Luce Bonzano, ecco quali sono le regole sull’immigrazione

Ci sono argomenti di cui spesso si parla a sproposito, senza conoscerli fino in fondo e pensando che ne basti una conoscenza superficiale per articolare un’opinione. Ci sono poi argomenti particolari, spesso sconvenienti, dai quali si preferisce stare alla larga perché forieri di accesi dibattiti e di dure prese di posizione, tali da mettere in bilico rapporti che si pensavano solidi e che di colpo rivelano la loro fragilità. Sicuramente la questione legata all’immigrazione nel nostro Paese racchiude in sé entrambe le dinamiche di cui sopra ed è per questo che si rende necessario discuterne con qualcuno che sappia davvero di cosa si sta parlando, per passione e per esperienza diretta.

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Questo qualcuno è Luce Bonzano, avvocato dello Studio Incipit di Milano che si occupa di diritto del lavoro, di previdenza e assistenza e di diritto degli stranieri. Ho contattato Luce seguendo la segnalazione della sociologa Valeria Verdolini, e nel farlo ho avuto subito grande curiosità ed entusiasmo, in quanto mi si presentava finalmente l’opportunità di vederci chiaro in un vero e proprio “mare magnum” purtroppo non solo metaforico. Vivendo nella stessa città, incontrare Luce è stato facile, soprattutto grazie alla sua disponibilità e gentilezza, e quello che ne è nato è stato un confronto molto arricchente e puntuale, che mi ha permesso di sostituire con dei punti fermi molti dei quesiti che avevo. Quali sono le normative legate all’immigrazione? L’integrazione è davvero così difficile? Soprattutto, basta voler aiutare qualcuno per poi poterlo veramente fare?

 

Cominciamo cercando di fare chiarezza su un argomento molto spesso regno di confusione: quali sono attualmente le normative europee sull’immigrazione?

“Quando si parla d’immigrazione nel 2015 bisogna distinguere tra due grossi fenomeni: l’immigrazione (regolare o irregolare) legata a motivi economici, e quella per motivi di protezione internazionale, la cui normativa è articolata in varie forme e ha in alcuni casi dei canali privilegiati. Bisogna pensare, in ogni caso, che la normativa sull’immigrazione è, sia a livello italiano che europeo, relativamente giovane, in quanto in concreto è stata sviluppata a partire della Seconda Guerra Mondiale. Ovviamente il mondo di oggi è molto diverso da quello degli anni ’40 e ’50, basti pensare che la Convenzione di Ginevra del 1951 (il documento che ha disciplinato per la prima volta lo status di rifugiato), in vigore ancora oggi, è stata delineata in un momento in cui il richiedente protezione internazionale tipico era rappresentato dal dissidente politico “fuoriuscito dal comunismo”, quindi cittadini europei che scappavano dalle dittature dell’Est e che si muovevano sul loro continente. E’ evidente che si trattava, visto il mondo di allora, di dissidenti con alle spalle una storia di persecuzione politica e personale molto diversa da quelle che coinvolgono gli oppositori politici del mondo moderno (emblematico il caso della Siria). In generale, pur essendo l’Unione europea a dettare politiche comuni anche in materia di immigrazione, gli stati membri hanno un alto livello di discrezionalità sulle normative da adottare, il che ha fatto sì che nel nostro Paese, ad una sostanziale ipocrisia di fondo innestata su un substrato di contraddizioni, si sia aggiunto un proliferare di norme spesso confuse e poco chiare. Un fenomeno tipicamente italiano sono ad esempio le sanatorie dei lavoratori irregolari (istituti del diritto con cui l’amministrazione sana un atto illegittimo perché privo dei requisiti essenziali previsti dall’ordinamento, ndr), ma a parer mio quelle del 2009 e del 2012 hanno avuto effetti più che altro negativi, perché hanno portato ad una sorta di compravendita di documenti che niente aveva a che fare con il lavoro effettivamente svolto dal cittadino straniero”.

 

Qual è la situazione legata all’immigrazione per motivi di lavoro nel nostro Paese?

“L’immigrazione per lavoro in Italia è ora legata all’emanazione di un apposito “decreto flussi”, con il quale il Governo può stabilire ogni anno quanti cittadini stranieri non comunitari possono entrare in Italia per motivi di lavoro. La disciplina del lavoro è contenuta nel Testo Unico sull’Immigrazione, il quale delinea anche la normativa relativa alle relazioni familiari, all’inserimento nella società e all’integrazione culturale degli stranieri residenti in Italia, nel rispetto delle diversità e delle identità culturali delle persone, purché non siano in conflitto con l’ordinamento giuridico nazionale. Recentemente è poi stata approvata la disciplina per l’emissione della c.d. “blue card”, riguardante però solo gli ingressi dei lavoratori altamente qualificati, di coloro che partecipano ai tirocini formativi, dei lavoratori universitari, dei ricercatori e altre figure, quindi sempre un numero esiguo di lavoratori stranieri e figure non bisognose di aiuto immediato”.

