Samuele Maffizzoli, l’arte di ricominciare da zero

Fino ai vent’anni la vita di Samuele Maffizzoli era una vita fatta di ideologie, simboli, bandiere, stadio e violenza. Una vita non così lontana dalla realtà di molti adolescenti italiani. Una vita che, se portata all’estremo, può diventare troppo dura. Una dimensione che Samuele ha vissuto dall’interno e che, dopo tanti anni, ricorda come assurda e che vorrebbe solo dimenticare.

 

E’ stato solo grazie a una serie di coincidenze del destino che, nella notte più buia, quella della morte di un ragazzo a seguito di una rissa scaturita per futili motivi, Samuele non era con gli amici di sempre. La vita che scorre liscia fino a quel momento, poi, il buio. Gli amici, l’appartenenza, la voglia di non sentirsi e di non lasciare soli chi ha condiviso tutto con te fino a quel momento. Amici per l’appunto. Poi gli sbagli, l’accusa. Favoreggiamento, dice la procura. La condanna a 4 mesi, poi sospesa. Una nuova vita da ricominciare. Lontano.

 

Ho conosciuto Samuele grazie alla segnalazione di Daniele Roselli ed Enrico Modica, i founder della pagina Facebook Calciatori Brutti. Quando ci hanno dato il suo nome, si sono limitati a dire che Samuele avesse alle spalle una storia molto particolare, che valesse la pena essere raccontata. Senza pregiudizi, l’ho contattato, scoprendo una persona introversa, ma con una gran voglia di rimboccarsi le maniche e di riprendersi in mano la sua vita. Questa la nostra chiacchierata.

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Samuele, credi nel destino?

“Sì, più che nel destino forse credo nella coincidenza dei fatti. Tutte le scelte sono concatenate e ti portano da una parte all’altra. Se questo si può chiamare destino, allora sì”.

 

Lo stesso destino che quella sera del 30 aprile ti ha cambiato per sempre la vita. Hai mai pensato a come sarebbe andata se fossi rimasto?

“Sinceramente no. E’ passato tanto tempo (quasi 8 anni, ndr) e io sono cambiato radicalmente. Mi è difficile rispondere, perché lo vedo come un mondo lontano da me, per come sono fatto adesso. Nei giorni immediatamente successivi al fatto me lo sono chiesto. Poi ho accettato il fatto che non fossi lì e come sono cambiate le cose”.

 

Quella sera è stata uno sliding doors: se da un lato ha segnato la fine di qualcosa, dall’altro ti ha dato la possibilità di un nuovo inizio. Com’era la tua vita prima?

“ Pensandoci adesso che ho 26 anni, mi ricordo come una persona che viveva alla giornata. Tutto quello che faccio e dico adesso è molto più ponderato. Era una condizione che vivevo come una compensazione: non essendo un genio a scuola e non avendo nessun talento particolare, mi confondevo in quel mondo che per me era un bel mondo, fatto di amicizia e complicità. Andando avanti, però, ho scoperto a mie spese che non era così. Era solo un mondo di appartenenza, in cui finchè ci sei dentro va tutto bene, appena ne esci vieni additato come un traditore”.

 

Com’erano le tue giornate in quel periodo?

“E’ stata una fase della mia adolescenza, nata e finita tra i 16 e i 20 anni. Andavo a scuola e la sera uscivo con gli amici. La domenica andavo allo stadio. Una vita che se vissuta troppo in fretta diventa pericolosa. Molti si approcciano alla politica e allo stadio a 20 anni, con una maturità diversa nel vivere e nel fare le cose. Non so se il fatto di essermi avvicinato a questi ambienti molto presto sia un fatto grave o un attenuante. A me non sembrava strano. Allora il mondo politico non era evoluto come oggi: social, fashion, gruppi, magliette. Era un’era pre-social. La vivevamo molto più sulla strada”.

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Tu hai pagato sulla tua pelle questo senso di appartenenza. Il volersi sentire parte di qualcosa, secondo te, può spingere a fare tutto?

“Secondo me purtroppo sì, anche questo l’ho provato sulla mia pelle. Nel mio caso, per esempio, io ho fatto un torto a una persona, ma mi si è ritorto contro tutto un ambiente. Quando ti senti parte di qualcosa, soprattutto se sei giovane, diventi cieco. Prendi per vero tutto quello che le persone accanto a te ti dicono”.

 

Potessi tornare indietro, cambieresti qualcosa?

“Ho vissuto, negli anni successivi alla mia rottura con quell’ambiente, una specie di doppia personalità. Da un lato mi chiedevo cosa avessi fatto. Ti dirò di più, ero sinceramente dispiaciuto per aver fatto un torto a qualcuno. Ho sempre pensato alle conseguenze di quello che ho fatto ai miei amici ed essere additato come un traditore mi ha sempre fatto male. Sono cresciuto e maturato nella voglia di tornare indietro e spiegarmi, cercando un perdono da quel mondo. Dall’altro lato, si è palesata sempre la voglia di rifarmi una vita e ricominciare, lontano da tutto quello. Fortunatamente ha prevalso quest’ultima, vuoi per la mia paura di affrontare certe persone, vuoi per la loro non voglia di ascoltarmi o perché sono cresciuto e maturato. Alla fine ho deciso di lasciar perdere e ricominciare”.