui è ospite, ed è diventato un po’ il leader di questa squadra. Lui è contento adesso perché ha la stima dei compagni e dei loro genitori, diciamo che si è inserito. Probabilmente il sogno l’ha aiutato. Più che essere un difetto o un problema, questo sogno l’ha aiutato a superare le difficoltà del primo impatto qui a Milano”.

 

Uno degli strumenti principali che usate sono le cartine della città. Vuoi spiegarmi meglio?

“Quando incontro persone non accolte nei centri di accoglienza, che devono provare a vivere da soli a Milano, muovendosi autonomamente sul territorio, c’è la consegna della cartina. La consegna della cartina è un momento complesso in realtà, è complesso perché bisogna cercare di fornire rapidamente le indicazioni sui punti di interesse, i punti utili, che non sono ovviamente uguali per tutti. Quando viene indicata una mensa in cui si può andare a mangiare gratuitamente per un paio di volte al giorno, viene quasi naturale da italiano consigliare di prendere i mezzi pubblici, tanti cittadini migranti invece sostengono quanto sia più comodo andare in giro a piedi, perché abituati nei paesi d’origine a muoversi così. Ti destabilizza un po’. La città viene anche rivista, per cui il centro di Milano, per tante persone che arrivano, non è il Duomo ma la Stazione Centrale. Per loro centro e Stazione Centrale sono sinonimi. Stazione Centrale perché è il punto nodale, il centro dei movimenti, dove ci sono degli spazi di ritrovo della popolazione migrante. Insomma la cartina viene rivista in base ai bisogni e alle caratteristiche della persona”.

 

Molto spesso le persone che arrivano in Italia sono costrette a lasciare le proprie famiglie nel paese d’origine. Molti di loro incontrano grandi difficoltà a inserirsi in un nuovo contesto. Come viene vissuta una situazione di precarietà?

“Questo è un carico che una persona si porta, è un peso non indifferente. Spesso anche ragazzi che finiscono a dormire per strada in situazione di grave marginalità si fanno fotografie al supermercato o appoggiati alla Porsche in via Turati. Queste foto le mandano alla famiglia per dare l’idea di aver raggiunto un tenore di vita alto. Ho anche assistito a delle telefonate in cui l’utente senza dimora raccontava alla mamma di essere un po’ preso dai tanti lavori che aveva da fare, dicendole che avrebbe dovuto salutarla perché la compagna lo stava chiamando; in realtà ci trovavamo in una mensa per senzatetto, lo chiamavano perché era arrivato il suo piatto, non era proprio una bionda a chiamarlo, quanto più una volontaria un po’ anzianotta. Mantenere la finzione è un punto pesantissimo a livello psicologico che va ad appesantire il senso di colpa per non riuscire a rispettare le aspettative della famiglia. E’ un argomento tosto. Può essere difficile uscire da queste situazioni”.

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