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Non è un paradosso che in Europa esista lo status di rifugiato ma che per ottenerlo i migranti debbano affrontare viaggi drammatici e spesso fatali?

“Ci sono due differenti paradigmi di protezione: uno è quello dei paesi del nord del mondo (Stati Uniti, Europa, ecc), che hanno un sistema di protezione internazionale specifico in cui ogni richiesta viene esaminata singolarmente, e poi c’è quello dell’accoglienza nei paesi limitrofi alle zone di guerra, in cui viene riconosciuto uno status a gruppi massicci di sfollati ma non il diritto a emigrare e a cercare protezione in Europa. Il problema fondamentale è che per essere considerato rifugiato secondo la normativa attuale devi aver fatto domanda di protezione fuori dal tuo stato di origine, perché non è possibile offrire protezione all’interno dello stesso senza violare il principio di sovranità territoriale. Infatti un grosso problema recente è proprio quello legato al fenomeno delle c.d. “internal displaced people”, ossia le persone che sono costrette a lasciare una determinata parte del proprio paese e si trovano quindi a vagare in cerca di protezione nel medesimo stato: in questi casi l’unica forma di aiuto che può essere offerta è quella degli aiuti umanitari, poiché qualsiasi altro intervento sarebbe considerato un’ingerenza e una violazione del potere statale. La confusione della normativa in materia di immigrazione finisce per creare un meccanismo così paradossale che può anche presentare qualche vantaggio, su tutti il fatto che si presta a differenti interpretazioni e che quindi può essere utilizzata anche a fin di bene”.

 

Il tuo lavoro esattamente in cosa consiste?

“Io sono un avvocato che si occupa sia d’immigrazione che di diritto del lavoro. Ho iniziato nel 2007 in uno studio dove sono cresciuta molto professionalmente mentre da un anno lavoro in proprio presso lo Studio Incipit; quest’ultimo annovera sia avvocati che psicologi, e ha come principio base quello di offrire un servizio a 360 gradi alla persona, perché spesso non basta solo un consiglio legale per venire a capo di una situazione di disagio. E’ molto importante cercare di stabilire una relazione di fiducia con la persona, superando le sue resistenze in modo tale da creare con essa una collaborazione reale. Per quanto riguarda la mia formazione personale, dopo la laurea ho fatto un dottorato sul diritto d’asilo e sui richiedenti protezione internazionale in Italia e in Inghilterra, il che mi ha permesso di specializzarmi ulteriormente su queste tematiche. Di fatto oggi io seguo i casi più disparati legati a problematiche sul lavoro, ma una parte significativa del mio impegno riguarda anche i problemi legati ai permessi di soggiorno, per lavoro e per protezione internazionale ma anche i ricongiungimenti familiari e la tutela del diritto all’unità familiare”.

 

Sicuramente ti sei trovata di fronte ai casi più disparati: ne ricordi qualcuno con partecipazione particolare?

“Per rispondere a questa domanda bisogna premettere che esistono vari status di protezione: quello di rifugiato, che prevede una persecuzione specifica per motivi di religione, razza, opinione e appartenenza a un determinato gruppo sociale, è diverso dai casi per cui può essere riconosciuta la protezione sussidiaria, che invece è uno status riconosciuto a colui che teme per la propria vita, ma in un contesto di conflitto armato diffuso (quindi non necessariamente per azioni compiute da lui personalmente). Faccio ancora l’esempio dei richiedenti protezione siriani: sicuramente ci sono tra loro sia dissidenti politici che hanno avuto un ruolo personale e attivo, sia tantissime persone che si sono trovate in mezzo al conflitto in una situazione che non hanno contribuito a creare. Un altro caso da tenere presente è quello dei profughi del Mali, che in un primo momento venivano sistematicamente diniegati, mentre successivamente, poiché era divampato il conflitto tra il governo centrale e i ribelli Tuareg a nord, non potevano venire rimpatriati e ottenevano il riconoscimento della protezione sussidiaria quasi di default. Al di là di questi casi che hanno riguardato gruppi diffusi di richiedenti di uno stesso stato, una vicenda particolare che ricordo con piacere è quella di una famiglia salvadoregna che aveva dovuto lasciare casa perché aveva grossi problemi con le bande armate locali, le maras, in quanto il padre, piccolo imprenditore, era stato prima assoggettato al pagamento del pizzo, e si era poi ribellato. In caso di rimpatrio c’era dunque il rischio di consegnare questa famiglia ai criminali, poiché lo stato salvadoregno non è in grado di contrastare questi gruppi. Quindi lo stato di origine non era l’agente persecutore, ma non poteva difendere i suoi cittadini dal medesimo e la corte d’appello di Milano ha riconosciuto loro la protezione umanitaria”.

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Qual è l’iter per ottenere lo status di rifugiato in Europa e in Italia soprattutto?

“Esistono due fasi, una amministrativa e una giurisdizionale in caso di diniego della prima, con tempi che variano molto da zona a zona. Con l’aumento dei numeri dei richiedenti sono aumentati i servizi di accoglienza, mentre le Commissioni che esaminano le domande si sono trovate sovraccariche. Le Commissioni territoriali sono a composizione mista, ma al loro interno non sono presenti specialisti di sociopolitica o psicologi; la decisione della Commissione può essere impugnata al Tribunale territorialmente competente entro 30 giorni e contro la decisione eventualmente negativa in primo grado si può presentare appello entro 30 giorni. L’appello non è però sospensivo e non autorizza automaticamente la permanenza sul territorio. Sono state recentemente aperte nuove Commissioni, in Lombardia, ad esempio, la Commissione Territoriale di Brescia, che ha fatto sì che venisse redistribuito il carico di domande che gravava su Milano. I membri delle commissioni hanno ora un obbligo di formazione che prima non c’era, e durante l’esame della domanda viene data molta rilevanza alla coerenza di quello che il richiedente riferisce e al fatto che lo stesso non cambi versione di volta in volta. Un altro caso particolare che ho seguito ha riguardato una coppia di nigeriani che studiavano all’università nel paese di origine e che lì erano perseguitati da una potentissima confraternita a cui non volevano aderire. Per capire meglio la loro situazione ho fatto delle ricerche ed ho scoperto che effettivamente queste confraternite hanno un peso enorme nelle università nigeriane, e che non volere farne parte può far correre grossi rischi per l’incolumità personale. Un altro problema serissimo in Nigeria è rappresentato dal fenomeno della stregoneria, anche se questo magari fa sorridere qualcuno”.

 

Ci sono dei motivi per essere ottimisti sul futuro degli stranieri in Italia?

“Onestamente i grossi miglioramenti che ci sono stati nella normativa italiana, ci sono stati imposti dall’UE, questo perché in Italia c’è sempre una grossa strumentalizzazione politica del fenomeno migratorio che fa sì che si urli al disastro senza affrontare con un approccio critico le origini concrete del fenomeno stesso. C’è una modalità di fare informazione che trasmette un messaggio per cui i migranti starebbero arrivando tutti qui e solo qui, quando in realtà questo non è affatto vero. Ci sono infatti paesi europei anche piccoli, come i Paesi Bassi, che hanno una percentuale di migranti ben più alta rispetto alla nostra, considerato il numero dei cittadini e le dimensioni del territorio. Purtroppo anche a livello europeo c’è stata un’onda xenofoba simboleggiata della crescita delle destre populiste, che va fronteggiata a parer mio lavorando davvero a livello di Unione europea. Ad esempio uno stato che si comporta come l’Ungheria con i richiedenti protezione dovrebbe essere estromesso dall’Unione, anche se ovviamente questo non succederà. Ovviamente la gestione del fenomeno migratorio non è semplice, c’è un problema di approccio rispetto a quelli che sono i fenomeni che originano i flussi massicci di migranti. Si tratta sempre di persone disperate che in ogni caso nel loro paese vivono storie drammatiche e che sono quindi disposte ad affrontare grossi pericoli per mettersi in salvo”.

 

Grazie Luce, concludiamo con i tuoi Twig: chi ti piacerebbe segnalarci?

“Il primo nome che vi suggerisco è Massimiliano Verga, che è un sociologo del diritto nonché l’autore del libro “Zigulì”; è un amico e una persona con cui può essere molto utile ed importante confrontarsi sul tema della disabilità. La seconda persona è l’avvocato Salvatore Fachile, il quale potrà darvi un quadro delle tematiche legate alle discriminazioni razziali e all’immigrazione specialmente nella zona di Roma, mentre la mia terza segnalazione riguarda Chiara Viola: lei ha lavorato per anni come account di moda, ed ora gestisce il noto blog “Una parola buona per tutti”, ha una startup sua e probabilmente l’avete anche vista in metropolitana alla mattina, dal momento che accompagna le attese dei passeggeri facendo un divertente oroscopo in pigiama, che viene trasmesso sui monitor delle banchine. Sicuramente può essere una bella storia di imprenditoria giovanile al femminile“.